IL BORGHESE COLTO E I “LANZICHENECCHI”

Tutti, intellettuali, giornalisti e politici hanno mostrato disappunto su quello che Alain Elkann ha scritto su Repubblica, di cui è proprietario il figlio John. In realtà tutti la pensano come lui solo che non bisogna dirlo in pubblico
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Tutti, intellettuali, giornalisti e politici hanno mostrato disappunto su quello che Alain Elkann ha scritto su Repubblica, di cui è proprietario il figlio John. In realtà tutti la pensano come lui solo che non bisogna dirlo in pubblico

Per chissà quale motivo, Alain Elkann, il padre di John presidente di Stellantis, decide di spostarsi da Roma a Foggia in treno, un treno Italo. Viaggiando sì in prima classe, ma utilizzando il treno, mezzo di locomozione ormai abbandonato dai ricchissimi.

Il suo viaggio in compagnia di un gruppo di adolescenti, che per il comportamento tenuto, ha definito dei “lanzichenecchi”, diventa motivo di un articolo sulla pagina culturale di Repubblica, giornale di proprietà del figlio John. Alain Elkann è uno scrittore, evidentemente in questo viaggio su un mezzo di locomozione di “massa”, cercava proprio l’ispirazione per scrivere qualcosa.

Il racconto che ne esce fuori è la raffigurazione di due mondi diversi che non possono avere nessun contatto tra loro. Da una parte questo signore maturo, vestito di un completo di lino, con cartella di cuoio con dentro giornali, riviste e taccuino con stilografica per gli appunti. Dall’altra un gruppo, “branco”, di adolescenti in maglietta, pantaloncini corti, cappellino con visiera e immancabile iphone, tatuati e chiassosi nel loro parlare “sboccato” di calcio e di come rimorchiare le ragazze.

Il povero Elkann, per il suo articolo, ha avuto una miriade di critiche sulla maggior parte dei giornali il giorno dopo, sia da parte della cosiddetta sinistra, che da parte della destra. Apparentemente i primi criticavano “i contenuti classisti” dello scritto, compresi i giornalisti di Repubblica; i secondi individuavano nella posizione di Elkann il classico snobbismo degli intellettuali di sinistra. In realtà, entrambi manifestavano disappunto sul fatto che le opinioni espresse nell’articolo sul viaggio da Roma a Foggia, venissero da un rappresentante dell’alta borghesia nazionale. In fondo in fondo, erano tutti d’accordo con Elkann, ma certe cose non bisogna dirle, e men che meno se si appartiene alla parte privilegiata del baraccone sociale. I “lanzichenecchi”, che nel caso specifico potevano anche appartenere al ceto medio, notoriamente colto, dei commercianti, piccoli imprenditori, professionisti, visto che viaggiavano in prima classe anche loro; sono stati subito identificati dai nostri giornalisti, come i figli degli strati bassi della popolazione. E si sono chiesti: Perché spiattellare su un giornale l’opinione che un borghese ha di questa classe sociale così utile per far continuare a funzionare il baraccone da cui dipendono i loro stessi privilegi? Gli operai, i disoccupati, i poveri potevano offendersi di un attacco così diretto.

Alla fine a quelli delle classi alte della società, interessano i fatti, la sostanza, non la forma.

La sostanza è che buona parte della popolazione, passa la vita a lavorare per salari da fame e intere giornate schiava del macchinario su cui lavorano, per dare la possibilità a quelli come Alain Elkann, di vivere una vita privilegiata.

Se guardiamo la giornata tipo di un operaio Stellantis, azienda di cui la famiglia Elkann è tra i maggiori azionisti, vediamo che è, più o meno, di questo tipo:

Otto ore da dedicare ad un lavoro ripetitivo e faticoso che non ti dà nessuna gratificazione, né dal punto di vista estetico, culturale e psicologico, né dal punto di vista economico. Per andare e tornare da questo lavoro almeno due ore al giorno su mezzi “per pendolari”, i peggiori in assoluto tra i mezzi pubblici. Il “tempo libero” spesso dedicato ad altri lavori per arrotondare i salari insufficienti per sopravvivere. Gli stessi rapporti familiari appesantiti dalla ristrettezza economica. Unico sollievo, per qualche ora, la piazza, o la via del quartiere, con una birra al bar economico con gli amici, meglio se è possibile vedere nello stesso tempo una partita di calcio. Poi di nuovo a casa per dormire, se non c’è da fare il turno di notte. E così via fino alla vecchiaia, se va bene.

La generazione operaia precedente trovava almeno sollievo a questa vita di sacrifici, nel fatto che il figlio poteva liberarsi di questa cappa diventando, attraverso lo studio, “dottore”. Per un periodo, corrispondente al periodo di sviluppo capitalistico, tra gli anni sessanta e settanta del secolo scorso, questo poteva avvenire. Con le varie crisi e depressioni, da allora questa “mobilità sociale” si è sempre di più ridotta. Oggi, il figlio di un operaio, se diventa operaio a sua volta come il padre è già fortunato.

La maggior parte della popolazione vive così, o anche peggio, con lavori precari e pagati ancora meno, o addirittura senza lavoro. Una vita che è la negazione stessa della cultura, intesa come piacere del tempo libero, delle cose belle, fatta di interessi e curiosità appagate. Una vita tutta dedicata al lavoro semplicemente per sopravvivere, senza tempo e voglia per le “altre” cose che riempiono la vita dei ricchi.

I giornalisti che s’impegnano ogni giorno a far apparire questa realtà come “naturale”; che scrivono pagine intere per distogliere l’attenzione da questa contraddizione insanabile tra chi vive “pienamente” la propria vita, con le cose discutibili che piace loro fare, e quelli che ne sono esclusi, gli operai, sembrano dire a Alain Elkann:

«Che siano “brutti, sporchi e cattivi” lo sappiamo, ma perché spiattellarglielo in faccia in questo modo? Cosa si può aspettare da gente che ha sì e no quattro ore al giorno di “tempo libero”? Che crescano i loro figli facendogli leggere Proust? Che siano estimatori della “cultura”? [Ammesso e non concesso che leggere il Financial Times sia espressione di cultura e non informazione interessata di borghesi grassi e ignoranti sul rendimento degli affari]. Non svegliamo il cane che dorme. Continuiamo a raccontare la favola che siamo tutti uguali, tutti cittadini di questa beneamata società. Continuiamo a far credere che le opportunità per vivere bene sono alla portata di tutti, poi ci sono quelli che hanno le capacità per coglierle e quelli incapaci, che devono stare sotto. Ma perché dire a quelli che identifichiamo come schiavi moderni che loro sono anche esteticamente diversi da noi, loro brutti e noi belli?»

F. R.

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