ALLA GKN I PADRONI POSSONO ROMPERSI LE CORNA

Alla GKN padroni e sindacalisti preparano il solito copione: chiusura della fabbrica, intervento del governo, un po' di ammortizzatori sociali al posto del reddito di cittadinanza e poi tutti a casa.
Gli operai della GKN hanno dimostrato più volte di essere determinati.
A Firenze possiamo vedere un altro film.
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Alla GKN padroni e sindacalisti preparano il solito copione: chiusura della fabbrica, intervento del governo, un po’ di ammortizzatori sociali al posto del reddito di cittadinanza e poi tutti a casa.
Gli operai della GKN hanno dimostrato più volte di essere determinati.
A Firenze possiamo vedere un altro film.

GKN di Campi Bisenzio annuncia con una mail ai suoi dipendenti che chiude. Ne approfitta dell’assenza dei dipendenti per un PAR concordato con i sindacalisti.
Lo stabilimento vicino Firenze lavora per il settore automobilistico, produce soprattutto per l’ex FCA, ora Stellantis ed appartiene ad una multinazionale.
Pochi giorni dopo l’annuncio dell’accordo governo-sindacati-Confindustria sul “blocco” dei licenziamenti, è il secondo stabilimento che chiude, a dimostrazione che quell’accordo è una presa in giro e rappresenta una “grande vittoria dei lavoratori” solo per i sindacalisti.
Il padronato va dritto per la sua strada. Le fabbriche che rimangono aperte sono solo quelle che assicurano i più alti profitti nella crisi. Quelle poco remunerative vengono chiuse.
I padroni approfittano del fatto che gli operai sono deboli. Le organizzazioni sindacali che dovrebbero rappresentarli sono uno strumento in mano al padrone: firmano tutto quello che gli industriali chiedono loro, dividono gli operai in tante parrocchie indebolendo la loro forza come collettività.
Il padronato sa tutto questo e, spinto dalla sua corsa verso il massimo profitto, ci va giù determinato. Quello che si aspetta è tuttalpiù la solita tiritera con le “istituzioni” e i sindacalisti, che non cambierà di una virgola le sue decisioni, ma servirà a sganciarsi senza problemi, recuperando con tranquillità quanto di valore hanno lasciato in fabbrica.
L’esperienza insegna ai padroni che finché gli operai saranno controllati da questi sindacati e non avranno una loro organizzazione indipendente e determinata, avranno buon gioco. In questa situazione possono permettersi tutto, anche licenziare via mail i propri dipendenti. Possono fregarsene delle “raccomandazioni” presenti negli accordi tra Confindustria, di cui GKN fa parte, governo e sindacalisti.
Per gli operai è ora di cambiare strada. Basta con i sindacalisti che indeboliscono noi e rinforzano il padrone. Basta con le parrocchie sindacali. C’è bisogno di un’organizzazione indipendente degli operai per la lotta generalizzata ai padroni e al loro sistema.
Gli operai della GKN hanno dato spesso dimostrazione di non essere gente che cala la testa ed è già abbastanza avanti sulla strada di cominciare a difendersi in fabbrica in proprio, indipendentemente dai sindacati e spesso contro di essi.
I padroni GKN hanno esplicitato in modo chiaro quale è la strada che tutti i padroni seguiranno nella crisi.
Non chiedono neanche più le chiusure concordate, vanno direttamente al dunque.
Gli operai ne stanno prendendo atto.
Ed è proprio alla GKN che i padroni rischiano di rompersi le corna.
Un primo importante segnale già è stato dato. Appena ricevuta la mail, gli operai che si sono subito recati allo stabilimento non hanno accettato di restarne fuori, malgrado l’azienda si fosse già premunita di assoldare per questo scopo guardiani esterni. Gli operai sono entrati in fabbrica, prendendone il controllo e presidiandola in permanenza, anche di notte. In questo modo, da subito, alla decisione del padrone di chiudere la fabbrica si è contrapposta la decisione operaia di lasciarla aperta. Un braccio di ferro che dovrà protrarsi per tutta la durata della vertenza. Il formale diritto di proprietà del padrone contro il diritto sostanziale degli operai, che con il loro lavoro sfruttato hanno pagato e ripagato capannoni e macchinari.
