Distruggere l’Isis: e dopo?

Caro Operai Contro, nel titolo del “Sole 24 ore”, giornale della Confindustria si legge: “Isis nemico numero uno?“ L’articolo (che qui allego) così si chiude: “Tutti temono dunque ciò che accadrà dopo un eventuale crollo dello spietato Stato islamico. Tutti ancora si pongono la stessa domanda: What’s next? (e dopo?)”. L’intervento bellico di una vasta coalizione internazionale, con in testa Usa e Russia, apre due ordini di interrogativi: 1) Il fallimento (sul campo), della pretesa di imporre un nuovo ordine ai popoli del medio oriente, con la prassi di governi fantoccio e magari nuovi confini. 2) Le incognite dell’esito […]
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Caro Operai Contro,

nel titolo del “Sole 24 ore”, giornale della Confindustria si legge: “Isis nemico numero uno?“ L’articolo (che qui allego) così si chiude: “Tutti temono dunque ciò che accadrà dopo un eventuale crollo dello spietato Stato islamico. Tutti ancora si pongono la stessa domanda: What’s next? (e dopo?)”.

L’intervento bellico di una vasta coalizione internazionale, con in testa Usa e Russia, apre due ordini di interrogativi:

1) Il fallimento (sul campo), della pretesa di imporre un nuovo ordine ai popoli del medio oriente, con la prassi di governi fantoccio e magari nuovi confini.

2) Le incognite dell’esito dell’intervento bellico della vasta coalizione, prefigurano un potenziale scontro armato fra grandi paesi ed eventuali rispettive coalizioni.

Dietro i bombardamenti e le stragi di civili, dietro la dichiarata lotta al terrorismo, aleggia uno scontro armato ancora più imponente e catastrofico dello scenario mediorientale.

L’interesse degli operai in ogni paese, è di non farsi trascinare in nessuna guerra dei padroni, non andare a uccidere operai di altri paesi, per ripristinare il sistema sociale basato sulla schiavitù del lavoro salariato, lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Interesse degli operai è fare la guerra alla guerra dei padroni.

Saluti da un estimatore di Operai Contro

 

L’articolo del Sole 24 ore di ieri.

La coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti per fare la guerra a Daesh si sta allargando. Anche la Russia sarebbe disposta a parteciparvi. Ma resta una campagna aerea. Probabilmente necessaria, ma non sufficiente. Da quando sono iniziati i bombardamenti aerei contro il feroce Stato islamico, nel settembre del 2014, i successi militari sono stati finora deludenti. Migliaia di raid, eppure l’Isis è ancora lì, a presidiare il suo regno del terrore, a ordire attentati in tutto il modo. Un gioco decisivo sarà svolto dalle potenze regionali del Medio Oriente, alcune delle quali, seppure in modo ambiguo, fanno parte anche della coalizione internazionale contro lo Stato Islamico. I curdi, l’esercito iracheno, i pasdaran iraniani e gli Hezbollah libanesi sono poi impegnati direttamente con le loro truppe sul terreno nella guerra contro l’Isis. Ma gli interessi sono divergenti, spesso conflittuali. Vediamo.

 

Prendiamo la Turchia. Per il presidente Recep Tayyip Erdogan sembra decisamente più importante il problema curdo rispetto a quello dell’Isis. Contenere l’ascesa dei curdi sembra dunque la priorità, combattere l’Isis il secondo obiettivo. Ma non distruggerlo, perché i territori perduti dallo Stato islamico rischiano di passare sotto il controllo delle forze curde consolidando il loro potere e la loro capacità negoziale post bellica. Già le città irachene riconquistate nel 2014 dai peshmerga curdi ai jihadisti, tra cui Kirkuk, hanno galvanizzato la fazione curda. La conquista alcune settimane fa di Sinjar, città irachena abitata dalla minoranza degli yazidi, è stata celebrata come un grande successo militare contro l’Isis. Ma anche come una nuova iniezione di fiducia tra le varie anime dello Stato che non c’è: il Kurdistan. E la minaccia di un Kurdistan indipendente è vista da Istanbul come fumo negli occhi. Un passo che potrebbe minare la sua sovranità nazionale.

