L’INTEGRAZIONE CONTINENTALE DELL’INDUSTRIA BELLICA E L’IMPERIALISMO EUROPEO

L'articolo di Domenico Moro è di particolare interesse per la descrizione puntuale dello stato di concentrazione dei capitali europei impegnati nella produzione bellica.
I fatti descritti ribaltano l'immagine di un'Italia succube del capitale estero, mostrano la borghesia italiana attiva ...
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L’articolo di Domenico Moro è di particolare interesse per la descrizione puntuale dello stato di concentrazione dei capitali europei impegnati nella produzione bellica.
I fatti descritti ribaltano l’immagine di un’Italia succube del capitale estero, mostrano la borghesia italiana attiva nel riorganizzare il proprio capitale industriale-finanziario per assicurarsi maggiori profitti e aprire nuovi mercati di merci e finanze con il supporto organizzativo, mediatico, diplomatico e, se serve, militare dello Stato italiano e della UE. L’Italia è un paese imperialista, e trovare questo giudizio in un articolo di uno che è stato consulente della Commissione della Difesa della Camera dei Deputati è un’autorevole conferma. Non è un caso che il banchiere Draghi si sia speso ripetutamente a livello internazionale caldeggiando la creazione di un esercito europeo, cioè sovranazionale. Ma, anche, i fatti riportati nell’articolo ci dicono quanto sia inconsistente la richiesta, avanzata da molti, di nazionalizzare quelle aziende, a capitale italiano o estero, che stanno ristrutturando, tagliando salari e licenziando. Perché la borghesia, così galvanizzata in questa fase, dovrebbe accettare limitazioni al proprio spazio di manovra? Poi, nel quadro geopolitico generale attuale, le occasioni di scontro tra potenze si moltiplicano, le parole d’ordine sulla nazionalizzazione, comunque inconcludenti, danno come risultato immediato la propaganda nazionalista, mettendo i proletari a fianco della borghesia, per conto della quale potrebbero anche essere costretti a marciare. L’articolo descrive una realtà che richiede la lotta nelle fabbriche per la difesa coerente del salario e il sostegno internazionalista alle lotte operaie in altri paesi, oggi, per essere preparati ad opporsi alla guerra imperialista, verso la quale naturalmente tendono, domani.


Da laboratorio-21.it di Domenico Moro

La crisi è sempre una spinta a centralizzare i capitali, cioè a unire capitali diversi sotto una medesima direzione, attraverso processi di fusione e acquisizione di imprese. Infatti, mettere insieme più imprese comporta un risparmio di costi, grazie alla realizzazione di migliori economie di scala, e permette alle imprese di allargare e meglio presidiare il proprio mercato di sbocco, creando oligopoli. In questo modo, il capitale combatte la caduta tendenziale dal saggio di profitto. Dal momento che oggi, in un’epoca di globalizzazione, le imprese operano su scala mondiale o almeno continentale, le fusioni e le acquisizioni avvengono soprattutto attraverso le operazioni cosiddette cross-border, cioè oltre i confini nazionali, con la creazione di oligopoli su scala europea e mondiale. Per quanto riguarda il capitale italiano si sta assistendo a un ulteriore salto di qualità del suo livello di internazionalizzazione, che passa attraverso un processo di integrazione con altri capitali, in primo luogo quello francese e quello tedesco. Questo è particolarmente evidente anche nel settore dell’industria della difesa, che, a causa della sua natura strategica per lo Stato, è di particolare importanza per i risvolti politici e geostrategici e per le implicazioni riguardo al processo di integrazione politica europea, nonché per definire il ruolo e le caratteristiche della formazione economico-sociale italiana a partire dalla struttura del capitale industriale italiano.

