I PADRONI EQUO E SOLIDALI

La concorrenza fra loro spinge i padroni a spostare la produzione laddove il costo della manodopera è al momento più basso, creano così nuovi schiavi ma generano contemporaneamente i presupposti per la rivolta!
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La concorrenza fra loro spinge i padroni a spostare la produzione laddove il costo della manodopera è al momento più basso, creano così nuovi schiavi ma generano contemporaneamente i presupposti per la rivolta!

Il Bangladesh è il secondo produttore di abiti pronti nel mondo dopo la Cina. Un paese strategico anche per il tessile di casa nostra, che vale per le aziende Italiane quasi 1,2 miliardi di euro l’anno.
Tra i grandi committenti di brand famosi in tutto il mondo, oltre alle Italiane Benetton e Piazza Italia, ci sono marchi come H&M, Primark, Mango, Auchan, Wlmont, El Corte Ingles, Zara e Carrefour, Adidas, ecc..
Nel 2019 l’industria dell’abbigliamento ha generato 2,500 miliardi di dollari di ricavi globali, il che ne fa uno dei settori economici più importanti al mondo. I padroni grazie allo sfruttamento degli operai fanno una montagna di profitti, con la delocalizzazione di fabbriche in aree periferiche dove il costo del lavoro è ancora più basso che in quelle centrali. La possibilità di aumentare i profitti è talmente favorevole alla classe capitalista, da rendere questa operazione indispensabile.
Le fabbriche di tutto il mondo sono “campi di prigionia del lavoro” e quelle del Bangladesh li rappresentano perfettamente. La giornata di lavoro è di 14/16 ore e i padroni preferiscono donne e bambini come operai, infatti essi rappresentano 80% della forza lavoro, di età compresa tra i 14 e 29 anni. Le giovani donne anche le bambine subiscono il trattamento peggiore, perché a loro oltre allo sfruttamento massacrante sul lavoro si aggiunge lo sfruttamento dei loro corpi, attraverso la regolare pratica dello stupro. I salari a malapena riescono a garantire la sopravvivenza. D’altra parte, sopravvivere in queste condizioni, non è facile. Anzi la sicurezza di far ritorno a casa la sera non c’è mai.
La lista degli “incidenti” è lunga, e che incidenti!!! Sono palazzi che crollano o prendono fuoco e dove la possibilità di salvarsi è praticamente nulla, dal momento che gli operai vengono chiusi dentro e quindi non hanno la possibilità di fuga in caso di incendio, come è avvenuto nell’ultima strage in ordine di tempo.
Luglio 2021 una fabbrica di succhi di frutta situata a Dhaka in un edificio di 7 piani prende fuoco. 52 morti, almeno 16 bambini dispersi. Il precedente “incidente” è datato 2013 il crollo del Rana Plaza uccide 1133 operai.
Ma il capitale nel suo smisurato e cieco impulso, nella sua voracità da lupo mannaro di plusvalore, scavalca non soltanto i limiti massimi morali della giornata lavorativa, ma anche quelli puramente fisici. Usurpa il tempo necessario per la crescita, lo sviluppo e la sana conservazione del corpo. Ruba il tempo che è indispensabile per il consumare aria libera e luce solare… Lesina sul tempo dei pasti e lo incorpora, dove è possibile nel processo produttivo stesso, cosicché al lavoratore viene dato il cibo come a un puro e semplice pezzo di produzione, come si dà carbone alla caldaia a vapore, come sego ed olio alle macchine. Riduce il sonno sano che serve a raccogliere, rinnovare e rinfrescare le energie vitali, a tante ore di torpore quante ne rende indispensabili il ravviamento di un organismo assolutamente esaurito” [Marx, “Il Capitale” cap.10]. Non è che a citare Marx si fa sempre bella figura … piuttosto a citarlo non si sbaglia mai …
Le condizioni degli operai del Bangladesh riportano alla memoria le condizioni della classe operaia in Gran Bretagna descritte da Engels, nel suo libro “Le condizioni della classe operaia in Inghilterra” (1845). D’altra parte la legge del 1848 approvata in Inghilterra per limitare la giornata lavorativa a 10 ore, è entrata in vigore in Bangladesh nel 2007. Quindi la citazione del pensiero di Marx non è affatto fuori luogo e tempo. Le lotte e le mobilitazioni della classe operaia del Bangladesh hanno scatenato una immediata reazione da parte del governo, la repressione non si è fatta attendere. Hanno costituito una “Crisis Management Cell” (cellula di gestione della crisi Ndr) e una Polizia Industriale, con lo scopo di reprimere nel sangue le lotte degli operai. In una prima fase i capitalisti del Bangladesh non hanno ritenuto necessario utilizzare i sindacati per controllare la lotta, in parte ciò è dovuto anche all’inesperienza e debolezza dei sindacati stessi. Ma la “lungimiranza” dei padroni, grazie anche all’esempio dei paesi a capitalismo avanzato, ha permesso nel 2006 di riconoscere il diritto ad organizzarsi in sindacati, proprio per lasciare a loro così come avviene da noi da molto tempo il compito di controllare e normare la rabbia operaia, così come gestire la vendita della forza lavoro.
