DIBATTITO: CRISI GLOBALE

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Redazione di OperaiContro,

noto innanzitutto che il dibattito operaio su questioni capitalistiche, finanziarie od economiche, non appassiona. Molto pochi gli scambi di opinioni anche sul fronte delle Lotte Operaie, a meno che non siano “eclatanti” (vedasi Jabil a Cassina o Il Gigante a Basiano, per intenderci).

Studenti e sostenitori appaiono sul nostro telematico solo
in queste determinate situazioni: conseguenze personali ne ho gia’ tratte da tempo, tentando di rispondere alla lettera di alcuni movimenti di studenti, se non ricordo male, genovesi. Tant’e’, ci cambia e di deve cambiare ben poco.

Ai fatti seri e di sostanza: l’ottimo articolo pubblicato a firma di Jack Rasmus si sofferma molto sulla situazione europea ed americana, omettendo pero’ di osservare ll’evoluzione in ottica globale. Potenze
come Russia, Cina, India e Pakistan (tutte dotate di tecnologia nucleare, peraltro) o emergenti come molti paesi dell’america del sud (Brasile, Argentina, Venezuela) o della stessa Asia (Mongolia su tutti) non sono assolutamente da sottovalutare per una comprensione intera della crisi globale.

E’ da ricordare fortemente quanto la Cina ed il suo capitalismo socialista di stato tengano in pugno il debito dei paesi europei (dell’eurozona e non), un debito economico partorito dalla speculazione finanziaria capace di creare una vera e propria crisi da sovrapproduzione: le industrie continuano a produrre, il proletariato non ha piu’ potere d’acquisto per sostenere la catena, le merci restano
al produttore non distribuite ne’ vendute.

Non si puo’ limitare la visione d’insieme ad un problema di banche: il padronato ha giocato la sua parte svendendo uomini e capacita’ produttive portando entrambi dove il costo del lavoro risulta minore.
L’imprenditore oggi “disperato e suicida” scopre la mancanza di copertura di solvibilita’, problema che affligge noi classe operaia sin dagli albori del sistema fondato sulla macchina a vapore.

E questo e’ quel che riguarda noi come classe. Altre riflessioni ancora si rendono necessarie per le economie di paesi emergenti.

Cio’ che l’euro doveva fare per il vecchio continente si e’ rivelato per quello che razionalmente e’: un paradosso, o meglio, contraddizione del sistema capialistico, per citare Marx. La moneta unica doveva teoricamente uniformare ed armonizzare l’andamento economico dei paesi ad essa aderenti, gia’ all’epoca dell’introduzione con forti squilibri
interni. Spagna e Portogallo, ad esempio, alla stipula dei trattati erano i paesi con il maggior tasso di disoccupazione, stabilmente sopra il 10% netto, mentre l’Italia ancora viaggiava intorno al 9, un punto percentuale in meno. La Germania usciva dalla sperimentazione
delle 35 ore. Gia’ allora si poteva notare cio’ che oggi non e’
sostanzialmente mutato: la diseguaglianza di marcia tra il nord e l’europa mediterranea. A distanza di circa 15 anni la scacchiera e’ mutata ben poco: la Spagna ha terminato la sua felice fase di boom, erroneamente indicata come economica bensi in realta’ legata alla finanza, con l’esplosione del settore immobiliare, suoi relativi mutui
ed alla forte immissione e circolazione interna di capitali tedeschi.
L’Italia nel biennio 2006-2007 era riuscita fortemente a contenere e ridurre il debito pubblico, salvo tornare nel gorgo con l’ultraliberismo senza riguardo della borghesia guidata dal governo Berlusconi. Questa a grandi linee la fotografia europea.

Il continente asiatico era e tuttora rimane un punto interrogativo, un laboratorio politico e capitalista aperto con decine di forze in campo.
L’invasione americana battente bandiera NATO e’ (ri)partita alla fine del ventesimo secolo dai Balcani per poi progressivamente spostarsi verso oriente, sino ad Afghanistan ed Iraq. Portandosi come ovvio appresso il
carrozzone europeo della moneta unica e delle politiche multiple, eccezion fatta guarda caso per la Germania che gia’ con il socialdemocratico Schroeder rispediva al mittente l’invito per le operazioni militari in medio-oriente, caldeggiate dall’avamposto piu’ avanzato ad est, Israele, sostenendo una politica economica militare piu’ prudente e meno dipendiosa mirata alla crescita di plusvalore con
esportazioni di mezzi e tecnologie in tutto il mondo.

La Russia insieme alla Cina mantengono posizioni non neutrali ma di difesa e prudenza, avallate dall’importante peso politico nello scacchiere globale confermato dal diritto di veto. L’ex impero sovietico torna a fare i conti ed a confrontarsi con gli sviluppi europei mentre perde i pezzi di un’unione territoriale che comincia a scricchiolare: si ricordi in questo senso la manovra di disimpegno del fedele e vicino Uzbekistan, scalpitante per ospitare una nuova base a stelle e strisce. La Cina nell’ (oltre) decennio 1998-2010 ha visto calare drasticamente le imprese a partecipazione statale e suoi dipendenti, a favore della “libera impresa” privata internazionale; il paese inoltre affronta la spinosa questione della riforma pensionistica, ormai ferma a decenni fa quando l’aspettativa di vita si attestava a quasi 20 anni in meno di adesso. Il proletariato cinese
comincia oggi a conoscere tutti gli effetti dello sviluppo
capitalistico vissuto nell’area atlantica qualche decennio fa.

Le grandi aspettative, anche genuine, sul nuovo impianto economico e politico che si va costruendo in sudamerica noto da noi con il termine di “rivoluzione bolivariana” vanno ridimensionate e valutate comunque in un quadro piu’ ampio, fermo restando gli sviluppi internazionali ed
economici di paesi come Bolivia, Venezuela, Colombia ed Ecuador con parte dell’europa mediterranea nonche’ dei territori dell’ex-URSS.

Infine, se le posizioni atlantiche sull’India sono piu’ discrete e molto meno invasive a livello generale, lo stesso non si puo’ dire per quanto riguarda i vicini-rivali pakistani, centro nevralgico negli ultimi anni di importanti grandi manovre militari e di sviluppi geopolitici nell’area circostante i paesi di Iran, Iraq ed ultimamente Siria.

Difficile soffermarsi su singoli paesi o casi specifici, e rendendomi conto della sommarieta’ del quadro generale, ritenevo uno-due concetti degni di approfondimento o comunque segnalazione, con il fine di stimolare all’approfondimento tutti questi casi. Il racconto, seppure
particolareggiato e molto ben delineato, della sola situazione europa e stati uniti non puo’ e non deve essere esaustivo per comprendere la portata della nuova, ciclica crisi mondiale alla quale si sta andando incontro, che nel periodo 2008-2010 ci ha dato solo un assaggio di quel
che ben peggio sara’.

Operai ricordiamoci che siamo solo carne da macello per la produzione.
E durante le crisi di sistema, passiamo dal macello direttamente al cannone.

Formiamo il nostro Esercito.

Perdonate la prolissita’, sperando che l’articolo possa risultare interessante al dibattito.

Saluti Operai da Pavia, m.l.

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