Cominciamo dal quadro generale. Le attività di fusione e acquisizione (M&A, Merger and Acquisition), che hanno visto protagoniste le imprese italiane, hanno raggiunto nel 2021 un nuovo record. Infatti, il M&A è passato da 340 operazioni per un valore di 26 miliardi di euro nel 2012 a 1.093 operazioni per un valore di 96 miliardi nel 2021, superando il record di 94 miliardi con 991 operazioni realizzato nel 2018[i]. Se focalizziamo il nostro sguardo sul M&A cross border rileviamo due cose. La prima è che questo tipo di operazioni hanno registrato un incremento notevole rispetto al passato. La seconda è che le operazioni estero su Italia sono surclassate, in termini di valore, da quelle Italia su estero. Ciò vuol dire che le fusioni e le acquisizioni da parte di imprese italiane nei confronti di imprese estere sono, in termine di valore, maggiori di quelle che le imprese estere hanno effettuato nei confronti di imprese italiane. Infatti, mentre le operazioni cross-border dall’estero sono state 329 (+51% rispetto al 2020) per un valore di 15,4 miliardi, quelle dall’Italia verso l’estero sono state 193, ma con un valore di ben 56 miliardi di euro, rappresentando il 59% per centro del mercato complessivo del M&A. I processi di M&A dall’Italia sull’estero sono guidati dalle grandi multinazionali italiane e sono fortemente concentrati. Infatti, le prime nove operazioni rappresentano l’85% del valore totale. Tra queste spiccano la fusione tra l’italo-americana Fca e la francese Peugeot (20 miliardi), che ha dato vita a uno dei primi gruppi automobilistici del mondo, l’acquisto da parte di un’altra multinazionale italo-francese, Essilor-Luxottica, della catena di rivendite olandese Grand Vision (7,2 miliardi), l’acquisizione da parte di Cellnex, appartenente al Gruppo Edizione, di torri di comunicazione in Francia e Polonia (12,5 miliardi) e l’acquisizione da parte della multinazionale farmaceutica Diasorin della statunitense Luminex corporation (1,4 miliardi). Quelle che abbiamo citato sono operazioni del capitale privato italiano, facente capo a famiglie storiche come gli Agnelli, i Del Vecchio e i Benetton. Altrettanto importante è l’attivismo delle imprese “pubbliche” che costituiscono il nocciolo del sistema militare-industriale italiano.


Il complesso militare industriale italiano
Sebbene non paragonabile per dimensioni a quello statunitense, esiste anche in Italia un complesso militare-industriale.  Tuttavia, se il complesso militare-industriale statunitense è ritenuto un settore decisivo dell’economia Usa e centro decisionale per le politiche industriali e per la politica in generale di quel Paese, anche quello italiano rappresenta un pezzo importante dell’economia italiana e, di conseguenza, un centro di potere politico non indifferente. Il complesso militare-industriale italiano si fonda su due grandi gruppi di dimensioni mondiali. Il primo gruppo è rappresentato da Leonardo, guidato da Alessandro Profumo, che nel 2021 si è collocato al 13° posto fra le imprese mondiali del settore difesa e al 3° posto in Europa, dopo la britannica BAE Systems (7°posto mondiale) e la franco-tedesca Airbus (12° posto mondiale)[ii]. Il fatturato del settore militare di Leonardo è di 11,173 miliardi di dollari, pari al 73% del suo fatturato totale, e si colloca poco al di sotto di quello di Airbus. Leonardo produce in settori ad alta e altissima tecnologia in otto aree di business: elettronica, elicotteri, velivoli, cyber e sicurezza, spazio, sistemi unmanned (droni), aerostrutture, automazione. Il secondo gruppo è rappresentato da Fincantieri, guidato da Giuseppe Bono, che nel 2021 si è collocato al 49° posto nella classifica mondiale delle imprese del settore della difesa, scalando nove posizioni rispetto al 2020, quando era solo al 58° posto. Fincantieri ha un fatturato 2021 nel settore della difesa di 2,211 miliardi, cresciuto rispetto al 2020 del 31% e pari al 33% del suo fatturato totale. Fincantieri costruisce navi civili, come le navi da crociera, di cui è uno dei leader mondiali, ma recentemente si sta spostando verso il settore militare anche a causa della crisi in cui versa il settore croceristico a causa della pandemia di Covid-19. Nel settore militare la sua produzione spazia dalle portaerei, come la Cavour, e dalle grandi navi anfibie, come la Trieste, fino alle fregate, ai caccia-torpedinieri e ai sommergibili.
