Giornale, Numero 240 del 7 agosto 2016

GLI SCHIAVI

Redazione di Operai Contro, nell’intervista di ieri Ivan Sagnet sindacalista del Flai diceva che il razzismo era alla base dello sfruttamento bestiale a cui vengono sottoposti i braccianti, è così? […]
Redazione di Operai Contro,
nell’intervista di ieri Ivan Sagnet sindacalista del Flai diceva che il razzismo era alla base dello sfruttamento bestiale a cui vengono sottoposti i braccianti, è così? A me pare di no.
Prima degli africani molti braccianti venivano dall’est, nell’allevamento molti lo sono ancora.
Molti braccianti e non solo al sud sono donne italiane.
Ai padroni non interessa il colore della pelle degli schiavi, ma quanti pomodori raccolgono per quel misero salario che gli danno!
Molti dei caporali sono africani, indiani, italiani, quasi sempre sono in combutta con padroni e malavita locale come il pakistano arrestato  di cui vi invio l’articolo.
Quale razzismo, questa è la società dei padroni che cerca di mascherare la riduzione in schiavitù con la questione razziale.
La scienza sostiene che tra li abitanti dei 5 continenti non esistono differenze tali da definirli appartenenti a razze diverse.
Quando arresteranno i padroni agricoli che assoldano i caporali?
Forse Y. Sagnet ha trovato nella Flai/Cgil il una posizione comoda, ideale per osservare lo scontro razziale.
un estimatore di OC
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Quarantanove persone sono state denunciate dalla Guardia di Finanza di Montegiordano, nel cosentino, al termine di un’indagine finalizzata al contrasto del caporalato. Le indagini, avviate a seguito del controllo dei transiti sulla statale ionica e poi delegate dalla Procura della Repubblica di Castrovillari, hanno interessato il periodo dal mese di febbraio 2015 al maggio del 2016 e hanno permesso di identificare un extracomunitario, di nazionalità pakistana, ritenuto vero e proprio punto di riferimento, nella piana di Sibari, per quegli imprenditori agricoli che necessitano di manodopera illegale ed a basso costo.
Il ”caporale”, nella gestione dell’attività illecita, aveva rapporti con due soggetti in regime di protezione già affiliati ad una ‘ndrina locale e con 19 immigrati irregolari nonché un latitante. Secondo quanto emerso dalle indagini, i lavoratori reclutati, venivano alloggiati in stalle e porcili adibiti a veri e propri dormitori e in condizioni igieniche-sanitarie degradanti.
I loro documenti di identità erano detenuti dal caporale che li conservava in appositi armadi metallici, dei quali solo lui deteneva la chiave. Gli operai erano costretti a lavorare in condizioni prive di sicurezza in quanto sprovvisti di dispositivi di protezione individuale (calzature antiscivolo, guanti, casco con visiera protettiva) e percepivano una paga inferiore rispetto a quanto previsto. 
L’esame delle transazioni finanziarie ha consentito di ricostruire i guadagni illeciti del caporale, quantificati in circa 250.000 euro, incassati in poco più di un anno, in parte destinati anche alle cosiddette “bacinelle” delle organizzazioni criminali. La rimanente parte dei guadagni dell’attività di intermediazione venivano trasferiti in Pakistan, paese di origine del caporale, attraverso servizi di money-transfer.

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