Dopo l’aggressione ai facchini S.I.Cobas: Piacenza come laboratorio della “lotta di classe dall’alto”

 PIACENZA·MARTEDÌ 29 DICEMBRE 2015 Pubblichiamo di seguito un contributo scritto da alcuni compagni. Partiamo dalla cronaca. Nella notte fra il 22 e il 23 dicembre quattro facchini iscritti al S.I.Cobas vengono aggrediti dentro il magazzino GLS di Piacenza, dove opera la cooperativa SEAM. Ad aggredirli sono loro colleghi di lavoro iscritti alla CGIL, a volto coperto e armati di spranghe e sedie metalliche. Un’aggressione particolarmente cruenta (uno dei facchini è stato per quasi un giorno in coma, ora è fuori pericolo anche se ha vistose escoriazioni a tutto il volto) che non si spiega senza fare un tuffo nel […]
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 PIACENZA·MARTEDÌ 29 DICEMBRE 2015

Pubblichiamo di seguito un contributo scritto da alcuni compagni.
Partiamo dalla cronaca. Nella notte fra il 22 e il 23 dicembre quattro facchini iscritti al S.I.Cobas vengono aggrediti dentro il magazzino GLS di Piacenza, dove opera la cooperativa SEAM. Ad aggredirli sono loro colleghi di lavoro iscritti alla CGIL, a volto coperto e armati di spranghe e sedie metalliche. Un’aggressione particolarmente cruenta (uno dei facchini è stato per quasi un giorno in coma, ora è fuori pericolo anche se ha vistose escoriazioni a tutto il volto) che non si spiega senza fare un tuffo nel mondo della cooperazione nel facchinaggio-logistica.
Come sa chi si occupa di movimenti sociali nel nostro paese, il territorio piacentino è stato uno dei primi ad essere investito dalle mobilitazioni dei facchini a maggioranza migrante nel 2010-2011. GLS è stata una delle prime aziende coinvolte, nonché un caso. Questo perché, a fronte di una repressione dei picchetti molto dura, la vertenza venne vinta dal S.I.Cobas grazie al ricorso all’arma della solidarietà di altri magazzini (Vicenza, Padova, Bologna), che scelsero di bloccare anch’essi il lavoro in soccorso dei loro colleghi piacentini.
Da lì in avanti i facchini GLS ottennero un trattamento considerevolmente migliore per quanto riguarda la paga e soprattutto il trattamento all’interno del magazzino. Ma come sempre nella storia della classe operaia, ogni conquista è anche foriera di insidie. Un meccanismo molto banale ma sempre attuale è quello dell’opportunismo: servirsi delle organizzazioni operaie per migliorare la propria condizione ma interrompendo in un secondo momento il legame di solidarietà sviluppato con la lotta. E’ quanto si è verificato lentamente dentro GLS. Dapprima, alcuni dei delegati manifestarono atteggiamenti di spacconeria verso i colleghi. In un secondo momento, iniziarono ad esercitare funzioni di selezione dei nuovi facchini, dando corsia preferenziale ad amici e parenti (va da sé che tale facoltà è verosimilmente legata a un meccanismo di corruzione: molti lavoratori immigrati sono disposti a pagare per essere assunti).
Nonostante i numerosi episodi in cui il S.I.Cobas piacentino ha cercato di stroncare questo malcostume, esso è cresciuto sino ad arrivare a soglia critica durante la scorsa estate. Non ha quindi stupito quando, alla dichiarazione di sciopero nazionale di categoria indetto da S.I.Cobas e ADL Cobas lo scorso 30 ottobre, i facchini GLS di Piacenza si dichiararono estranei alla mobilitazione. L’indomani, portando a conclusione un lavoro evidentemente già preparato da tempo, essi passarono in blocco al sindacato CGIL, noto nell’ambiente per compiacenza e collaborazione con le parti datoriali. A fronte di 80 defezioni, a rimanere fedeli al S.I.Cobas solo un gruppo di 30 lavoratori.
I mesi successivi furono segnati, non per caso, da un costante attacco alle conquiste ottenute durante la grande mobilitazione del 2011. Turni massacranti, mancanze nelle buste paga, atteggiamento poliziesco operato dai delegati passati a CGIL convinsero non pochi facchini a ritornare sui propri passi, re-iscrivendosi al S.I.Cobas e riportando le proporzioni all’interno del magazzino in sostanziale parità. E qui arriva l’aggressione. Sarebbe facile poter dire che tale aggressione è stata “commissionata” dalla CGIL che vedeva erodere i propri consensi. Certo vi è una responsabilità politica, e probabilmente anche un “via libera” dall’alto a eventuali provocazioni, imputabile al sindacato confederale. Ma è la dinamica è un po’ più sottile di così e ci risulta difficile credere a un mandato di “violenza indiscriminata” da parte della CGIL. Lo ripetiamo: ciò non esula dalla responsabilità politica (aggravata dalla non condanna dell’episodio!), ma crediamo si inseriscano altri elementi favoriti dalla sostanziale non conoscenza/ignoranza/estraneità della CGIL dalle dinamiche proprie del mondo del facchinaggio/logistica, un mondo che conoscono solo dalle colonne del giornale per le lotte del S.I.Cobas nel quale avevano tentato di inserirsi maldestramente arruolando pessimi elementi.