Le due imprese hanno un assetto proprietario simile. Leonardo è per il 30% di proprietà del Ministero dell’Economia e delle finanze, mentre il 50% è di proprietà di investitori istituzionali. Fincantieri è per il 71,3% di proprietà di Cassa depositi e prestiti, a sua volta controllata dal Ministero dell’Economia e delle Finanze per l’82,77% del suo capitale sociale. Quindi, entrambi i gruppi sono controllati dallo Stato, ma sono quotati in borsa e devono rispondere agli azionisti, alcuni anche esteri, secondo criteri di profittabilità, il che li rende del tutto simili agli altri grandi gruppi privati. Un altro punto in comune è quello di essere multinazionali con impianti di produzione all’estero. Nello specifico entrambe le aziende sono molto presenti nel mondo anglosassone, con cui, non a caso, esiste da parte dello Stato italiano un forte legame politico e geostrategico. Leonardo è presente nel Regno Unito, dove risiede una parte importante della sua produzione, soprattutto nell’elettronica e negli elicotteri, e negli Stati Uniti con Drs, acquisita nel 2008. Fincantieri è presente, oltre che in Norvegia, Romania, Vietnam e Brasile, anche negli Usa con i cantieri di Marinette e Sturgeon Bay in Wisconsin. Sia Leonardo sia Fincantieri sono fornitori del Pentagono e operano in consorzi con imprese del complesso militare-industriale statunitense. Ad esempio, Fincantieri ha vinto la gara per la costruzione di 20 fregate della classe Constellation per la Us Navy insieme alla statunitense Loockheed Martin. Ma Leonardo e Fincantieri hanno sviluppato vari progetti militari anche con la Germania, come l’areo da caccia Eurofighter (insieme anche a Regno Unito e Spagna) e i sommergili U212 e con la Francia, come le fregate Fremm.

L’integrazione industriale-militare europea
Quella che si sta prospettando è una accelerazione del processo di integrazione dell’industria europea degli armamenti. Infatti, oggi gli investimenti per sviluppare una fregata, un cacciabombardiere o un carro-armato sono sempre più ingenti. Quindi, la tendenza corrente è mettere insieme le risorse nazionali a livello europeo per poter essere all’altezza dei competitori statunitensi e sviluppare la capacità militare della difesa comune europea che è sempre più centrale nei discorsi dei capi politici europei a partire da Draghi stesso. L’Europa, da parte sua, con la Permanent structured cooperation (PESCO) ha predisposto ingenti finanziamenti per incentivare la collaborazione delle industrie belliche nazionali, che ha dato luogo a una sequela di consorzi, alleanze e acquisizioni.
Qualche mese fa è stato pubblicato un breve articolo di Alessandro Profumo che andava in questa direzione[iii]. Profumo cita la Direttiva per la Politica Industriale della Difesa, che ha lo scopo di definire le linee guida nel campo degli armamenti. Concetto alla base di questa linea di indirizzo è quello di sovranità tecnologica. La costituzione di un Tavolo tecnico di coordinamento della politica industriale presso i ministeri di riferimento, Difesa e Sviluppo economico in primis, con la partecipazione dell’industria permetterà una visione strategica comune, capace di tenere insieme uno strumento militare al passo con i tempi e gli obiettivi di crescita del sistema industriale. A questo scopo, Profumo propone la creazione di una agenzia europea sul modello del DARPA, l’importante agenzia governativa del ministero della difesa statunitense, che si occupa di sviluppare la ricerca sulle tecnologie avanzate in ambito militare e che, tra le altre cose, ha permesso la fondazione di Arpanet, che si è successivamente sviluppata in Internet.  Ad ogni modo, conclude Profumo, per sviluppare capacità strategiche l’Italia non può prescindere dalla cooperazione internazionale, in particolare a livello europeo: “Le economie di scala europee garantiscono un’adeguata concentrazione di risorse industriali e finanziarie per sostenere gli investimenti, con un più ampio mercato di riferimento, mentre la PESCO e il Fondo Europeo della Difesa offrono già da ora l’opportunità di una cooperazione strutturata per lo sviluppo di capacità militari comuni. È l’unico modo per continuare a tutelare gli interessi del Paese di fonte alle sfide globali.”