 

Per la monarchia saudita, che in principio ha finanziato indirettamente ma in modo consistente movimenti islamici estremisti in Siria, incluso l’Isis, l’obiettivo principale è la caduta del regime siriano. Anche in questo caso l’Isis, pur inserito da Riad nella lista delle organizzazioni terroristiche, appare un obiettivo secondario. La dichiarazione dell’ex monarca saudita, il defunto principe Saud Feisal al segretario di Stato Usa John Kerry, riportata dal Financial Times, la dice lunga sull’ambiguo ruolo che la potenza sunnita del Golfo Persico ha mantenuto in passato nei confronti dello Stato islamico. “Daesh è la nostra risposta sunnita al vostro appoggio in Iraq agli sciiti dopo la caduta di Saddam”.
Una vittoria del presidente siriano Bashar al Assad sarebbe vissuta da Riad come un grande successo del suo rivale storico, l’Iran, potenza regionale sciita. In un periodo in cui Teheran ha peraltro raccolto già diversi successi, anche politici, non ultimo l’accordo sul controverso dossier nucleare e il conseguente disgelo delle relazioni con gli Stati Uniti.

 

Anche per il piccolo ma ricchissimo Qatar, Bashar al-Assad è il nemico numero uno. Non solo, Doha sembra molto più preoccupata oggi a sostenere la presenza dei Fratelli musulmani nel mondo arabo, in un momento in cui hanno subito una serie di insuccessi, che non a fare la guerra contro l’Isis.

 

Per l’Iran l’obiettivo prioritario è la conservazione del regime siriano. Da diverso tempo è intervenuto con le sue milizie per rafforzare l’esercito siriano insieme agli Hezbollah. L’obiettivo di Teheran non è un segreto: assicurare il cordone territoriale che, passando dalla Siria (dove il regime alawita di Assad è suo alleato di ferro), lo collega al Mediterraneo attraverso gli Hezbollah libanesi. L’Isis è certo un grandissimo nemico di Teheran. Ma per gli ayatollah è forse più importante la sopravvivenza di Assad, piuttosto che l’immediata distruzione totale dell’Isis, un’organizzazione terroristica che consente loro di autolegittimarsi come uno Stato che è intervenuto militarmente per combattere un pericoloso movimento terrorista che minaccia anche l’Occidente.

 

In verità, Mosca è intervenuta militarmente in Siria per sostenere il regime di Bashar al Assad in un momento in cui stava accusando una serie di sconfitte militari molto gravi. Il Cremlino ha come primo obiettivo la sopravvivenza del regime alawita di Damasco – meglio con Assad ma forse anche senza – che gli permetta di mantenere la sua presenza nel Mediterraneo e conservare così l’ultimo alleato strategico in Medio Oriente e la sua base militare navale di Tartus. Prima che l’Isis abbattesse l’aereo civile sui cieli del Sinai, il 31 ottobre, l’aviazione russa aveva bombardato quasi esclusivamente postazioni di ribelli anti-Assad che non facevano parte dell’Isis, in aree dove i miliziani di Daesh non operano, colpendo in alcuni casi ribelli pagati direttamente dalla Cia. Ora le cose sembrano cambiate. L’Alleanza con la Francia, il Paese europeo che tuttavia è sempre stato il più ostile al presidente siriano, sembra consolidarsi. Ma le divergenze sul dopo Isis restano aperte.

 

Perfino la Casa Bianca non sembra essere sicura che l’Isis sia la sola e unica minaccia. Washington è determinata a distruggere Daesh, ma non è disposta a tollerare che Bashar al Assad resti ancora al potere. E non vuole nemmeno, distruggendo l’Isis, favorire l’ascesa di Jabat al Nusra, il potente movimento qaedista oggi in lotta con l’Isis ma ritenuto comunque dalla Casa Bianca una pericolosa organizzazione terroristica.

In un conflitto sempre più complesso – dove agiscono diversi Paesi, tutti nemici dell’Isis, ma con interesse diametralmente opposti – fino a poco tempo fa sembrava che l’obiettivo segreto fosse indebolire l’Isis, strappargli territorio, renderlo sicuramente meno letale, ma non distruggerlo completamente nell’immediato. Almeno non prima che siano disegnati i nuovi assetti della polveriera mediorientale.

Insomma, tutti a parole sono intenzionati a distruggere l’Isis. Nessuno, però, ha un’idea precisa di cosa accadrà una volta che sarà rimosso il nemico jihadista. Se non sarà portata avanti una serie di negoziati e di accordi con le potenze regionali coinvolte a vario titolo nella guerra civile siriana, il rischio è che si apra un nuovo conflitto, un incendio forse ancor più grande di quanto non sia già ora. Tutti temono dunque ciò che accadrà dopo un eventuale crollo dello spietato Stato islamico.
Tutti ancora si pongono la stessa domanda: What’s next?

 

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