DAI CAPORALI AL MINISTERO DEGLI INTERNI PASSANDO PER LA SIGNORA ROSALBA

A tutti coloro che credono alla favola delle lotta al caporalato delle istituzioni consigliamo di leggere l’ordinanza dei GIP di Foggia. La grande imprenditrice impiega direttamente i caporali per tenere in schiavitù i braccianti, il marito capo del dipartimento immigrazione al Ministero degli Interni...si dimette. Una ragione deve pur esserci.
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A tutti coloro che credono alla favola delle lotta al caporalato delle istituzioni consigliamo di leggere l’ordinanza dei GIP di Foggia. La grande imprenditrice impiega direttamente i caporali per tenere in schiavitù i braccianti, il marito capo del dipartimento immigrazione al Ministero degli Interni…si dimette. Una ragione deve pur esserci.


 

Caro Operai Contro, la novità è che tra gli indagati per lo sfruttamento bestiale degli schiavi – nell’ordinanza del gip di Foggia che vede 16 fermati, di cui 2 caporali in carcere, 3 padroni agli arresti domiciliari, 11 con obbligo di dimora – c’è pure Rosalba Bisceglia Livreria, un nome che è un istituzione nell’agricoltura, da Mattinata Borgo Mezzanone, alla Capitanata a tutto il Gargano (uliveti, frutteti, frantoi oleari e l’agriturismo “Giorgio”) il rinomato marchio: “Sorelle Bisceglia”.
Il marito della signora Rosalba è una figura importante del ministero dell’Interno: Michele Di Bari che vedremo più avanti. Qui solo un assaggino per dire che quando era Prefetto a Modena, autorizzò un corteo di Forza Nuova (di cui si dice esserne un finanziatore) in aperto contrasto con il sindaco che l’aveva vietato.
Le accuse per la moglie Rosalba sono pesanti, come riporta il Corriere della Sera: “sarebbe stata lei a trattare direttamente con i caporali e con il sorvegliante dei campi, Matteo Bisceglia, e a occuparsi delle buste paga fasulle”. Al telefono Matteo Bisceglia dice: “guarda che delle buste paga si occupa la signora”.
A sua volta imprenditrice nel settore agricolo e dell’agriturismo, la signora Rosalba è a capo di più attività con le sue 2 sorelle. Il carteggio raccolto dagli inquirenti dovrà anche dipanare se, con i caporali la signora trattava illegalmente le condizioni della forza lavoro per le attività nelle sue aziende, o anche per le aziende agricole delle vaste piane del Gargano, comprese le 10 aziende sottoposte dal Gip a controllo giudiziario per un anno.
E ancora il Corriere: “Cinque milioni di euro il volume di affari calcolato, sulla pelle di braccianti istruiti dai caporali a mentire sulla retribuzione: dovevano dire di percepire 65 euro al giorno per 7 ore di lavoro, invece non ne guadagnavano più di 35 per 10 ore, che diventavano 25 perché 5 euro dovevano essere versati per il trasporto e 5 per la intermediazione”.
Si da il caso che Rosalba B. L. come detto sopra, sia moglie di Michele Di Bari, “capo dipartimento Immigrazione e libertà civili del ministero dell’Interno”. Carica conferitagli da Salvini in persona, (e confermata dai 2 governi che si sono succeduti) quand’era ministro dell’Interno del 1° governo Conte, dopo che lo stesso Di Bari allora Prefetto di Reggio Calabria, si era distinto per la spinta propulsiva che bloccò l’accoglienza dei migranti nel comune di Riace, perché – in sintesi questa fu l’accusa – realizzata senza le burocratiche normali procedure e senza tante carte bollate.
L’inchiesta culminò con la condanna a 13 anni e 2 mesi di galera per Mimmo Lucano sindaco di Riace, e stroncò quell’esempio di accoglienza e integrazione reale, di cui M. Lucano fu l’artefice.
Tra le gesta di Di Bari si ricorda che fu proprio lui a firmare l’ordine di demolizione della baraccopoli di San Ferdinando, accompagnato da una pioggia di fogli di via e di rimpatri. Quando Salvini si presentò con le ruspe c’era al suo fianco proprio Di Bari. Insieme con il loro razzismo, hanno riconfermato di tenere gli immigrati sotto schiaffo, in modo che i padroni possano super sfruttarli, soprattutto in nero, ricattandoli anche perché spesso senza permesso di soggiorno, ma più che idonei per essere sfruttati e al tempo stesso denigrati come “invasori stranieri”.
Subito dopo gli arresti domiciliari della moglie, Michele Di Bari si è dimesso da “capo dipartimento Immigrazione e libertà civili del ministero dell’Interno”. Dal punto di vista formale, che tanto piace a Di Bari come dimostra la vicenda di Riace, non si capisce il motivo delle sue dimissioni, non essendo né indagato né in stato di fermo. Che significano queste dimissioni che rimbalzano sul tavolo del ministero degli Interni?
Forse è un messaggio non troppo cifrato per dire che a secondo di come procederà l’inchiesta, (e la sorte della moglie) potrebbero venire in luce legami tra enti governativi, ministeri e affari legati al caporalato? Verrebbe a galla il contenuto reale della demagogia che accompagna la lotta al caporalato, utile a mascherare l’esistenza di un ampio funzionariato statale che si arricchisce sul lavoro nelle campagne in accordo con gli imprenditori agricoli. Questa insaziabile “mangiatoia” trova un limite nelle condizioni di lavoro dei braccianti spremuti come limoni. Quando gli scontri con i caporali esplodono oltre l’ambito locale, arrivano le “calmieranti” promesse del governo.
Di Maio nel 2018 ministro del Lavoro nel 1° governo Conte, assicurò che i Centri per l’impiego avrebbero soppiantato il caporalato. Prima di lui Poletti ministro del Lavoro con delega all’integrazione nei governi Renzi e Gentiloni, 2014 – 2018, varò la legge di contrasto al caporalato che stabiliva la “sanzionabilità del datore di lavoro”. Nel 2019 Di Maio esultò per l’arresto di 6 caporali: “Abbiamo dichiarato guerra al caporalato e adesso, finalmente, i nodi stanno venendo al pettine. Questo è lo Stato che ci rappresenta”.
Si, proprio vero, rappresenta padroni, borghesi e ciarlatani politicanti come lui.
Dal lavoro nei campi ai ciclofattorini, dagli autisti e magazzinieri della logistica, alle “cooperative” in tutti i settori, fino ai servizi alla persona, tutti lavori dove è concentrata forza lavoro prevalentemente immigrata, tanto sfruttata e poco pagata.
Mentre il parlamento in Germania deve discutere l’innalzamento del salario minimo per legge a 12 euro l’ora, in Italia come riferimento nella definizione del salario minimo, rimbalza sul tavolo del ministero degli Interni, la signora Rosalba con il salario di 2,5 euro l’ora degli immigrati, mangiatoie al seguito. (25 euro al giorno diviso 10 ore di lavoro).
Poi si lamentano che negli strati bassi della società, non credono più a nessuno degli esponenti delle istituzioni.
Saluti Oxervator

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