Ma l’integrazione industriale non è solo nelle parole di Profumo. Leonardo, coerentemente con la sua strategia di focalizzarsi sull’elettronica e sulla cyber-sicurezza, oltre che sull’aerospazio, sta progettando di vendere due aziende storiche della difesa, Oto Melara, che produce blindati per l’esercito e cannoni navali, e Wass, che produce siluri, sonar e altri armamenti subacquei.  Leonardo vuole vendere le due aziende al gruppo franco-tedesco Knds, ma Fincantieri le vorrebbe inglobare a prezzi di saldo, circa 200 milioni di euro in meno dei 650 milioni offerti da Knds. Anche Draghi e il ministro dell’Economia, Daniele Franco, sembrano essere propensi alla vendita a Knds, coerentemente con la loro attenzione alla transizione verso l’Europa della Difesa. Possibile è anche l’ipotesi di uno spezzatino: gli armamenti navali a Fincantieri e quelli terrestri a Knds[iv]. Del resto, le acquisizioni, anche sul versante militare, non avvengono solo in un senso: recentemente Leonardo ha acquistato il 25% di Hensold (64° posto nella classifica mondiale), azienda tedesca leader nell’elettronica militare. In questo modo Leonardo è diventata la maggiore azionista di Hensold insieme a Kfr, il corrispettivo tedesco della italiana Cassa depositi e prestiti. Inoltre, Profumo ha ventilato l’ipotesi di vendita della branca statunitense della multinazionale italiana, Drs, allo scopo di finanziare ulteriori acquisizioni europee. Nel frattempo, Fincantieri ha siglato un accordo con la spagnola Navantia e riproposto l’accordo con la francese Naval Group per poter ambire ai finanziamenti europei per la costruzione di fregate e corvette. Trattative sono in corso anche con la tedesca Rheinmetall per l’acquisizione dei cantieri Tkms.  Infine, ci sarebbe, sempre da parte di Fincantieri, anche l’intenzione di trasformare la collaborazione con la tedesca ThyssenKrupp nella costruzione di sottomarini in una partecipazione diretta. Per ora rimane una importante divisione tra Italia, da una parte, e Francia e Germania, dall’altra, in uno dei più importanti progetti bellici, quello dell’aereo da caccia di sesta generazione. Infatti, l’Italia con Leonardo si è associata al Regno Unito nel progetto del Tempest, mentre Francia e Germania stanno progettando un loro aereo, il Fcas (Future combat air system)[v]. Ma sono in molti in Europa, soprattutto a Roma e a Berlino, a pensare che i due progetti vadano unificati a causa degli alti costi di realizzazione. Intanto, rimangono le storiche collaborazioni tra Francia e Italia nei satelliti, con Thales Alenia space, che è una joint venture tra la francese Thales (67%) e l’italiana Alenia (36%), e nei lanciatori, tra l’italiana Avio e le francesi ArianeGroup e Arianespace.

Il trattato del Quirinale e l’integrazione industriale interstatale
L’integrazione europea nell’industria bellica avviene, però, su due binari. Uno è quello sovrannazionale, che si concretizza nella PESCO e che ha come obiettivo precipuo quello di rendere più competitiva l’industria bellica europea, combattendone la frammentazione in piccole industrie nazionali destinate a essere surclassate dalla concorrenza statunitense. Il secondo si sviluppa attraverso accordi tra Stati nazionali e, dato il peso che assume, configura il processo complessivo più in senso interstatale e intergovernativo che in senso sovrannazionale europeo. La Francia è particolarmente attiva in questa seconda modalità, essendosi messa al centro dei processi di collaborazione europea. Infatti, da una parte, ha siglato nel 2019 il Trattato di Aquisgrana con la Germania, e, dall’altra parte, ha siglato recentemente il Trattato del Quirinale con l’Italia. In pratica, la Francia sembra voler configurare un triangolo, nel governo dell’Europa e più nello specifico nella formazione di campioni europei dell’industria della difesa, al cui vertice c’è la Francia mentre ai lati trovano posto Germania e Italia. Il Trattato di Aquisgrana ha prodotto importanti ricadute sul piano dell’industria bellica attraverso la definizione di due progetti integrati franco-tedeschi. Il primo è quello del già citato caccia-bombardiere Fcas mentre il secondo è quello del futuro carro armato pesante, “main battle tank”, che mira a sostituire i Leclerc francesi e i Leopard 2 tedeschi entro il 2035 e che vede protagoniste le già citate Rheinmetall, colosso degli armamenti tedesco (29° posto nella classica delle imprese belliche mondiali), e Knds, che è il risultato della fusione tra la francese Nexter e la tedesca Kraus Maffei Wegmann[vi].
