MANTOVA E PAVIA: INCROCIO DI DESTINI

Redazione di OperaiContro, ho letto la notizia inviata da un operaio riguardo alla conversione della raffineria IES di Mantova. E c’è da stare effettivamente molto poco sereni. La convenzione in affitto per le lavorazioni della materia in arrivo da Marghera scadranno il prossimo 31 dicembre 2013; contestualmente, con l’inizio del nuovo anno l’impianto verrebbe rilevato dalla ungherese MOL, che sposterebbe quasi del tutto la produzione nel suo Paese lasciando nella città lombarda unicamente un polo logistico. Una soluzione drastica che lascerebbe al lavoro solamente una trentina di operai, tagliando di circa il 90% il numero degli addetti, i quali […]
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Redazione di OperaiContro,
ho letto la notizia inviata da un operaio riguardo alla conversione
della raffineria IES di Mantova. E c’è da stare effettivamente molto
poco sereni.

La convenzione in affitto per le lavorazioni della materia in arrivo da
Marghera scadranno il prossimo 31 dicembre 2013; contestualmente, con
l’inizio del nuovo anno l’impianto verrebbe rilevato dalla ungherese
MOL, che sposterebbe quasi del tutto la produzione nel suo Paese
lasciando nella città lombarda unicamente un polo logistico. Una
soluzione drastica che lascerebbe al lavoro solamente una trentina di
operai, tagliando di circa il 90% il numero degli addetti, i quali
ammontano a 390 circa.

A Mantova si è sviluppato negli anni, anche per la presenza
dell’importante raffineria, il settore della logistica il quale ha
sempre più preso piede sul territorio seguendo una lunga scia che nella
sola Lombardia vanta numeri da record, se consideriamo anche solo a
titolo esemplificativo le province di Milano, Pavia e Lodi. Nel Paese
che trasporta 9 merci su 10 su gomma non c’è da stupirsi del boom di
capannoni addetti allo stoccaggio nell’area geografica interessata da
strategici svincoli autostradali.

La sola IES che conta 400 operai ne impiega altrettanti attraverso
l’indotto: è così ancora più semplice comprendere il dramma
occupazionale che l’ungherese MOL andrebbe a realizzare nel mantovano.
Ne sia ulteriore prova l’almeno ventilata alzata di scudi da parte delle
istituzioni e delle segreterie territoriali dei sindacati, già
protagoniste di un incontro al Ministero dello Sviluppo Economico a Roma
e dello sciopero piuttosto partecipato che ha attraversato l’intero
centro cittadino dello scorso 5 ottobre.

Il corteo degli operai ha chiaramente lanciato il messaggio di allarme
alla città, chiedendo il sostegno di tutti: “la nostra battaglia è anche
la vostra”; più e più volte abbiamo dovuto registrare da nord a sud gli
effetti della chiusura o del ridimensionamento di importanti poli
produttivi, spesso analizzando anche come le tematiche del lavoro nel
buco nero della crisi di sistema si intersechino con le problematiche
dell’ambiente, dell’utilizzo del suolo e del vivere in senso lato.

La perdita del posto per 800 operai e relative famiglie arriva per
Mantova in un periodo di sempre maggiori difficoltà per le fasce sociali
più deboli: peggiorano i conti familiari, con gli affitti che mediamente
pesano per il 50% sul bilancio (450 euro è il canone medio per un
normale bilocale a prezzi di mercato); si allunga la lista della
richiesta di alloggi popolari, arrivata ad oltre 700 nominativi nel 2011
e con sole 300 unità immobiliari a disposizione, di cui molte da
ristrutturare; aumentano gli sfratti per cosiddetta morosità
incolpevole, per il cui numero la Lombardia detiene il primato per
l’anno 2012 (4844 casi registrati dagli ufficiali giudiziari, il 17,49%
del totale nazionale, fonte Ministero dell’Interno): dalle tabelle del
governo riferite all’intero anno precedente, per Mantova e provincia
ammontano a 450, con 1533 richieste di esecuzione e 193 realizzate in
maniera coatta con l’intervento delle autorità. Ed i dati risultano
ancora incompleti. Il Comune del capoluogo inoltre censisce circa 5500
case sfitte, aumentate del 300% rispetto ad un decennio fa.

La vicinanza non è solo geografica con Pavia, e non lo si evince
unicamente dai dati sulla tematica abitativa di cui sopra: anche la
cementificazione e la speculazione edilizia su un altro degli una (una
volta) fertili territori della Pianura Padana restituisce molte
somiglianze con la città sul Ticino: la stima del decennio 2001-2011
fotografa un’impietosa quanto esplicita situazione quando calcola in
5542 ettari il terreno verde e/o agricolo perso a favore del cemento: il
12,4% dell’intero territorio provinciale è stato sfruttato, in alcuni
casi in maniera irreversibile.

Per Pavia il boom della calce è analogamente impressionante, se
consideriamo i 15943 ettari di terre agricole e forestali ricoperte da
cemento ed asfalto negli ultimi 50 anni; una decisa impennata al rialzo
si è avuta proprio con il processo di desertificazione industriale
avviato dapprima in città e successivamente in provincia. La storica
fabbrica NECCHI chiude definitvamente i battenti nel 2003, mentre padron
Beccaria discute di un alquanto devastante piano di rilancio fatto di
smantellamento degli impianti NECCHI, 2700 alloggi ed un ipermercato da
34000 metri quadrati. La storia ci racconterà poi la fine del personaggio.

Se a Pavia validi e coraggiosi personaggi come Maurici, Giovannetti,
Ferloni, Campari in primis hanno smascherato abominevoli illeciti
inseriti nei sempre più pericolosi Piani di Governo del Territorio, a
Mantova ad oggi nulla risulta perseguibile legalmente anche se il
risultato è identico, con periferie lasciate all’abbandono o, peggio,
sfruttate per realizzare quartieri fantasma ed ipermercati ed il centro
storico che pullula di case sfitte ed immobili di edilizia popolare in
numero insufficiente e cronicamente a pezzi.

Tutto ciò a fronte del Paese con il più basso tasso di crescita
demografica in Europa.

Mantova dunque segue cronologicamente Pavia per il destino di
desolazione industriale e boom di utilizzo e spreco di suoli. Non esiste
posto di lavoro operaio dove il conflitto si estenda oltre la questione
del salario: qui le lotte si chiamano UFI, WELLA, BURGO, PRIMAFROST, le
cooperative che vi lavorano all’interno ed ultima in ordine di tempo
IES, senza dimenticare i braccianti per lo più stranieri adoperati in
agricoltura. A Pavia qualche decennio fa i nomi erano NECCHI, SNIA
VISCOSA, FIVRE, KORTING ed altre decine. Ma il risultato pare identico e
scontato, tanto più quando è lo stesso governo tecnico ad incentivare
abbandono industriale e delocalizzazioni, dando l’esempio con il
patrimonio demaniale immobiliare e produttivo.

Qualcuno ci metterebbe la solita speranza di sbagliare le previsioni,
quando però l’analisi è oggettivamente impietosa. Ma la storia e lo
sviluppo ( o meglio decadenza?!? ) delle due città prendendo spunto da
quanto già capitato a Pavia non lasciano intravedere nulla di buono
all’orizzonte, se gli Operai ed i lavoratori tutti non interverranno
massicciamente per evitare di imboccare un tunnel spesso senza uscita.

Solidali e Resistenti saluti Operai da Pavia

Mattia Laconca

(Fonti: gruppo eQual Mantova, Ministero dell’Interno, “Comprati e
venduti” dell’amico Giovanni Giovannetti, Effigie 2013)

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