TUTTI LIBERISTI, TRANNE CHE CON I “VIOLENTI” TASSISTI

Draghi al Senato sostiene: «Ora c’è bisogno di un sostegno convinto all’azione dell’esecutivo, non di un sostegno a proteste non autorizzate, talvolta violente». Ma poi lui cade e i partiti si accordano per lo stralcio dell’articolo sui tassisti dal ddl concorrenza.
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Draghi al Senato sostiene: «Ora c’è bisogno di un sostegno convinto all’azione dell’esecutivo, non di un sostegno a proteste non autorizzate, talvolta violente». Ma poi lui cade e i partiti si accordano per lo stralcio dell’articolo sui tassisti dal ddl concorrenza.


 

I tassisti hanno alzato i toni dello scontro, di giorno in giorno, per 2 settimane. I loro scioperi e manifestazioni si sono concentrate a Roma, obbiettivo tattico portare seriamente la protesta sotto i palazzi del governo, obbiettivo strategico il ritiro dell’articolo 10 al ddl concorrenza che prevedeva la liberalizzazione nei trasporti non pubblici. Oggi possiamo dire: TUTTI RAGGIUNTI. Come vedremo, non proprio pacificamente, ma ciononostante non ricevendo biasimi o condanne né da parte dei loro sindacati (tutti, dalla Usb alla perbenista Cgil), né dei partiti e degli organi d’informazione. Visto dalla parte degli operai, che vengono condannati immediatamente se solo provano ad accendere un fumogeno, o a fermare camion e crumiri ai picchetti delle fabbriche, è – diciamo – “curioso”.
Il tempo.it ne ha fatta la seguente cronaca il 14 luglio, la seconda settimana della protesta, quella decisiva: «Col passare del tempo la situazione sembra peggiorare ora dopo ora … un migliaio di tassisti provenienti da tutta Italia ha bloccato il centro di Roma a via del Corso, con cinque sindacalisti che hanno deciso di incatenarsi notte e giorno alla recinzione di piazza Colonna, proprio di fronte Palazzo Chigi, la sede del governo guidato dal premier Mario Draghi. I blindati della polizia sono all’erta con gli agenti schierati. I cori e gli slogan diventano sempre più assordanti … “La licenza non si tocca”, … “Draghi non ci venderai”. Esplodono bombe carta e i fumogeni verdi e blu rendono il tutto ancora più confuso. Non sono mancate nemmeno risse con feriti tra i tassisti stessi, in particolare tra un gruppo di napoletani oltranzisti contro altri romani e torinesi che hanno provato a sedare il tutto. Nel frattempo una vera e propria assemblea spontanea è nata intorno ai cinque colleghi incatenati. Si discute, si litiga anche ferocemente, ma alla fine si trova una quadra: “Dobbiamo restare qui”. I tassisti sono consapevoli di “avere tutti gli occhi del Paese puntati su di noi”. … “restiamo a presidiare Roma fin quando non saremo ascoltati come si deve”».

