WHIRLPOOL NAPOLI. È IL GIORNO DEI LICENZIAMENTI.

Due anni di vertenza che i sindacati hanno condotto con rituali precisi, ben rodati nella sterminata storia di vertenze finite con un pugno di mosche per gli operai. Gli operai Whirlpool potranno mai accontentarsi di questo ennesimo fallimento?
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Due anni di vertenza che i sindacati hanno condotto con rituali precisi, ben rodati nella sterminata storia di vertenze finite con un pugno di mosche per gli operai. Gli operai Whirlpool potranno mai accontentarsi di questo ennesimo fallimento?

Durante l’incontro online di stamattina tra azienda, sindacati e la vice-ministra dello sviluppo economico, Todde, Whirlpool ha ufficializzato l’avvio della procedura di licenziamento. E lo ha fatto usando la voce grossa, mettendo in riga i suoi interlocutori: “siamo il più grande investitore e produttore di elettrodomestici in Italia, quindi consapevoli di quel che facciamo”. Chi aveva qualche dubbio sul governo come comitato di gestione degli affari padronali, se lo può anche togliere. Il governo «prende atto» delle scelte del padrone Whirlpool, non prima di aver tentato di persuaderlo a tenere in vita la vertenza per altre 13 settimane con l’utilizzo di ammortizzatori sociali a costo zero. “Per l’azienda accettare la proroga della Cig, rinviando l’avvio della procedura di licenziamento, è una scelta che non pesa minimamente” ha detto Todde, ma l’azienda, che ha sempre tirato dritto per la sua strada in questi due anni di vertenza, ha rifiutato l’invito e lo ha fatto secondo calcoli ragionati: preferisce liberarsi ora della zavorra dello stabilimento di Napoli e presentarsi con le mani libere e senza pendenze al tavolo di ottobre per il rifinanziamento del Piano Italia, dove si discuterà di incentivi e sgravi per tutti gli altri stabilimenti italiani del gruppo, e dove i bocconi da prendere sotto forma di aiuti statali sono ben più ghiotti. Ad ottobre le casse di Whirlpool verranno rimpinguate come si deve, con una buona parte di soldi derivanti dal nuovo Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), per cui qualsiasi cavolata di strategia aziendale promossa col marchio “green” beneficerà di sostegni e accrescerà i profitti. In questo quadro di “interessi generali”. I 350 operai dello stabilimento di Napoli sono più che sacrificabili. Ogni attore ha fatto la sua parte: il padrone, abituato a far poche chiacchiere, con la consapevolezza degli obiettivi da raggiungere. Il governo, anzi i governi che si sono succeduti nella gestione di questa vertenza, hanno allungato il brodo, con ipotetici scenari di trattativa con l’azienda per la riapertura del sito napoletano, oppure, quando la situazione vacillava, gettando fumo negli occhi con dei possibili piani di reindustrializzazione. E poi i sindacati, questi pontieri della malora, che hanno avuto dalla loro la facilità di mantenere stabilmente il controllo su una collettività operaia disarmata, disorganizzata, affidatasi totalmente alle loro sagaci prese per i fondelli. Durante i presìdi, alle assemblee, hanno tessuto le trame per incatenare gli operai alle loro decisioni: “senza di noi, vi esponete alla rappresaglia dell’azienda”, “bruciate qualsiasi possibilità di sblocco di questa vertenza”, tuonavano questi cani addestrati nelle segreterie allo scoppio del minimo segnale di protesta. Abili a far leva sulla paura e l’indecisione che grava su una collettività di operai stretti tra l’assenza di prospettive, il baratro della disoccupazione, e l’incapacità ad accumulare forze per rispondere con una lotta incisiva che badasse al sodo delle questioni, ai propri interessi di parte. Due anni di vertenza che i sindacati hanno condotto con rituali precisi, ben rodati nella sterminata storia di vertenze finite con un pugno di mosche per gli operai: appelli e