OPERAI A TARANTO, DISERTARE LE URNE ELETTORALI

Ribellarsi ai padroni e deludere i politici impegnati a riscuotere il pedaggio elettorale, questo l’interesse anche degli operai di Acciaierie d’Italia
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Ribellarsi ai padroni e deludere i politici impegnati a riscuotere il pedaggio elettorale, questo l’interesse anche degli operai di Acciaierie d’Italia


 

Taranto non è una città come le altre. È una città industriale e operaia, lo è a tutto tondo. Da decenni il suo corpo è corroso da un cancro a cielo aperto, lo stabilimento siderurgico più grande d’Europa, dove padroni che se lo sono passati di mano hanno a turno irreggimentato, schiavizzato e sfruttato generazioni di operai provenienti dalla stessa città, dall’intera provincia e dalle province vicine e distrutto l’ambiente cittadino in cui producevano. Una fabbrica piena espressione del “peggiore” capitalismo industriale, non unica in Italia ma certamente “esemplare” per condizioni estreme di sfruttamento, completa mancanza di sicurezza sul lavoro e capacità pervasiva di inquinare pesantemente la città, a partire dai vicini quartieri operai, e condizionarne la vita dandole morte. Una fabbrica che non sta, muta e indifferente, nel suo cantuccio, ma che, oltre a schiacciare gli operai a essa asserviti, preme con l’ingombrante presenza sulla città e la deforma a sua immagine e somiglianza. Taranto è sempre un tutt’uno con lo stabilimento siderurgico, si chiami Italsider, Ilva, Arcelor Mittal o Acciaierie d’Italia. E come la fabbrica di acciaio è un modello dell’attuale scontro di classe in Italia fra padroni e operai, così la città esprime, nei suoi strati proletari e popolari, il conflitto con un capitalismo che là si esprime nella sua nuda essenza, feroce, prepotente e arraffone. Perciò è un “laboratorio” di particolare interesse quando, a scadenze periodiche, i politici corrono a riscuotere da operai e altri proletari il pedaggio elettorale in cambio della loro magnificata “democrazia” borghese.
Ogni corsa al voto è esibizione di risultati conseguiti e fucina di premesse per il domani. Ma mai come questa volta i candidati alla poltrona di sindaco non hanno niente da esibire, per cui le loro promesse sono in partenza parole vuote.
Bisogna riandare indietro di qualche anno per capire che cosa gli amministratori locali e i loro referenti nazionali hanno fatto per lo stabilimento siderurgico e, quindi, anche per la città di Taranto dopo le elezioni amministrative del 2017 e le politiche del 2018. Il primo passo è stato l’approvazione da parte del governo Lega-M5S, con l’avallo di Cgil, Cisl, Uil e Usb, della cessione dell’ex Ilva ad Arcelor Mittal, con l’accordo del 6 settembre 2018. Un accordo che il vice primo ministro Di Maio aveva definito “il migliore possibile in una situazione difficile”! In effetti presto si era rivelato un ottimo accordo per il colosso franco-indiano dell’acciaio, che aveva ricevuto mano libera da governo e sindacati prima cacciando 6.000 operai, dei quali 2.600 a Taranto, e dopo in fabbrica. Non fu però un buon affare per il M5S che alle politiche aveva fatto il pieno di voti promettendo la chiusura del siderurgico e la riconversione: pochi mesi dopo i deputati furono accolti da operai e ambientalisti al grido “Siete morti a Taranto! Vergogna, traditori!” e con le bandiere bruciate in piazza.
Poi, ad agosto 2019, il governo giallo-verde, prima di andare a casa, varò in tutta fretta il decreto legge con le tutele legali per Arcelor Mittal legate all’attuazione del Piano ambientale, la cosiddetta “disposizione salva Ilva”. In pratica lasciava lo scudo penale, altro svanito cavallo di battaglia dei 5 stelle, e la multinazionale poteva continuare a inquinare senza timore di processi penali fin quando avesse completato l’ammodernamento degli impianti, mai iniziato! Subito dopo nessun politico batté ciglio all’annuncio da parte di Arcelor Mittal della cassa integrazione ordinaria per 1.395 operai a partire dal 1° luglio 2019, per 13 settimane consecutive. La multinazionale aveva addotto come ragione “la crisi del mercato”, incontrando la comprensione di molti e le perplessità finte di chi fingeva di apparire più critico. Chi aveva promesso (M5S e non solo), e poi disatteso, la chiusura dello stabilimento o, in subordine, delle parti più inquinanti, in nome della garanzia del lavoro – la ragione per cui agli operai in primo luogo e alla città di Taranto sono stati fatti ingoiare morti, malattie, inquinamento e devastazioni ambientali –, non sapeva che pesci pigliare di fronte a un annuncio che era un’autentica beffa.
Dopo aver incassato lo scudo penale e la prima cassa integrazione ordinaria, a inizio 2020 Arcelor Mittal minacciò per finta il recesso, cioè l’abbandono di Taranto, per imporre nuove condizioni: altri 3.000 operai in cassa integrazione. Vinse facilmente. E con la multinazionale franco-indiana vinse il governo giallo-rosso (Pd-M5S-Italia Viva-Liberi e Uguali), i cui obiettivi, per voce del primo ministro Conte, erano “fare del polo siderurgico di Taranto un leader europeo dell’acciaio verde, con il passaggio dal carbone al gas, e arrivare a un nuovo rapporto contrattuale che preveda un investimento pubblico nella società che gestisce l’impianto. Tutto ciò sul presupposto che Arcelor Mittal revochi il proposito di recesso e rinunci all’azione civile intrapresa presso il Tribunale di Milano”. Con essa vinceva anche l’opposizione di centro-destra, che si era sempre opposta all’eliminazione dello scudo penale e plaudeva sia alla sua reintroduzione come frutto della propria pressione politica sul governo sia alla conferma della presenza della multinazionale a Taranto.
La cassa integrazione imposta con l’alibi della pandemia da Covid-19 e le centinaia di milioni di euro ricevuti dalla multinazionale con l’entrata del capitale pubblico italiano in Acciaierie d’Italia e accompagnati da altra cassa integrazione sono storia dei nostri giorni, fatta pesare sulla pelle degli operai con il pieno appoggio prima del governo Conte II e dopo del governo Draghi, opposizione compresa. Tutto il resto in questi anni è stato sempre gioco delle parti, come quello del ricandidato sindaco Melucci, che, dopo l’annullamento da parte del Consiglio di Stato della decisione del Tar di Lecce di fermo degli impianti per ragioni ambientali (riprendendo un’ordinanza emessa da Melucci sulla spinta popolare), accusava il consiglio di Stato di “non occuparsi della salute di mezzo milione di cittadini, assecondando un percorso ormai consolidato. Noi continueremo a lottare comunque a ogni grado di giudizio, andremo fino alla Corte Ue per tutelare la salute dei cittadini”. A Melucci interessavano i “cittadini”, si era guardato bene dall’andare ad arringare gli operai. Adesso ha potuto spendere la sua ordinanza nella campagna elettorale, anche presso gli ambientalisti, e farsene un vanto per la carriera di politico borghese. Ma gli operai di Acciaierie d’Italia, schiavi nelle mani dei padroni e pedine elettorali nelle intenzioni dei politici, che se ne fanno di questi giochi delle parti? Hanno invece tutto l’interesse a ribellarsi ai primi e deludere i secondi disertando le urne elettorali, a cominciare dalle amministrative di domenica.
L.R.

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