La fine della protesta è coincisa con la caduta del governo Draghi, non l’ha certo determinata, però ne è stata un tassello. E’ lo stesso Draghi a ribadirlo nel suo aggressivo discorso al senato, tutt’altro che accomodante nei confronti dei 5 Stelle e dei partiti di destra, forse conscio che da lì a poco non avrebbe più avuto il loro sostegno a governare. Così si è espresso il 20 luglio: «Ora c’è bisogno di un sostegno convinto all’azione dell’esecutivo, non di un sostegno a proteste non autorizzate, talvolta violente contro la maggioranza di governo». Il riferimento ai tassisti è parso così chiaro a tutti da meritare la replica della Lega, subito dopo nella stessa aula del senato. Solo che mentre Draghi si sarebbe aspettato se non delle scuse per aver dato seguito alle rivendicazioni dei tassisti, perlomeno dei distinguo dalle forme violente assunte dalle manifestazioni, dai banchi del senato sono invece pervenuti ancora sostegni ai tassisti. La violenta protesta dei tassisti non veniva condannata, aveva invece nuovamente fatto centro, non un biasimo da parte di nessuno, nessuna nota da parte della polizia sempre ben pronta a far partire denunce alla più piccola intemperanza delle manifestazioni operaie, nessun trafiletto di condanna sui giornali della borghesia, e anche qui siamo abituati a leggere dei corsivi scandalizzati quando le stesse azioni vedono coinvolti i cosiddetti “antagonisti”.
Insomma, due metri e due misure nei confronti di una categoria, quella dei tassisti (un’altra lobby quella dei gestori balneari), che da più di 16 anni, dal decreto Bersani del 2006, riesce a far valere le proprie rivendicazioni economiche e a rimandare ogni volta l’applicazione dei “sacri” principi di liberalizzazione dei mercati nel loro settore, ha propri rappresentanti in parlamento e fuori che non li rinnegano mai, neanche davanti ai toni e ai metodi violenti che usano nelle loro proteste, e che anzi vengono temuti dai loro oppositori. Sono socialmente una forza di qualche migliaia di persone, insignificanti numericamente rispetto agli operai, ma anche rispetto ad altre categorie di lavoratori (insegnanti o sanitari per esempio), ma che sanno come difendersi e da cui gli operai potrebbero ben imparare per le proprie rivendicazioni, pur sapendo che per differenza di classe saranno trattati dalle forze dell’ordine borghesi in maniera diversa.
I tassisti non sono rivoluzionari, anzi lottano per cercare di conservare vecchi privilegi economici di questa società, la licenza con il suo piccolo capitale iniziale e i guadagni derivanti dalle più alte tariffe a livello europeo ottenute dal contenimento dell’offerta del servizio. Gli attacchi non a caso in questo governo gli sono venuti da Draghi, dalle forze economiche più sensibili alle cosiddette liberalizzazioni europee, dalle multinazionali del settore come Uber e dal capitale più grande delle compagnie di noleggio con flotte di autoveicoli. Ma le forme di lotta che mettono in campo quelle sì che sono ai giorni d’oggi radicali, tanto da costringere tutti a rincorrerli e a riconoscergli la vittoria.
Confrontate una delle lotte operaie di questi anni con i tassisti, prendete la Whirlpool, gli operai di Acciaieria Italia (ex Ilva) di Taranto, gli operai Stellantis di Melfi o Pomigliano. Tutti i tassisti giunti a Roma in questi giorni fanno in numero gli operai di una singola di queste fabbriche, ma ben diversamente sono andate le cose. Se si guarda con mente lucida alle lotte operaie per non farsi chiudere la fabbrica, contro i licenziamenti, le condizioni di lavoro o salariali, vi troverete spesso la stessa apparente forma di protesta, le assemblee, gli scioperi, i presidi locali e quelli sotto i palazzi del potere, sotto i ministeri a Roma, persino gli incatenamenti, e allora cosa ha determinato per i tassisti la vittoria e per gli operai la sconfitta?
Proviamo a individuare alcuni punti.

I capisaldi della lotta.
Individuare dei capisaldi che non possono venire meno, non sono contrattabili e nessun sindacalista o rappresentante politico si può permettere di mettere in discussione, e per nessuna (poiché non c’è per la categoria) esigenza nazionale o economica superiore. “La licenza non si tocca” scandiscono i tassisti, il suo valore va salvaguardato, è il capitale iniziale, qualcuno di loro lo indica come una specie di TFR nel momento in cui si ritirano. La stessa determinazione non la si trova nelle lotte operaie, “il posto di lavoro non si tocca” – dicono anche loro – ma poi c’è sempre un politico o un sindacalista di mestiere che è pronto a trovare una esigenza economica superiore, le cosiddette leggi di mercato del padrone, e superiore deve diventare, e presto lo diventa, anche per gli operai. Eppure la perdita del posto di lavoro per l’operaio è ben più grave che la perdita di valore della licenza di un taxi. Si noti che proprio quelle stesse leggi del mercato sono state messe in discussione dai tassisti e alla fine l’articolo 10 che riguardava i tassisti è stato stralciato dal ddl soprannominato proprio decreto “concorrenza”, il tutto con il parere unanime delle forse politiche e anche Draghi se ne è dovuto fare una ragione. Cosa occorre ancora agli operai per individuare questi capisaldi dei propri interessi, ma soprattutto cosa deve ancora succedere prima che gli operai arrivino a imporli a chiunque come propri e insindacabili, fino a far pentire il sindacalista o politico che si sia solo pensato di poterli contrattare?

