ROSARNO: L’UCCISIONE DI UN BRACCIANTE

  Una nuova tragedia, dal copione purtroppo sempre uguale a se stesso, si è consumata ieri nella tendopoli di San Ferdinando, nei pressi di Rosarno. Un evento come ne capitano spesso nelle periferie e nei ghetti di tutto il pianeta. Ma in questo caso si tratta di un omicidio di stato, perché come già avvenuto in passato, i responsabili sono i suoi fedeli servi, quelle forze dell’ordine che ancora una volta abusano del proprio potere, arrivando a togliere la vita ad una persona. Ma anche perché quella tendopoli è stata voluta e progettata dallo stato stesso, che ha creato […]
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Una nuova tragedia, dal copione purtroppo sempre uguale a se stesso, si è consumata ieri nella tendopoli di San Ferdinando, nei pressi di Rosarno. Un evento come ne capitano spesso nelle periferie e nei ghetti di tutto il pianeta. Ma in questo caso si tratta di un omicidio di stato, perché come già avvenuto in passato, i responsabili sono i suoi fedeli servi, quelle forze dell’ordine che ancora una volta abusano del proprio potere, arrivando a togliere la vita ad una persona. Ma anche perché quella tendopoli è stata voluta e progettata dallo stato stesso, che ha creato l’emergenza, il ghetto e le condizioni di precarietà totale e tensione che questi determinano. Questa volta ne ha fatto le spese un ventisettenne maliano che abitava nella tendopolI, Sheikh Traoré, il quale aldilà di ogni ricostruzione possibile è stato brutalmente assassinato ieri mattina, mercoledì 8 giugno.

La dinamica riportata dalla questura e dai media è alquanto discutibile, ed è tesa esclusivamente a tenere in piedi la tesi della legittima difesa. Come è possibile che le forze dell’ordine, in numero superiore (pare fossero ben 7!!), debbano ricorrere alle armi da fuoco per sedare una persona, anche se questa fosse in uno stato non controllabile? Come è possibile che, come raccontato dalle voci delle persone presenti al campo, il lancio del “coltello” e lo sparo siano in momenti temporali differenti, provando l’ipotesi di un’esecuzione a freddo? E come è possibile che un procuratore della Repubblica, prima che si siano concluse le indagini, già avvalori la tesi della legittima difesa?

Ai giornali non è interessato fornire una ricostruzione veritiera, ascoltando le testimonianze dei presenti o approfondendo la dinamica: la morte di un africano immigrato, seppur per mano di un carabiniere, è notizia quasi da tutti i giorni, che non necessita di approfondimenti di alcun tipo poiché si spiega con l’anormalità del soggetto, con il suo essere ‘disturbato, ubriaco, rissoso’ com’è ovvio, essendo immigrato. Eppure la storia arrivata dalle veline della questura appare totalmente discutibile. Non è un caso, appunto, che i giornali abbiano sostenuto immediatamente la tesi della legittima difesa, o addirittura quella del colpo partito accidentalmente, che in maniera drammatica ricorda l’assassinio di Davide Bifolco, avvenuto a Napoli 2 anni fa. Un nuovo omicidio di stato in un’altra delle estreme periferie di questo paese, buona a balzare agli onori della cronaca solo per eventi tragici come quello di ieri. E non è un caso nemmeno che la risposta del neoeletto sindaco di Rosarno sia stata la solita dichiarazione populista tutta improntata su un’ottica securitaria: bisogna sgomberare la tendopoli, e non si possono accogliere tutti, sono troppi. D’altronde, anche la CGIL è orientata all’ottica del meno peggio: qualche tempo fa, dopo l’ennesima promessa di intervento da parte della Prefettura, aveva dichiarato di volere che i lavoratori fossero trasferiti ‘in container’. Come se facesse la differenza.