Non a caso sono proprio loro, i sindacalisti collusi, a farsi carico oggi di chiedere che “le aziende internazionali conducano un commercio “equo” con le fabbriche di vestiti in Bangladesh, che tradotto significa che i capitalisti nazionali dovrebbero prendere una fetta maggiore dei profitti. Questo però non coincide affatto con gli interessi della classe operaia, che da un avanzamento della classe capitalista nazionale non trae nessun beneficio, perché, in Bangladesh, così come nel resto del mondo, l’unico beneficio vero e duraturo per gli operai sarebbe una società senza classi. Se sono sempre attuali le analisi di Marx trascorsi 150 anni, ed è la realtà che ce lo dimostra, vuol dire che è sempre attuale e imprescindibile per gli operai di tutto il mondo la necessità di una formazione di una organizzazione politica propria che colleghi le esperienze del proletariato internazionale.
Si potrebbe dire “niente di nuovo sotto il cielo”, eppure ci sono sempre tanti ostacoli, che impediscono questo passaggio così naturale da sembrare ovvio. Avere il controllo delle lotte e delle trattative da parte della classe operaia è sicuramente una condizione necessaria per convincersi che a livello mondiale la forza della classe degli operai è tanta e tale da poter contrastare gli interessi dei capitalisti.
La subdola meschinità dei padroni è tale da permetter loro di proporre essi stessi la soluzione dei problemi causati dalla brutalità dello sfruttamento da loro stessi perpetrato nei confronti di altri uomini, donne e bambini.
Come nel caso del Bangladesh, ma gli esempi sono tanti, i liberali moderni chiedono di rendere lo sfruttamento “equo”, vorrebbero che le condizioni “orribili” di lavoro nei paesi periferici siano “migliorate”.
Si costituiscono così organizzazioni come “Clean Clothes Campaign” (campagna per un abbigliamento pulito) affiancata in Italia dall’organizzazione “Abiti Puliti “che hanno siglato con alcune grandi aziende, le stesse che delocalizzano in Bangladesh, un protocollo, che prevede che i loro capi di abbigliamento abbiano una etichetta che “certifichi” il loro impegno per il commercio equo. Non rinunceranno mai ai grandi profitti che ricavano dallo sfruttamento degli operai, ma se serve ai loro guadagni e a far stare più “tranquilli” i borghesi benpensanti, quando vanno a fare le loro compere, sono disposti a metterci una “pezza”. Non sono una novità gli slogan nelle grandi catene di distribuzione (vedi coop) che spergiurano che questa o quella merce è stata prodotta senza sfruttamento della forza lavoro. Forse perché le mani di chi produce la merce da loro venduta, non sono manine di bambine/i, ma mani grandi e callose di adulti, che comunque sono costretti a vendere la loro forza lavoro ad un prezzo infinitamente irrisorio rispetto al guadagno che ne ricavano i capitalisti. Ma forse i benpensanti borghesi pensano che “quell’orribile immagine” delle fabbriche come galere e come carnai dove si muore in massa, bambini inclusi, appartenga solo ai paesi come il Basngladesh, tenuti nelle stesse condizioni del 1800. Ritengono che tutto ciò sia causato da uno “sfruttamento sfrenato”. La stampa liberale borghese piange le solite lacrime di coccodrillo per questo trattamento riservato agli operai da quella parte del mondo, e predica una maggiore “morale” da parte di questi capitalisti “cattivi”, sostenendo che se solo fossero meno avidi potrebbero agire “moralmente” e rendere lo sfruttamento più “equo” e “sostenibile” proprio come nella parte del mondo più avanzata. Ma l’esistenza stessa della classe dei capitalisti si fonda sullo sfruttamento della classe operaia. Non c’è alcun modo di rendere questa condizione più “equa”, la si può solo combattere, attraverso la lotta della classe operaia di tutto il mondo.
S.O.

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