La bestemmiata unità nazionale della Libia

Caro Operai Contro, in Libia la nazione non c’è, ma i padroni italiani tramite la loro stampa, dicono che “La vera priorità è un esercito nazionale”. Dopo l’incarico da parte dell’Onu, a Fayez Serraj di formare un governo fantoccio in Libia, ora i padroni occidentali vorrebbero anche un esercito fantoccio per giustificare il loro intervento armato. Il governo di Tobruk considera un indebita ingerenza la designazione a Fayez Serraj di formare un governo nazionale libico di “unità nazionale”. Il governo di Tripoli non vede di buon occhio l’arrivo di Fayez mandato dall’Onu. Il governo Fayez che vuole imporre l’Onu, […]
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Caro Operai Contro,

in Libia la nazione non c’è, ma i padroni italiani tramite la loro stampa, dicono che “La vera priorità è un esercito nazionale”. Dopo l’incarico da parte dell’Onu, a Fayez Serraj di formare un governo fantoccio in Libia, ora i padroni occidentali vorrebbero anche un esercito fantoccio per giustificare il loro intervento armato.

Il governo di Tobruk considera un indebita ingerenza la designazione a Fayez Serraj di formare un governo nazionale libico di “unità nazionale”.

Il governo di Tripoli non vede di buon occhio l’arrivo di Fayez mandato dall’Onu.

Il governo Fayez che vuole imporre l’Onu, risulta per ora un terzo governo sul suolo libico. Gli altri due governi accetteranno la soluzione Onu? E i 200 mila combattenti di 240 milizie? E le 140 tribù?

I padroni italiani con il governo Renzi, per mettere le mani sul petrolio libico, sono pronti a intervenire militarmente in Libia. Sperano che il governo fantoccio di “unità nazionale” di Fayez, fornisca loro il pretesto di intervenire, in nome della bestemmiata “unità nazionale” della Libia e della sovranità nazionale.

Contro l’intervento militare del governo italiano in Libia, bisogna schierarsi con scioperi e lotte contro il governo Renzi.

Saluti Oxervator

 

L’articolo del Sole 24 ore.

La vera priorità è un esercito nazionale

In Libia un primo ministro senza esercito è come un brillante studente universitario senza i libri su cui studiare per superare gli esami.

Al momento Fayez Serraj, il premier designato del Governo libico di unità nazionale, ha dalla sua solo un manipolo di uomini armati in un Paese ostaggio di 200mila combattenti divisi in 240 milizie. Non è questione di essere anti-pacifisti. Ma nella Libia di oggi per governare è necessario mostrare i muscoli, quantomeno in funzione deterrente. Il disarmo delle milizie, che tutti i predecessori di Serraj hanno timidamente provato ad avviare, è sempre fallito. Una cosa i leader delle milizie e delle 140 tribù, sparpagliate sul quarto paese dell’Africa per estensione, ce l’hanno ben chiara in testa: chi detiene le armi ha una capacità negoziale. Può rivendicare una fetta di potere. E perfino aspirare alla spartizione di una fetta della ricca torta energetica: le più grandi riserve petrolifere dell’Africa.

Serraj è animato da buone intenzioni. Ha dalla sua parte gli incoraggiamenti e gli impegni dell’Unione Europea e delle Nazioni Unite. Ma non ancora i loro soldati. In questo momento un vero esercito non ce l’ha. Se non la marina libica, che è poca cosa, e l’appoggio di alcune potenti milizie. Ma non tutte. Il suo rocambolesco sbarco via mare si è fermato alla base navale di Tripoli . Circondato da forze ostili, anche ieri da lì non è suscito. Se l’ex presidente afghano Hamid Karzai veniva irriso dai suoi rivali come il sindaco di Kabul, Serraj non controlla nemmeno due quartieri della capitale.

L’esercito della Libia – o la milizia più grande, a seconda dei punti di vista – fa riferimento al Parlamento di Tobruk, in Cirenaica. Che aveva nominato capo di stato maggiore Khalifa Haftar. Si tratta del generale amico dell’Egitto che sta portando avanti due guerre: una contro gli estremisti islamici, siano l’Isis o i qaedisti di Ansar al-Sharia; l’altra contro il Governo islamico (ma non estremista) di Tripoli, che ha conquistato la città nell’agosto del 2014 insediando un governo parallelo. È un esecutivo ombra, controllato dai Fratelli musulmani, ovvero il movimento dichiarato fuori legge in Egitto e visto come il fumo negli occhi dal presidente Fatah al-Sisi. E quindi anche da Haftar. Il quale, peraltro, non aveva gradito la sua esclusione dalla lista dei ministri presentata da Serraj. Ed ha così fatto pressioni sugli onorevoli affinchè rinviassero l’approvazione del governo di unità. Risultato: una serie di fumate nere che, oltre ad aver spazientito i Paesi occidentali, hanno agevolato in Libia l’ascesa dell’Isis, felice di rafforzarsi in quel vuoto di potere che l’Onu da tempo vuole colmare.

Un forte e credibile esercito nazionale è una priorità: servirebbe per controllare il territorio, disarmare chi gli è ostile e includere chi è animato da buone intenzioni. Creare aree sicure da cui far ripartire l’economia.

Ecco perché la missione di Serraj appare sin dall’inizio molto complessa .Il suo Esecutivo è frutto di quei lunghi negoziati tra fazioni rivali che si sono svolti in Marocco in dicembre, e poi ricorretto in gennaio. Ma non ha ricevuto la fiducia del Parlamento di Tobruk, riconosciuto dall’Onu come il solo legittimo e rappresentativo di tutta la Libia. Per superare un ostacolo in apparenza insormontabile – la fiducia di Tobruk – l’Onu ha sancito la legittimità del governo di unità sbarcato a Tripoli senza la fiducia del Parlamento. Una manovra considerata da diversi parlamentari di Tobruk come un’indebita ingerenza esterna. Senza parlare del Governo islamico di Tripoli. Il suo premier, Khalifa Ghwell, è ricorso alle minacce: o abbandonano subito la capitale, oppure Serraj e i 7 membri del Consiglio di presidenza libico (che dovranno formare il Governo) saranno arrestati.

Occorre tornare al tavolo delle trattative e cercare un accordo. Se i 7 saggi non riusciranno a ricucire gli strappi,convincendo i due nemici a unirsi nel nome di una sola Libia, il rischio è che da due governi si passerà a tre. E che le milizie si frammentino ancora di più. Una parte di quelle di Misurata, la spina dorsale della coalizione islamica Alba Libica, alleata del Governo di Tripoli, sta ora proteggendo Haftar.

E la reazione del popolo libico? Come escludere che una parte possa non gradire un premier arrivato dal mare, sostenuto in futuro da una forza di soldati venuti dall’altra parte del mare?

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