I sindacalisti correranno dietro agli ammortizzatori sociali e agli aiuti governativi al padrone per tener aperto lo stabilimento. Film già visti, in cui, alla fine, il padrone immancabilmente, fa quello che ha deciso. Ricordiamoci della Whirlpool.
Alla GKN si può mettere in scena un copione diverso! Perché chiudere uno stabilimento perfettamente funzionante? Perché oltre 420 famiglie devono andare in miseria? Tutto questo solo perché ad un gruppo di parassiti che non hanno mai lavorato in vita loro, quella fabbrica fa mettere in tasca meno di quello che prevedevano?
Un esempio di come una battaglia contro la chiusura di una fabbrica si porta avanti fino a vincere contro il padrone, lo diedero nel 2008 -2009 gli operai della INNSE a Milano dove piegarono il padrone Genta. Era una collettività operaia cosciente della propria forza e del fatto che il padrone vive sulle spalle degli operai ed è sempre un nemico e su questi presupposti si organizzarono.
Alla GKN è possibile ripetere quella esperienza
I sindacalisti hanno una bella gatta da pelare, e non è un caso che, insieme a politici e istituzioni, cercano da subito di spostare l’attenzione dal centro dello scontro su altre questioni. Le critiche alla multinazionale si concentrano sulla modalità di comunicazione del licenziamento, come se non fosse la prima volta. Anche all’INNSE di Milano, tanto per ricordare ancora una volta l’esempio vittorioso di come gli operai possono affrontare queste battaglie, il padrone Genta avvisò gli operai con un telegramma, spedendolo solo dopo che il venerdì essi avevano concluso regolarmente il turno di lavoro. Per i sindacalisti l’attenzione si concentra sull’utilizzo degli ammortizzatori sociali che il governo ha messo a disposizione e che l’azienda rifiuta. Pur di scongiurare la chiusura dello stabilimento, ci si dichiara anche pronti a ricercare ed utilizzare tutti gli incentivi possibili a sostegno dell’azienda. Lo dice senza pudore Flavia Capilli, segretaria provinciale Fim Cisl Firenze: “Ci auguriamo di incontrare quanto prima i rappresentanti dell’azienda per capire se ci sono alternative a una chiusura, se ci sono problemi di crisi e di costi ce lo dimostrino e si cercano soluzioni, comunque si deve dare un ammortizzatore sociale ai dipendenti”. Non sarà facile a costoro imporre questa linea perdente agli operai della GKN. L’esempio della Whirlpool di Napoli è fin troppo recente. Lì gli operai hanno seguito i sindacalisti, si sono talmente fidati da lasciarsi chiudere i cancelli della fabbrica con i catenacci mentre loro erano ancora al lavoro per l’ultimo giorno, subendo l’umiliazione di dover uscire per un ingresso secondario, ed ora, dopo mesi di inutili processioni, sono ridotti ad elemosinare solo qualche settimana di cassa integrazione. Alla GKN ci sono tutte le condizioni che ciò non avvenga. La comunità operaia di quella fabbrica difficilmente accetterà di farsi dividere nella corsa all’ammortizzatore meno penalizzante o alla rincorsa di fumosi piani di ricollocazioni ed incentivi all’esodo del personale su cui sono esperti i sindacalisti. Né si lascerà ingannare da truffaldini piani di reindustrializzazione, come invece avvenuto all’Irisbus di Avellino, alla Fiat di Termini o alla Embraco in Piemonte. L’immediato presidio operaio degli impianti pone a tutti, in modo netto, una questione: perché mai, per salvaguardare gli interessi di un padrone, si dovrebbe accettare di chiudere una fabbrica funzionante?
F. R.

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