Giornale, Numero 20 del 20 settembre 2017

INDIA – CINA: LA LOTTA TRA I DUE GRANDI IMPERIALISTI DELL’ASIA

Redazione di Operai Contro, la guerra mondiale si avvicina. Non c’è solo lo scontro tra USA e Corea del Nord. Lo scontro tra i due colossi dell’imperialismo dell’asia è sempre […]

Redazione di Operai Contro,

la guerra mondiale si avvicina. Non c’è solo lo scontro tra USA e Corea del Nord.

Lo scontro tra i due colossi dell’imperialismo dell’asia è sempre più duro.

Sono ambedue paesi che possiedono l’arma atomica, sono i due paesi più popolosi del mondo. Entrambi in questi anni hanno accresciuto la loro potenza economica. Entrambi vogliono dominare nel sud-est asiatico.

Vi invio un articolo preso da occhidellaguerra.it

india-cina

L’arma segreta della Cina
per controllare il sud-est asiatico

 

Cina e India sono le due potenze asiatiche che si contendono il predominio demografico e industriale del continente cui appartengono. La Cina sta vincendo attualmente il confronto, grazie a uno sviluppo sociale, economico e politico certamente più forte rispetto a quello dell’India. Ma dalle parti di Nuova Delhi non sembrano intenzionati a piegarsi al predominio cinese sull’Asia, tanto che i recenti interventi militari indiani riguardo alla frontiera contesa di Cina e Bhutan rappresentano un segnale inequivocabile delle tensioni mai sopite fra i due giganti asiatici. Il motivo non risiede tanto in una rivalità culturale o politica, che è presente, ma nasce in particolare da un’esigenza dell’India di aprirsi ai mercati mondiali, in primis a quelli asiatici, rompendo la barriera cinese che funge da tappo all’export indiano. La Cina sta conquistano enormi fette del mercato mondiale, privando l’India della possibilità di esportare una quantità immensa di prodotti. Ed in questo senso, la posizione geografica indiana è inevitabilmente subalterna a quella cinese, dal momento che, almeno per via terrestre, le vie verso l’Asia centrale sono chiuse dal Pakistan e dalla Cina stessa

Questo potere “geografico”, se così possiamo definirlo, che la Cina possiede nei confronti dell’India, non è soltanto motivo della chiusura all’export indiano, ma anche un formidabile potere di controllo da parte di Pechino di una delle risorse principali non soltanto per la vita umana, ma anche per la stessa economia e sopravvivenza dello Stato indiano: l’acqua. La posizione della Cina rispetto al subcontinente indiano permette, infatti, al governo di Pechino di tenere per così dire “in ostaggio” un quarto della popolazione mondiale senza muovere un proiettile. Non servono i più moderni sistemi informatici né i più raffinati mezzi messi a disposizione delle forze armate della Repubblica Popolare, ma basta quello che la Cina già possiede: le dighe.

 Con oltre 87.000 dighe, il sostanziale controllo dell’altopiano tibetano, e la presenza delle sorgenti di dieci grandi fiumi da cui dipende l’approvvigionamento idrico ed energetico di due miliardi di persone, la Cina possiede probabilmente l’arma più potente del mondo per piegare il volere di uno Stato. Paradossalmente, e ovviamente con tutte le semplificazioni del caso, il semplice click su un interruttore in Cina può provocare blackout, fine del rifornimento idrico, siccità, oppure per assurdo inondazioni e catastrofi naturali nel caso in cui il governo cinese decidesse di aprire in un solo colpo il flusso d’acqua di alcune fra le sue principali dighe. Per comprendere l’importanza dell’energia idroelettrica per il soddisfacimento del bisogno energetico, basta riflettere su un dato: nel 1949, la Cina aveva meno di quaranta piccole dighe idroelettriche. Oggi il numero delle dighe cinesi supera l’insieme delle dighe presenti negli Stati Uniti, in Brasile e in Canada.

Nella parte inziale del Mekong, la Cina ha eretto sette dighe, ed ha in progetto la costruzione di altre strutture nei prossimi vent’anni. Solo una delle ultime dighe erette sul Mekong è in grado di produrre più energia idroelettrica di tutte le dighe del Vietnam e della Tailandia sullo stesso fiume. Questo aumento esponenziale delle attività di costruzione delle dighe ha avuto un impatto ambientale straordinario ed ha provocato il timore dei governi delle nazioni a valle, sulla possibilità che la Cina possa usare il flusso idrico per ricattare i vicini. Ipotesi finora negata radicalmente da Pechino, che anzi ha collaborato e ha molti accordi internazionali per evitare questo tipo di situazioni. Ma è anche vero che, in caso di conflitto, gli accordi lasciano spazio all’uso di ogni strumento per far terminare le ostilità.

Ed in effetti, pur senza un’intenzionalità provata, i vicini meridionali della Cina non hanno tutti i torti nell’essere preoccupati. In passato, l’India ha puntato il dito proprio contro l’aumento improvviso del flusso idrico dalle dighe cinesi, dopo che alcune inondazioni avevano causato danni da circa 30 milioni di dollari e ha lasciato 50.000 senzatetto in tutta l’India nordorientale. E oltre alle inondazioni, le dighe cinesi sono anche spesso ritenute responsabili dell’aggravamento delle siccità, che causa danni irreparabili all’agricoltura dei Paesi limitrofi. L’anno scorso, il Vietnam ha dovuto fare richiesta formale alla Cina per il rilascio di acqua dalla diga di Yunnan sul fiume Mekong proprio per evitare che la siccità devastasse le coltivazioni.

Questi due estremi non solo evidenziano l’impatto ambientale delle dighe cinesi, ma servono anche come richiamo all’influenza della Cina sui suoi vicini meridionali. Come i Paesi esportatori di petrolio o di gas utilizzano gli idrocarburi come strumento di politica estera e anche come ricatto nei confronti degli Stati che non hanno autonomia energetica, la Cina può fare lo stesso con l’acqua dei fiumi. La Cina ha negato da sempre queste accuse. L’anno scorso, in risposta alla crescente rabbia esplosa in India sul problema delle dighe cinesi, il Global Times – organo di stampa legato al governo cinese – definì come “immaginaria” una guerra dell’acqua fra Pechino e Nuova Delhi, ponendo l’accento sul ruolo fondamentale dello sviluppo di queste dighe per tutta la regione, le quali consentono il controllo dei flussi d’acqua e lo sfruttamento energetico. Resta comunque il fatto l’’acqua sia diventata una vera e propria arma della diplomazia cinese su tutti vicini meridionali, India compresa. Un’arma che avrà un impatto sempre maggiore sulla stabilità del Sud-est asiatico, soprattutto grazie alla crescente scarsità dell’acqua dovuta ai cambiamenti climatici e con la popolazione in costante aumento.

 

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