inviti alle istituzioni di ogni ordine e grado, sempre riconosciuti come interlocutori da cui attendere la mano aperta, inutili passeggiate per le città e sit-in sotto i palazzi istituzionali, o forse meglio dire utili per tenere sempre gli operai a distanza di sicurezza dalla propria fabbrica (chiusa con i catenacci sotto i loro occhi e con l’avallo dei sindacati il 31 Ottobre 2020, ultimo giorno di lavoro alla Whirlpool), intervalli con frasi ad effetto, come “ci sarà un Vietnam”(Rosario Rappa, Segretario Generale Fiom Napoli) per far credere che da lì a poco qualcosa veramente sarebbe successo. Portati in giro con traiettorie ordinate e ben studiate, alimentati con speranze rinnovate a cadenza mensile, gli operai della Whirlpool sono stati condotti dove sono oggi: nessuna soluzione, nessuna legge che inchiodasse Whirlpool al rispetto degli accordi, nessuna riapertura del sito, nessun piano di ricollocazione pronto, l’unica certezza sono le lettere di licenziamento che l’azienda ha inviato. Negli ultimi mesi il “Vietnam” dei sindacati unti si era avvitato attorno alle preghiere rivolte al governo affinché il blocco dei licenziamenti non venisse tolto. Landini e quegli altri delle segreterie nazionali con la fine del blocco dei licenziamenti hanno poi scoperto il “Far West”, che le aziende si permettono pure di licenziare dopo l’accordo che i sindacati avevano trovato con il governo e Confindustria, senza neppure avere il buon senso di rispettare quel contentino che consiste in una promessa di impegno ad utilizzare la cassa integrazione prima di procedere ai licenziamenti. Landini e gli altri ci tenevano a quel contentino, era la benedetta foglia di fico che li aveva portati a dire che “le dure giornate di lotta” e “le mobilitazioni” avevano raccolto i loro frutti. Ora, quelli che hanno “confuso” la lotta ai licenziamenti con il blocco (temporaneo) dei licenziamenti (l’ultimo rifugio per chi non sa più stare in equilibrio tra connivenza al sistema padronale e ruolo di rappresentanza di interessi opposti), che girano con il piattino dell’elemosiniere, si ritrovano travolti dalla merda che hanno seminato (altro che Far West): Gianetti Ruote prima, poi Gkn, oggi Whirlpool. Che cosa hanno fatto di concreto per respingere la prospettiva del disastro sociale di cui oggi parlano? Agli operai: a cosa serve affidarsi a questi sindacati che non sono neanche più capaci a trovare un prezzo anche misero per la nostra forza-lavoro? Che ci tengono divisi in tante parrocchie, disuniti, disorganizzati, impreparati, e che ci chiedono puntualmente di seguirli fin dentro la fossa? La nostra fossa, mai la loro. Alla Whirlpool non sono stati neppure capaci di guardare in faccia gli operai nell’ora in cui le agenzie battevano la notizia del loro licenziamento. L’assemblea prevista per il pomeriggio è slittata a domattina. Prendono tempo, dovranno trovare le parole e le forme adatte per rabbonirli ancora. E noi, come operai, ci faremo trovare ancora disposti a seguirli, a credergli, ancora disposti a rabbonirci? Le armi per convincerci a fare come loro dicono non mancano neanche questa volta: padroni e governo già stanno affilando gli strumenti per parare gli eventuali colpi, c’è la promessa di trasferimento nel sito Whirlpool di Varese per alcuni, l’esodo incentivato per altri, un indennizzo di circa cinquantamila euro per chi durante i 75 giorni previsti per la procedura di licenziamento andrà a licenziarsi volontariamente. Loro hanno già gli argomenti e gli strumenti pronti per affossarci e dividerci ancora. Se come operai non ci liberiamo delle speranze fasulle, delle vuote interlocuzioni dei falsi rappresentanti dei nostri interessi, dei rituali inutili, dei meccanismi che ci hanno costretto ad ingoiare tutto, ne usciremo a pezzi anche questa volta.
A. B.

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