Anche il Trattato del Quirinale presenta importanti risvolti industriali e forse non è un caso che sia stato firmato in concomitanza con la messa in vendita di Oto Melara e Wass da parte di Leonardo, che, come abbiamo visto, vede come acquirente preferito Knds, in cui, secondo alcuni commentatori, la componente francese ricopre un ruolo preponderante rispetto a quella tedesca. Il trattato del Quirinale è stato definito come tale perché è stato fortemente voluto dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, oltre che dal presidente del consiglio dei ministri, Mario Draghi e rappresenta un aspetto importante per capire l’evoluzione del capitale e dello Stato italiano in una chiave di maggiore protagonismo economico e politico.
Il trattato tra la Repubblica italiana e la Repubblica francese per una cooperazione bilaterale rafforzata, altrimenti conosciuto come Trattato del Quirinale, presenta implicazioni particolarmente interessanti negli affari esteri (art.1) e nella sicurezza e difesa (art.2). Per quanto riguarda gli affari esteri, il Trattato prevede regolari consultazioni tra Italia e Francia “con l’obiettivo di stabilire posizioni comuni e di agire congiuntamente su tutte le decisioni che tocchino i loro interessi comuni, incluso, ove possibile, nei formati plurilaterali a cui partecipa una delle due parti.” Inoltre, si prevede un coordinamento rafforzato per quanto riguarda il Mediterraneo e l’Africa, con particolare attenzione al Nord Africa, al Sahel e al Corno d’Africa, che sono aree di storica presenza coloniale dell’una o dell’altra delle due nazioni. Riguardo all’Europa, i due contraenti si impegnano a favorire “lo sviluppo di un approccio comune in seno all’Unione Europea nei confronti dei principali partner e competitor internazionali, in particolare sulle questioni relative alle sfide globali e alla governance multilaterale.”
La parte più interessante è relativa alla sicurezza e alla difesa. In primo luogo, le parti contribuiscono alle missioni internazionali coordinando i loro sforzi, come già sta accadendo in Africa attraverso missioni congiunte. Dopo aver stabilito il coordinamento tra le due nazioni sulla questione della difesa europea, particolare attenzione è data all’integrazione delle rispettive industrie della difesa: “Le parti sviluppano la cooperazione nel settore dell’accrescimento di capacità d’interesse comune, in particolare per quanto riguarda la progettazione, lo sviluppo, la costruzione e il supporto in servizio, al fine di migliorare l’efficienza e la competitività dei rispettivi sistemi industriali e di contribuire allo sviluppo e al potenziamento della base industriale e tecnologica della difesa europea. Le parti si impegnano altresì a rafforzare la cooperazione tra le rispettive industrie di difesa e di sicurezza, promuovendo delle alleanze strutturali. In particolare esse facilitano l’attuazione di progetti comuni, bilaterali e plurilaterali, in connessione con la costituzione di partnership industriali in specifici settori militari, nonché dei progetti congiunti nell’ambito della cooperazione strutturata permanente (PESCO), con il sostegno del Fondo europeo per la difesa.”