L’uso della forza
Il mestierante sindacale sugli operai Whirlpool afferma: “Adesso stiamo ancora riuscendo ad avere un’interlocuzione civile con tutti gli operai ma vorremmo evitare di ritrovarci in condizione di non poter più controllare la rabbia dei lavoratori”. Ora, a parte che da queste parole traspare che a condurre il gioco è il sindacalista e non gli operai stessi, e sarebbe anche ora che siano gli operai stessi a condurre direttamente lotte e trattative per evitare svendite, si ha qua un’altra sostanziale differenza con i tassisti. I tassisti hanno messo in campo la forza, promettendo che avrebbero bloccato Roma, di giorno in giorno aumentando lo scontro: nella prima settimana di luglio gli scioperi nelle varie città, la seconda settimana ritornando in massa a Roma e allo sciopero aggiungendo manifestazioni per arrivare fino ai “palazzi” (da qui gli scontri con la polizia, alla fine hanno sospeso tutto perché il governo era caduto e con esso la votazione del ddl, avevano promesso che se non ci fosse stato lo stralcio del loro articolo avrebbero continuato ad oltranza. Si intravvede un piano, un coordinamento tra i lavoratori di città diverse, e infine l’atto di forza, che non era una valvola di sfogo momentanea per controllare “la rabbia dei lavoratori”, da tenere sotto controllo, ma volutamente fatta crescere per intimidire gli avversari, convincere gli indecisi, mostrare a tutti i soggetti sociali la determinazione della categoria e la forza stessa delle proprie ragioni. E’ su questi presupposti che si risulta vincitori e anche il più acerrimo nemico è spinto a pensare che non valga la pena andare fino alle massime conseguenze dello scontro. Il ddl concorrenza nonostante il governo sia caduto va avanti e segue il suo iter, ma i tassisti possono stare tranquilli fino al prossimo attacco, l’art 10 che li riguardava è stato stralciato, loro hanno tolto le tende solo quando era chiaro che sarebbe andata così, non dopo un giorno di scampagnata a Roma, anche rumorosa, ma senza aver ottenuto nulla di concreto. Che è quello che succede invece, quasi sempre, agli operai nelle loro vertenze.

Ci fermiamo qui, sicuramente altri spunti di riflessione gli operai che si son messi sulla propria giusta strada sapranno ulteriormente svilupparli e applicarli nelle future lotte. Certo è, ad esempio, che mentre i tassisti toccano come classe di appartenenza corde sensibili nei partiti attualmente presenti in parlamento per comuni interessi economici, gli operai da questo punto di vista si trovano oggi messi male non avendo alcuna rappresentanza politica. E d’altra parte c’è una bella differenza tra gli antagonismi che sorgono tra fazioni della borghesia e gli antagonismi che inevitabilmente esprime l’ultima della classe di questa società con la borghesia stessa. Da una parte, si tratta di decidere come ripartire fra le classi superiori il profitto prodotto dal lavoro operaio, dall’altro, si tratta di stabilire quanto profitto devono produrre gli operai. Ecco perché tutte le classi superiori che vivono proprio di questo profitto sono portate spontaneamente a schierarsi contro le rivendicazioni operaie, che perciò non hanno altra scelta che di organizzarsi in proprio, anche costituendo un proprio partito.
R. P.

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