ACCIAIERIE D’ITALIA, L’ILLUSIONE DELLA NAZIONALIZZAZIONE

Cgil, Cisl, Uil e Usb quattro anni fa, firmando la cessione dell’Ilva ad ArcelorMittal, diedero al padrone privato mano libera nella gestione della forza-lavoro operaia. Adesso illudono che il ritorno alla proprietà statale possa garantire piena occupazione e risanamento ambientale
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Cgil, Cisl, Uil e Usb quattro anni fa, firmando la cessione dell’Ilva ad ArcelorMittal, diedero al padrone privato mano libera nella gestione della forza-lavoro operaia. Adesso illudono che il ritorno alla proprietà statale possa garantire piena occupazione e risanamento ambientale.


 

In Acciaierie d’Italia via la governance attuale, sì all’intervento pubblico”. In parole più semplici, “nazionalizzazione”. È stata questa la parola d’ordine lanciata da Cgil, Cisl e Uil, con in testa i dirigenti delle categorie metalmeccaniche, servizi, marittimi e trasporti, e messa in bocca, come slogan, agli operai nello sciopero con corteo organizzato il 22 novembre allo stabilimento siderurgico di Taranto. L’obiettivo dichiarato dello sciopero, prima di 48 ore e poi ridotto a 24 ore, proclamato a seguito della sospensione da parte di ArcelorMittal dei contratti con 145 ditte dell’appalto e dell’indotto, è stato “mandare via l’attuale governance a favore dell’intervento pubblico”. Una parola d’ordine avvalorata dai sindacati sostenendo che “lo stabilimento è sul punto di cedere definitivamente. Se si spegne non si riaccende più” e che l’intervento pubblico è necessario per “impedire un processo di desertificazione ambientale e industriale del territorio ionico”.
Stessa parola d’ordine per l’Unione sindacale di base (Usb), che ha proclamato lo sciopero per “ottenere un cambio di passo, con immediata uscita del socio privato e avvio del processo di nazionalizzazione della fabbrica, per restituire dignità alle migliaia di lavoratori dell’appalto stremati da mesi di ritardo nei pagamenti e ora addirittura con le attività sospese, i lavoratori Acciaierie d’Italia terrorizzati e massacrati con migliaia di ore Cigs e in ultimo ma non certo per priorità i lavoratori Ilva in amministrazione straordinaria, scomparsi completamente dalla discussione, condannati in Cig da anni senza nessuna prospettiva. Nazionalizzare è l’unica soluzione, allontanando la governance che ha gestito in maniera schizofrenica gli ultimi 3 anni della storia Ilva”.
Che cosa significa “governance”? I dirigenti sindacali, che non sgobbano in tuta sulla linea di produzione, ma, ben vestiti, siedono a ordinate scrivanie, partecipano ai tavoli istituzionali, stringono le mani di padroni e politici e firmano accordi antioperai, utilizzano spesso parole complicate per stabilire una separazione netta fra essi e gli operai: a loro spetta valutare, discutere e decidere, agli operai tocca ripetere, come i pappagalli, le loro chiacchiere e, soprattutto, accettarle. Ebbene, per il termine inglese “governance” si intende l’insieme dei principi, delle regole e delle procedure che riguardano la gestione e il governo di una società, di un’istituzione, di un fenomeno collettivo. O, più semplicemente, si può tradurre con le parole governo, gestione, amministrazione, governabilità, direzione, autorità, dominio, governo d’impresa. In pratica le dirigenze sindacali di Cgil, Cisl, Uil e Usb si preoccupano di cambiare il padrone della fabbrica, quello che dovrà gestire l’organizzazione e lo sfruttamento degli operai e si approprierà del lavoro non pagato agli operai e quindi del plus-valore da essi prodotto. Dai sindacati, ovviamente, nessuna parola di scusa o di autocritica, per aver approvato e firmato, con piena soddisfazione, l’accordo del 6 settembre 2018, che consegnò l’ex Ilva, e in particolare lo stabilimento di Taranto, alla multinazionale ArcelorMittal e portò all’espulsione dal ciclo produttivo di 6.000 operai, dei quali 2.600 a Taranto (quelli messi in Ilva amministrazione straordinaria).
Quattro anni fa la parola d’ordine dettata dai sindacati agli operai era “approvare l’accordo con Mittal”, che, diceva l’allora segretario generale della Cgil, Susanna Camusso, “rilancia l’Ilva e permetterà di risanare l’ambiente, esso è una vittoria della caparbietà dei lavoratori, che hanno dimostrato come sia possibile salvaguardare il lavoro e la produzione”. I sindacati misero la benda sugli occhi degli operai, i risultati si sono visti. Nessun rilancio dell’Ilva, nessun risanamento dell’ambiente, nessuna salvaguardia del lavoro e della produzione. Adesso la parola d’ordine è cambiata: nazionalizzazione, la richiesta è la cacciata dei Mittal e il ritorno al pieno controllo da parte dello Stato, che risolverebbe ogni problema. Nuove illusioni, che solleticano il ricordo dell’Italsider, quando lo stabilimento di Taranto assumeva frotte di operai e il posto al siderurgico era ambito, perché ritenuto sicuro, salvo poi ritrovarsi in tanti operai o ammalati di cancro per esposizione all’amianto o buttati fuori dalla svendita alla famiglia Riva.
Che la proprietà sia privata o pubblica, che rimanga ad ArcelorMittal o passi, in tutto o in maggioranza, allo Stato, per gli operai in sostanza non cambia nulla. Per i sindacati sarebbe una vittoria, AVREBBERO PIU’ POSTI DI POTERE, per gli operai il passaggio da un padrone all’altro. Perché in fabbrica i padroni non sono diversi, soprattutto nell’attuale situazione di crisi del mercato dell’acciaio. E che quello dei sindacati sia fumo negli occhi degli operai lo dimostra il fatto che i governi succedutisi negli ultimi anni, pur promuovendo l’entrata nel capitale sociale di ArcelorMittal Italia spa dell’agenzia governativa Invitalia (partecipata al 100% dal Ministero dell’economia e delle finanze) e garantendo soldi per aumentare il capitale sociale, non hanno mai spinto per prendere in mano l’intera patata bollente dell’ex Ilva, per non ritrovarsi un domani a benedire cassa integrazione e licenziamenti e perdere consenso elettorale.
Per gli operai in sciopero sarebbe stato molto più serio attestarsi su semplici richieste concrete, il ritiro della sospensione dal lavoro degli operai delle imprese, il rientro dei cassintegrati e l’integrazione salariale, le misure di sicurezza.
Il sistema delle relazioni sociali è capace di assorbire processioni, chiacchiere sulla governance, prese di posizioni politiche roventi, quello che non assorbe è un vero blocco della produzione, la protesta “cattiva” per strade e uffici.
Di fronte a questo tipo di protesta operaia sarebbero costretti a dare risposte concrete ed immediate e fra gli operai stessi tornerebbe la fiducia nella loro forza.

L.R.

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