Verso un imperialismo interstatale europeo
La tendenza del modo di produzione capitalistico è all’incremento delle dimensioni medie del capitale unitario investito. Ciò può avvenire sia attraverso la concentrazione sia attraverso la centralizzazione, cioè sia mediante accrescimento per via interna, mediante la crescita dell’accumulazione dei singoli capitali, sia per via esterna, mediante la unificazione di capitali distinti. Nei fatti la tendenza è alla creazione di monopoli e oligopoli di settore. Questa tendenza si sta affermando anche nel settore della difesa. Dato il carattere strategico di questo settore industriale per ogni Stato, i processi di centralizzazione sono avvenuti soprattutto a livello nazionale. Ora, però, l’obiettivo è salire dal livello nazionale a quello continentale per poter far fronte alla concorrenza di altri attori statali e competitori commerciali del calibro di Usa e Cina, che possono avvalersi di imprese molto più grandi di quelle europee. Si pensi a questo proposito che, tra le prime dieci imprese della difesa a livello mondiale, ci sono 6 imprese statunitensi, 3 cinesi e una sola europea, fra l’altro appartenente al Regno Unito, cioè a un Paese di recente uscito dalla Ue. Le prime imprese del settore della difesa della Ue sono Airbus e Leonardo, che valgono, in termini di fatturato, poco più di un sesto della prima impresa mondiale, la statunitense Loockheed Martin (62,6 miliardi di dollari), e meno della metà della prima impresa cinese in classifica, Aviation Industry Corporation of China (6° posto con 25,5 miliardi di dollari di fatturato). La minore dimensione media delle imprese europee porta a due conseguenze. La prima è puramente commerciale e riguarda la loro minore capacità di esercitare una concorrenza contro le imprese rivali, soprattutto quelle statunitensi. La seconda, dato che il settore della difesa non è un settore come gli altri e che è strettamente legato con lo Stato e con la politica estera dello Stato, è il permanere della Ue e dei principali stati che la compongono, specialmente Germania, Francia e Italia, in una dimensione politica di scarsa influenza a livello internazionale. Gli accordi di produzione tra imprese di Stati nazionali diversi permettono alle imprese europee di generare per il singolo progetto investimenti maggiori ma anche mercati di sbocco più ampi rispetto alla condizione di dover produrre per il solo mercato nazionale, ottenendo così ritorni economici maggiori che possano così giustificare più ampi investimenti, come quelli richiesti da progetti ad altissima tecnologia. Senza contare che i progetti plurinazionali, potendo beneficiare di maggiori fondi, possono produrre sistemi d’arma più competitivi per l’export, in particolare quello diretto verso i mercati del Medio Oriente e dell’Asia Orientale, che sono cresciuti notevolmente negli ultimi anni. Altrettanto importante è il M&A, che, però, presenta implicazioni più complesse, dal momento che ogni Stato cerca di mantenere una sua sovranità sul settore della difesa, che ricopre un ruolo centrale dal punto di vista della sicurezza nazionale. Per questa ragione sono importanti i trattati bilaterali, come quelli di Aquisgrana e del Quirinale, che inquadrano le collaborazioni e il M&A in una cornice politica di “cooperazione rafforzata” tra singoli Stati. Per ora, quindi, più che una difesa europea autonoma e unitaria, si prospetta una difesa europea che si basa su accordi intergovernativi.