Tra gli elementi che si inseriscono ve ne è uno che potremmo definire “vendetta” all’interno della comunità egiziana con delle specificità proprie che sarebbe sbagliato nascondere, e che già nel periodo precedente all’aggressione si era manifestata con la richiesta dei facchini CGIL di licenziare gli iscritti al S.I.Cobas “non musulmani”. Categorie spurie rispetto alla lotta di classe così come la abbiamo conosciuta in occidente fra otto e novecento, ma che aprono contraddizioni con cui è giusto confrontarsi. Chi sicuramente ha scelto di agirle, o quantomeno di giovarsene, è stato in questo caso il sindacato confederale, ben preoccupato di arginare lo strabordare del sindacalismo conflittuale nella provincia di Piacenza.
E qua veniamo alla definizione di “laboratorio di lotta di classe dall’alto”. L’aggressione violenta delinea uno dei primi tratti di questa tendenza. Ma quel che segue ne fornisce la cornice. E’ infatti della sera stessa dell’aggressione un giro di sms e telefonate diffusi ad arte da parte di elementi riconducibili alla CGIL che imputerebbero i facchini S.I.Cobas di una “vendetta” nelle strade cittadine con tanto di di accoltellamento di un facchino iscritto alla CGIL. I media fanno da grancassa al punto che l’articolo del giornale cittadino “Libertà” relega a mero articolo di spalla il fatto dell’aggressione in magazzino (“rissa generatasi per contrasti sindacali”) mentre regala ampio spazio all’accoltellamento avvenuto la sera dopo. Peccato che…l’accoltellamento nulla centrasse con i fatti del magazzino. Pare infatti che i facchini GLS iscritti alla CGIL abbiano numerosi altri “affari” che esulano dal lavoro o dall’attività sindacale e che l’accoltellamento sia da inserire in un regolamento di conti legato a queste vicende.
Ma si sa, la macchina del fango non è interessata all’obiettività dei fatti, e quindi basta l’apertura dell’articolo (“evidentemente collegata alla rissa in GLS l’aggressione subita da un facchino in via Colombo…”) per orientare il comune sentire di un’ “opinione pubblica” provinciale e spaventata. Non ci stupiremmo se in un secondo momento, una volta acclarata l’estraneità di questo accoltellamento alla vicenda sindacale, si cercasse di ricondurre il tutto a una questione di “ordine pubblico” relativa alla zona-ghetto cittadina (via Roma, Via Colombo). I soliti immigrati (i soliti poveri) che si accoltellano, non c’è da stupirsi Contessa.
Retoriche e tattiche comunicative che ricordano appunto altre epoche, se non fosse che la demagogia securitaria e i proclami Salviniani le rendono ancora di drammatica attualità.
Ma la macchina della guerra di classe dall’alto non si ferma qui. Solo due giorni prima dell’aggressione subita dai facchini S.I.Cobas la CGIL promuoveva a Piacenza un’iniziativa insieme a Libera, ai sindacati di polizia e alla cooperativa S.Martino (quella divenuta tristemente famosa per i licenziamenti discriminatori in IKEA) sul tema della legalità nel facchinaggio-logistica. Una vera presa in giro al movimento dei facchini dopo anni di strenua opposizione su tutti i livelli alle loro mobilitazioni. Questa sacra alleanza fra parti datoriali, sindacati confederali e forze di polizia non è nuova ma rappresenta un elemento che insieme a un saldo controllo dell’informazione locale diventa troppo pesante per essere sostenuto da parte operaia davanti all’opinione pubblica.
Non c’è quindi da stupirsi se a Piacenza si sia in questi anni verificata una divergenza sempre maggiore fra la stessa sfera dell’opinione pubblica e la città reale. L’una appannaggio dei gruppi di potere economico e politico che comandano la città e tutto quel movimento che ha riportato lotta (e vittorie) in città dopo decenni di sonno e disciplinamento. L’articolazione politica di questo potere è ovviamente il PD, ma è da registrare anche l’assordante silenzio delle varie SEL, PRC e altre sigle della sinistra istituzionale a fronte della gravissima aggressione ai S.I.Cobas, probabilmente dettata dal fatto che la totalità delle loro “dirigenze” è parte della CGIL. D’altra parte, già in occasione della vertenza IKEA non erano mancati i fastidi da parte del PRC, allora in giunta insieme al PD, per la mobilitazione operaia dei facchini. Come da tradizione, insomma, quando si arriva ai nodi e al contrasto di interessi materiali la -fu- sinistra istituzionale sceglie un silenzio che è implicitamente schierato con chi opprime: una storia ormai vecchia di vent’anni che crediamo abbia in larga misura contribuito all’estinzione di quell’opzione politica.
Esiste insomma una città viva dentro una città morta, troppo presa a curare i propri affari nel mondo della cooperazione, della cementificazione del suolo e del buisness del cosiddetto “capitalismo municipale” delle multiutilties e dell’incenerimento di rifiuti per curarsi di chi sta sotto. Le statistiche, anche quelle diffuse dalla questura in fatto di ordine pubblico, parlano però di un 2015 segnato da un crescente numero di picchetti operai e antisfratto ad opera del pur circoscritto ambito dell’antagonismo cittadino.
I binari sempre più divergenti fra queste due realtà sembrano non avere un possibile punto d’incontro, ma viene da chiedersi se ciò non preluda a uno scontro possibile nel futuro prossimo, che a quel punto mixerebbe ad elementi di rivendicazione sociale anche quel nichilismo tipico degli scenari dove la questione sociale è stata per troppo tempo “nascosta sotto il tappeto” invece che ascoltata.
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