LA STRAGE NON SI PUÒ NASCONDERE, I RESPONSABILI SÌ

La Repubblica ha fatto un largo servizio sui 1000 operai morti sul lavoro in dieci mesi, ha distribuito le colpe all’intera società italiana, si è dimenticata però dei veri colpevoli: i dirigenti d’azienda e la loro fame di  guadagni. Che strano.
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La Repubblica ha fatto un largo servizio sui 1000 operai morti sul lavoro in dieci mesi, ha distribuito le colpe all’intera società italiana, si è dimenticata però dei veri colpevoli: i dirigenti d’azienda e la loro fame di guadagni. Che strano.


Caro Operai Contro, “La Repubblica” uno dei maggior quotidiani della famiglia Agnelli, il 30 novembre 2021 apre la parte alta della prima pagina titolando: «1000 sono i morti per lavoro in dieci mesi. Mai così tanti». Ai lati 24 foto di operai deceduti. Partono 2 articoli che proseguono nelle pagine interne, riprendendo le foto e descrivendo come questi operai sono morti sul lavoro.
Corredato di grafici sui settori, le nazionalità, il genere e le fasce di età più colpite, il servizio è però fatto in modo che non compaia la responsabilità dei padroni in questa strage quotidiana.
Si parla di “caduti sul lavoro” fin dalle prime righe come se appartenessero ad una realtà “neutrale”, raccolti in un: «bollettino del “crimine di pace” che dovrebbe pesare sulla coscienza dell’intera società italiana, politica istituzioni imprese sindacati».
La frase dà per assodata come “normalità”, il fatto che queste tragedie avvengono nella condizione di subalternità degli operai, nel rapporto di lavoro salariato. Non c’è niente di naturale, tantomeno si tratta di “crimini di pace”, perché tra padroni e operai c’è solo guerra, aperta o sotterranea ma sempre guerra, quindi sono crimini prodotti dalla corsa per il massimo profitto.
Si tira in ballo una presunta comunità nazionale che deve affrontare il problema dei morti sul lavoro come un fatto di “coscienza dell’intera società italiana”, per far sentire tutti colpevoli, dalle imprese ai sindacati, dai padroni agli operai. Vittime e carnefici messi sullo stesso piano, per assolvere con questa operazione i veri colpevoli: i padroni, i loro politici, il governo Draghi che nel decreto del 15-10-21, (qui, nell’articolo “Lavorare in nero morire in nero”) si è “dimenticato” la prevenzione primaria, per l’incolumità degli operai al lavoro.
Introdotta la realtà delle morti sul lavoro a suo uso e consumo, il giornale della famiglia Agnelli ammonisce: «si deve intervenire per porre fine ad un’emergenza insopportabile». E subito viene assolto Draghi: «Il governo a onor del vero, lo ha fatto: con il decreto che rafforza poteri e dotazioni dell’Ispettorato nazionale del lavoro e inasprisce le sanzioni alle imprese; con la obbligatorietà della Durc, cioè la valutazione di congruità per le aziende edili. Ma ovviamente non può bastare, perché restano da vincere le resistenze burocratiche che rendono inapplicabili le norme, così come le “gelosie” tra poteri in campo (Ispettorato, Regioni con le Asl, Inail, Inps) che, per dire, non rendono possibile la creazione di una banca dati unica sulla sicurezza del lavoro».
Domanda: ma allora che ha fatto il governo Draghi se il suo decreto e le sue norme sono inapplicabili? Dovremmo quindi dare la colpa delle morti sul lavoro alle “resistenze burocratiche”, alle “gelosie tra poteri in campo” invece che ai padroni? Per non disturbare la sensibilità di casa Agnelli, sugli infortuni e i morti nelle sue fabbriche idem per gli altri padroni?
Il servizio di Repubblica riconosce tra le cause dei tanti infortuni anche mortali, la precarietà del lavoro, il timore di perderlo e restare senza salario, la «fretta imprenditoriale» tra i motivi che prevalgono sulla sicurezza. Dichiara pure che dai dati ufficiali dei morti sul lavoro, restano fuori operaie e operai in nero e immigrati senza permesso di soggiorno. Se “restano fuori” come mai visto l’ampio servizio, Repubblica non è andata a cercarli? Ha paura di scoprire che sono tanti a “restare fuori”?
Il servizio si conclude auspicando «più formazione insieme tecnica e culturale per tutti, lavoratori e datori di lavoro». Ancora una volta si mette sullo stesso piano responsabilità del padrone, che dovrebbe garantire l’incolumità a chi lavora, e gli operai che s’infortunano e muoiono perché il lavoro lo fanno materialmente fra macchinari e in condizioni ambientali che il padrone si guarda bene dal mettere in sicurezza.
Riguardo la formazione vera e la prevenzione primaria, siamo fermi, alla promessa mai realizzata di 10 anni fa, quando la Conferenza Stato-Regioni, s’impegnava a definire la vigilanza sui formatori per la sicurezza. Un impegno ufficialmente definito il 21-12-2011, solennemente ufficializzato il 12-01-2012, ma rimasto lettera morta, con la complicità dei governi avvicendatisi in 10 anni, che hanno peggiorato la situazione, tagliando fondi per la sicurezza e oltre 5 mila ispettori.
Per la Repubblica e i quotidiani di casa Agnelli questo non fa notizia. Preferiscono “sbattere il mostro in prima pagina” dei “caduti sul lavoro” come “catastrofi sociali”, in fondo pensano che in qualche misura questo sia un prezzo da pagare al “progresso della civiltà”. Gli operai pagano con la vita il ciclo di accumulazione del capitale e le sue brutali necessità. Con infortuni e morti sul lavoro in aumento i padroni e il loro governo, si prodigano con i loro mezzi d’informazione finiscono per spacciare questi omicidi come “fatalità del destino”.
Saluti Oxervator

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