IL RAZZISMO DI CHI GOVERNA

Redazione di Operai Contro, politici e padroni fingono di piangere per la strage di immigrati chel oro hanno causato. Ma cosa succede ai sopravvissuti? T’invio un articolo dell’Ansa   Migranti, odissea non finisce con sbarco Migliaia rifugiati a Roma: 1.250 ammassati in palazzo occupato di Teresa Carbone Sono ancora vivide le immagini dei cadaveri nei sacchi di plastica, corpi di migranti recuperati nelle acque di Lampedusa. La loro vita si è fermata in quella che è stata definita la tomba del Mediterraneo ma per quelli che ce la fanno a superare la traversata non sempre il futuro arriva. L’Italia […]
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Redazione di Operai Contro,

politici e padroni fingono di piangere per la strage di immigrati chel oro hanno causato.

Ma cosa succede ai sopravvissuti?

T’invio un articolo dell’Ansa

 

Migranti, odissea non finisce con sbarco

Migliaia rifugiati a Roma: 1.250 ammassati in palazzo occupato

di Teresa Carbone
Sono ancora vivide le immagini dei cadaveri nei sacchi di plastica, corpi di migranti recuperati nelle acque di Lampedusa. La loro vita si è fermata in quella che è stata definita la tomba del Mediterraneo ma per quelli che ce la fanno a superare la traversata non sempre il futuro arriva. L’Italia diventa un parcheggio per lunghe soste dell’esistenza. Accade a centinaia di rifugiati politici in arrivo dall’Africa. In Italia c’è un luogo in cui si concentrano quelli provenienti dal Corno d’Africa, migranti protetti da una normativa internazionale. Avrebbero diritto allo studio, ad un lavoro, all’assistenza sanitaria, al ricongiungimento familiare e ad un iter più rapido per ottenere la cittadinanza. Invece accade che quelli che arrivano a Roma con un indirizzo in tasca, palazzo Salaam, si ritrovino a vivere in un palazzo vetro e acciaio di otto piani, occupato dal 2006, ex facoltà dell’università di Tor Vergata nella periferia sud-est della capitale e a dividere un bagno con altri centinaia di rifugiati, tutti insieme, uomini, donne e bambini, senza acqua, né luce, senza cucine, né letti. Palazzo Salaam è più noto nel Corno d’Africa che in Italia. Nei quattro paesi Sudan, Etiopia, Eritrea e Somalia chi richiede lo status di rifugiato lo sa: è una struttura enorme, è in Italia. Di certo non sa che è l’ingresso di un girone da cui non si sa come, quando o se si uscirà. A luglio del 2012, per la prima volta, dopo una trattativa con il comitato di otto persone (2 per ogni nazionalità presente), le telecamere dell’Ansa sono entrate a palazzo Salaam. Al secondo piano, l’unico che ci hanno mostrato, il bagno è uno, l’acqua non c’è (le bollette non le paga più nessuno ma i vigili ormai non vanno più neanche ad ispezionarlo). Le brandine sono nei corridoi e chi non ce l’ha si arrangia sul terrazzo, con solo una rete o solo un materasso lercio. In quell’anno, nel palazzo erano stipati in 800, di cui 50 bambini.Cittadini del mondo, l’unica associazione di volontari che si occupa di loro denunciava l’abbandono da parte degli enti locali, quelli che, per legge dovrebbero occuparsi dei rifugiati politici. Era estate, i tg snocciolavano i nomi mitologici delle ondate di calore e a palazzo Salaam il caldo nei corridoi rendeva insopportabile il tanfo che usciva dalle stanze. A distanza di un anno, dopo un’altra trattativa con il comitato – gli abitanti sono stanchi dei giornalisti che fanno domande ma poi non cambia niente – le telecamere dell’Ansa sono tornate a palazzo Salaam. La situazione era ancora più drammatica. Gli occupanti sono diventati 1.250.Durante l’estate sono entrati in centinaia, molti bambini. Il medico dell’associazione di volontari che ogni giovedì va a visitarli, Donatella D’Angelo ha curato bambini con ustioni, piaghe, disidratati a causa delle estenuanti traversate in mare, donne incinta e malati. I materassi sulle terrazze si sono moltiplicati, nei corridoi non c’è più solo la puzza insopportabile, ci sono rifiuti, sanitari sradicati, panni stesi. Gli abitanti di palazzo Salaam non trovano lavoro perché non riescono ad ottenere la cittadinanza, non riescono ad usufruire dell’assistenza sanitaria perché nelle Asl di competenza mancano i mediatori culturali e loro non parlano l’italiano. La D’Angelo sa che la situazione rischia di diventare incandescente. Con centinaia di persone tenute in condizioni igieniche precarie, senza un lavoro e neanche una speranza può accadere di tutto. E il disagio mentale è dietro l’angolo. Nei corridoi si dice che un uomo abbia tentato di buttarsi giù, le cronache parlano di risse interne. “Quasi tutti gli uomini che sono qui erano soldati – dice la dottoressa – qualche tempo fa uno dei figli di un ex soldato si è chiuso in un frigorifero e in una colluttazione, un uomo è stato ferito gravemente con un machete”. Il Commissariato per i diritti umani dell’Unione Europea Times Muiznieks ha visitato palazzo Salaam, intanto ribattezzato Hotel Africa e ne è rimasto impressionato. Anche la stampa estera ne ha parlato. Lo ha fatto il Financial Times, il New York Times, l’Herald Tribune. E il neo sindaco di Roma, Ignazio Marino, mentre il Papa visitava il centro Astalli per i rifugiati, a settembre, è entrato a palazzo Salaam annunciando un censimento immobiliare per destinare case del Comune anche ai rifugiati. Intanto nell’edificio di Tor Vergata non cambia nulla. Il tempo logora la stuttura. Dove dove c’erano porte ci sono buchi, le tubature saltano, nessuno le ripara, l’acqua che si perde nei sotterranei del palazzo è come una metafora della vita dei suoi abitanti. In molti non riescono a reggere la situazione. Alla telecamera offrono sguardi vitrei di chi non lotta più. “Siamo passati dalla guerra, alla guerra fredda”, dice Abdalla Biraddin, 28 anni, scappato dal Darfur.Teresa Carbone
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