La tendenza che sembra delinearsi è quella che va verso la creazione di un asse a tre, comprendente Francia, Germania e Italia, attorno al quale possa organizzarsi la governance europea. Una tale governance comprenderebbe anche una difesa europea autonoma e più o meno unitaria, che permetta quelle “proiezioni di forza” all’estero senza le quali il ruolo imperialista della Ue e dei Paesi come Francia, Italia e Germania, rimane monco. Un esempio in questo senso è l’operazione “Takuba”, in Mali, dove la Francia coordina una missione militare con la partecipazione di diversi stati europei, tra cui l’Italia e la Germania. La Francia è particolarmente interessata a una difesa se non europea almeno plurinazionale allo scopo di mantenere la sua posizione di grande potenza, cosa che non riuscirebbe a fare con le sue sole forze e che rischia di venire meno di fronte alle nuove condizioni del quadro internazionale, nel quale la Cina è sempre più protagonista e gli Usa non sono molto inclini a lasciare spazio alla Ue e in particolare alla Francia. Ne è prova l’esclusione della Francia dall’Aukus, l’alleanza tra Usa, Regno Unito e Australia, cui si aggiunge la decisione di quest’ultima di rinunciare all’acquisto di sottomarini francesi sostituendoli con sottomarini nucleari costruiti con tecnologia ceduta dagli Usa. L’Aukus riguarda gli assetti dell’Indo-Pacifico, un’area sempre più centrale dal punto di vista economico e politico per la presenza di Cina, India e Giappone. Inoltre, la Francia è l’unica nazione della Ue ad avere una presenza militare in quell’area, per questo lo schiaffo alla grandeur della Francia ricevuto dagli Usa è stato particolarmente doloroso. Il Trattato del Quirinale e il rinnovato attivismo europeista del presidente francese Macron rappresentano una risposta all’isolamento patito sullo scacchiere dell’Indo-Pacifico. Nei prossimi mesi sono previste diverse riunioni importanti per il futuro dell’Ue, dalla revisione delle regole di bilancio alla difesa comune. Fra l’altro la ridefinizione delle regole di bilancio e l’implementazione di una difesa europea sono strettamente collegati, perché nuove regole di bilancio permetterebbero di aumentare gli investimenti dei singoli Stati anche nel settore della difesa. La tendenza è, infatti, quella dell’espansione della spesa militare europea, funzionale al riarmo, come dimostrano le recenti dichiarazioni, davanti al Parlamento europeo, di Macron, che propone un nuovo ordine di sicurezza per l’Europa: “La sicurezza del nostro continente richiede un riarmo strategico della nostra Europa”. Ma dalle parole del presidente francese emerge anche una presa di distanza dagli Usa, quando, specialmente in riferimento alle tensioni con la Russia sull’Ucraina, parla di costruire il nuovo ordine di sicurezza prima tra gli europei e “poi condividerlo con i nostri alleati nel quadro della Nato.”[vii]
Ad ogni modo, si vedrà se il tentativo della Francia avrà successo, superando le resistenze dei singoli stati nazionali europei, e se si andrà verso la definizione di una maggiore unità europea a livello sovrannazionale. Questo tipo di soluzione sembra essere l’unica strada possibile, nel contesto internazionale attuale, per una pratica compiutamente imperialista da parte dei principali stati europei, a partire dalla Francia e dall’Italia. Solo nel senso che abbiamo cercato di spiegare è possibile parlare di un imperialismo europeo, che forse potrebbe essere definito più correttamente come imperialismo interstatale, cioè basato su accordi tra singoli stati. Infine, per quanto riguarda l’Italia, va rilevato che l’alleanza con la Francia a livello europeo, sia sulle regole del bilancio pubblico sia attraverso il Trattato del Quirinale, sembra delineare la ricerca di un maggiore profilo internazionale, sostenuto dall’attivismo del complesso militare-industriale, uno dei più importanti centri-motore dell’imperialismo italiano.

[i] Carlo Festa, “Fusioni e acquisizioni, anno record in Italia: l’M&A vale 96 miliardi”, il Sole24ore, 29 dicembre 2021.
[ii] Defense News, 2021 Top 100. https://people.defensenews.com/top-100/
[iii] Alessandro Profumo, “Un’agenzia sovranazionale di ricerche per la difesa”, il Sole24ore, 12 novembre 2021.
[iv] Gianni Dragoni, “Oto Melara sul tavolo del governo: ipotesi spartizione Knds-Fincantieri”, il Sole24ore, 25 novembre 2021.
[v] Gianluca Di Feo, “Profumo e Bono, la difficile strada per il polo nazionale della difesa”, Affari e Finanza, la Repubblica, 29 novembre 2021.
[vi] Gianni Dragoni, “Difesa e aerospazio, l’industria italiana fa gola ai francesi e ai tedeschi”, il Sole24ore, 25 novembre 2021.
[vii] Beda Romano, “Sicurezza, Macron propone «un nuovo ordine per l’Europa»”, ilSole24ore, 20 gennaio 2022.


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