ILVA : LA NAZIONALIZZAZIONE COME SOLUZIONE?

RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO PER IL DIBATTITO Di fronte all’evolversi della tragedia ILVA, da più parti si invoca la nazionalizzazione come risposta alla strafottenza e all’arroganza della famiglia RIVA, una risposta radicale e di classe che tramite esproprio salverebbe capre e cavoli, letteralmente produzione e ambiente. Come quando a suo tempo si parlava di nazionalizzazione delle banche. Peccato che non sia così. Chi invoca lo Stato a garante della collettiità fa finta di non vedere che sulla questione ILVA (e non solo su questa) il ruolo dello Stato come garante è già stato esercitato in pieno, sia durante la passata […]
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RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO PER IL DIBATTITO

Di fronte all’evolversi della tragedia ILVA, da più parti si invoca la nazionalizzazione come risposta alla strafottenza e all’arroganza della famiglia RIVA, una risposta radicale e di classe che tramite esproprio salverebbe capre e cavoli, letteralmente produzione e ambiente. Come quando a suo tempo si parlava di nazionalizzazione delle banche. Peccato che non sia così.

Chi invoca lo Stato a garante della collettiità fa finta di non vedere che sulla questione ILVA (e non solo su questa) il ruolo dello Stato come garante è già stato esercitato in pieno, sia durante la passata nazionalizzazione in passato, dove sono state gettate le basi per il disastro di oggi, sia nei processi di inquinamento che nei ladrocini e in tutte le schifezze che conosciamo, sia nella fase di proprietà di RiVA, a maggior ragione oggi. E da che parte è schierato lo Stato lo sappiamo ben, lo Stato ha sempre continuato a svolgere il suo ruolo fondamentale di garante della finanza mondiale e dei suoi “contratti”e di custode della proprietà del capitale con quel che ne consegue, abbandonando da tempo ogni finzione di terzietà e di forme di inclusione dei lavoratori.

Ma la questione è più generale e vale la pena approfondirla.

Chi conosce la storia del movimento operaio che sulle collettivizzazioni si è innestato lo scontro tra l’organizzazione politica (partito) e organizzazione di resistenza (sindacato), sopratutto nei momenti più alti dello scontro di classe (salvo scomparire del tutto nelle società post- rivoluzionarie dove il sindacato esiste solo formalmente , il partito si fa stato e le istanze dei lavoratori scompaiono).

Ma anche allora la scelta si è sempre posta tra controllo dei lavoratori sui processi di produzione, quindi sul modo di produzione capitalista sino ad attuarne una sua radicale trasformazione, oppure la statalizzazione che in nome degli stessi controlla le fabbriche e più in generale i luoghi di lavoro.

Da un lato il protagonismo dei lavoratori dall’altro lo Stato per il quale i lavoratori sono soggetti da “educare”ben che vada.

Quando nel 1910 in Inghilterra il partito laburista (unico esempio della storia di partito politico direttamente creato dal sindacato, e che rimane di fatto nelle mani del sindacato) propone la nazionalizzazione delle miniere di carbone i minatori del Galles del sud e la UNION che li organizza rispondono con uno sciopero durissimo, dove i lavoratori rispondono politicamente mettendo in circolazione un opuscolo contro la nazionalizzazione e le posizioni di politica sindacali definite ortodosse:

lo stato è un nemico quanto i padroni i lavoratori devono essere in grado di assumere il controllo della loro industria e di dirigerla con un sistema completo di controllo operaio”.

Ora la situazione è ben diversa, decenni di manovre per estromettere i lavoratori da tutti i processi decisionali, bloccandone qualsiasi intervento diretto, utilizzando tutto, compresa la divisione e l’impotenza delle organizzazioni di rappresentanza sindacale , i ricatti, approfondendo all’esasperazione la contraddizione fra ambiente e lavoro che si è determinata, spingendo i lavoratori del nord colpiti dalla serrata contro quelli del sud, mentre pezzi dello Stato si danno battaglia sopra di loro.

Ma l’unico modo che hanno i lavoratori per uscire da tutto questo non può che passare per la ripresa di protagonismo da parte dei lavoratori: nessuna richiesta di tutela a uno Stato complice del disastro, nessuno sconto e nessuna sudditanza a Riva e ai suoi sgherri nelle fabbriche, ma occupare i 7 stabilimenti chiusi, autorganizzandosi per riprendere le produzioni, denunciando al contempo le insufficienze e le colpevoli omissioni sulla sicurezza ambientale e sul lavoro, costruire e “muovere”da una posizione di forza e di unità dei lavoratori, dal Piemente alla Puglia.

E, intorno, chiedere e ottenere una rete di solidarietà attiva di protezione e di condivisione nei territori, da parte di tutti quei soggetti impegnati da tempo nel costruire forme di costruzione di alternativa economica e sociale. Solidarietà che non mancherà e non può mancare.

CS FdCA, 22 settembre 2013

 

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