Ma la risposta dei braccianti della tendopoli non si è fatta attendere: stamane, 9 giugno, sono scesi in corteo ed hanno raggiunto il comune di San Ferdinando, dove hanno ottenuto di parlare con i suoi rappresentanti chiedendo soluzioni immediate, non soltanto giustizia e verità per la morte di Sheikh, ma la fine delle aggressioni che i braccianti della tendopoli e degli altri insediamenti subiscono quotidianamente, di ritorno dal lavoro, e soluzioni concrete ed immediate per eliminare le cause prime di questa condizione di assoluta vulnerabilità, a cui però i lavoratori non si piegano. I problemi che vivono i braccianti agricoli e gli abitanti della tendopoli come di molti altri luoghi simili, in tutta Italia, sono molteplici: scarsezza di risorse igieniche e sanitarie, mancanza di acqua ed elettricità in alcuni casi. Condizioni abitative che si sommano alle condizioni di vita nel lavoro, con l’altissimo tasso di sfruttamento, e di vita, legate alla dipendenza e alle difficoltà burocratiche per l’ottenimento del permesso di soggiorno. Questi elementi sono quelli che creano veri e propri ghetti prossimi alle nostre città, dove la marginalità sociale e l’esclusione da ogni tipo di meccanismo di integrazione sono condizioni che permeano quotidianamente la vita di queste persone.

Come recitavano i cartelli imbracciati stamane dai lavoratori, ricordando anche le vittime del razzismo di stato oltreoceano, senza giustizia non c’è pace! Verità per la morte di Sekine Traoré e di tutte le vittime di questo sistema fatto di discriminazione e sfruttamento. Da Foggia a Rosarno, uniti in un solo grido e in una sola lotta.

Comitato Lavoratori delle Campagne
Rete Campagne in Lotta

 

cRONACA DALLA rEPUBBLICA

SAN FERDINANDO (Reggio Calabria) – “Non siamo assassini. In sette contro un uomo solo, dove sta la preparazione della polizia italiana”. L’inglese è maccheronico, ma il messaggio è chiarissimo e sintetizza in poche righe quello che si agita nell’animo dei braccianti stranieri scesi in piazza oggi a San Ferdinando. Meno di ventiquattro ore fa, nella tendopoli di Rosarno uno dei loro compagni, il ventisettenne maliani Sekine Traore, è stato ucciso da un colpo di pistola all’addome sparato da un carabiniere.

E loro oggi hanno rinunciato a una giornata di quotidiano sfruttamento nei campi per chiedere giustizia, verità, rispetto. Per il “fratello” ucciso e per chi ha assistito alla sua morte e oggi vuole raccontare una verità diversa da quella ufficiale, fornita dalla Procura di Palmi, sulla base di un’informativa dei carabinieri. Secondo la versione ufficiale  il militare sarebbe stato aggredito da Traore con un coltello e, spaventato, avrebbe sparato per difendersi. I cento e più migranti che oggi si sono riuniti di fronte al municipio di S. Ferdinando, oggi retto da una triade prefettizia dopo lo scioglimento per mafia, raccontano invece un’altra verità.

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Raccontano che dopo averlo invitato ad uscire, in sette tra carabinieri e poliziotti sono entrati nella tenda in cui Traore, ubriaco, arrabbiato, si era barricato. Raccontano di aver udito rumori di colluttazione e poi lo sparo. Raccontano che Traore non sarebbe stato mai in grado di affrontare sette uomini armati ed addestrati. E adesso pretendono che questa verità sia ascoltata. Sono arrabbiati, offesi, delusi. Da quando sono iniziate le indagini sulle aggressioni subite dai braccianti migranti, le divise erano diventate un punto di riferimento. Stavano indagando su chi fra i braccianti ha seminato dolore e panico e  per loro erano divenuti un baluardo.

Adesso l’incanto si è rotto. Negli slogan di chi oggi manifesta i carabinieri sono “razzisti”, “fascisti”, “mafiosi”. I braccianti chiedono giustizia “e non omertà”. Nonostante siano stranieri, lavorando in una terra impastata di ‘ndrangheta, hanno imparato in fretta di cosa si tratti. E adesso – dicono – è una vera e propria cappa di omertà quella che sta coprendo la morte di Traore. Una testa matta, un arrabbiato, ma che non doveva morire così.  “Non siamo qui per fare la guerra o per fare casini”, dice indignato uno di loro, “siamo qui per lavorare e per mangiare. I carabinieri devono venire per mettere pace e non per uccidere”. Guardato a vista dalla polizia in borghese, il presidio prosegue pacifico. C’è tensione in piazza, c’è rabbia, ma nessuna violenza.

Dopo un primo momento di sbigottimento e paura, già nella tarda serata di ieri alla tendopoli di San Ferdinando è salita la tensione. La notizia ha fatto presto a passare di bocca in bocca per raggiungere anche chi in mattinata alla tendopoli non c’era, perché impegnato nei campi. E con il passare delle ore è cresciuta la rabbiosa volontà di farsi ascoltare. In tarda serata, ci sono state alcune scaramucce con le forze dell’ordine che presidiano il campo. Una piccola manifestazione improvvisata è stata dispersa, mentre un cassonetto è stato dato alle fiamme. Poi gli animi si sono calmati e sulla tendopoli è calato il silenzio, rotto alle prime luci dell’alba dai blindati che si sono presentati a presidiare il campo mentre i primi braccianti si alzavano. Alcuni si sono diretti sulla statale, in cerca di un ingaggio per la giornata. Altri invece si sono preparati a manifestare tutta la loro rabbia e la loro indignazione di fronte al municipio del paese. “Noi – dicono – non vogliamo vendetta, vogliamo giustizia. Non siamo bestie. E abbiamo visto bene cosa sia successo”. E non corrisponde alla versione ufficiale.

La lite che ha portato all’intervento del carabinieri  e all’uccisione del giovane maliano era scoppiata per futili motivi. Secondo la ricostruzione ufficiale, la vittima, Sekine Traore, in mattinata avrebbe aggredito con un coltello un altro ospite del campo, quindi si sarebbe scagliato contro un altro uomo tentando di strappargli il borsello. Preoccupati dal comportamento di Traore, già a metà mattina visibilmente ubriaco, gli altri ospiti del campo avrebbero tentato inutilmente di calmarlo, mentre qualcuno allertava le forze dell’ordine. Ma l’intervento dei militari non ha fatto che innervosire ulteriormente Traore, che si è scagliato contro di loro. A farne le spese è stato uno dei carabinieri intervenuti, ferito vicino all’occhio da un fendente del bracciante. Terrorizzato, il militare avrebbe sparato, colpendo Traore all’addome. Ora i migranti negano che il maliano abbia aggredito il carabiniere.

Le indagini. Tra venerdì e lunedì sarà effettuata l’autopsia sul corpo del giovane maliano, mentre i reperti sono già in viaggio verso i laboratori degli esperti di balistica, cui spetterà il compito di ricostruire scientificamente quanto successo, individuando la traiettoria del proiettile. La prossima settimana invece, sfileranno di fronte ai magistrati di Palmi i due poliziotti e i tre carabinieri presenti nella tenda in cui Traore è stato ucciso, insieme al carabiniere che ha sparato.

Allo stato, informa il procuratore capo di Palmi, Ottavio Sferlazza, “non è prevista la testimonianza di altri braccianti. Nell’immediatezza dei fatti sono stati sentiti i cittadini extracomunitari che hanno assistito alla lite che ha preceduto l’intervento delle forze dell’ordine. Non siamo a conoscenza di altre persone informate sui fatti”. Ma alla sua procura non è arrivata ancora alcuna comunicazione formale o informale sulla riunione avvenuta oggi a San Ferdinando al termine del sit in di protesta degli ospiti del campo. I migranti hanno chiesto non solo il rimpatrio della salma di Traore, ma soprattutto che venga fatta chiarezza su quanto successo ieri nella tenda che ospitava uno degli spacci. Adesso, è chiuso. E nessuno ci vuole più entrare. Ma tutti pretendono verità e giustizia per il “fratello” ucciso.

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