INTANTO L’ULTIMO BLOCCO DEI LICENZIAMENTI È SALTATO

Nel silenzio più generale dal 1° novembre sono esposti al rischio di licenziamenti collettivi un totale di 13 milioni di operai e lavoratori. E’ il ritorno alla normalità di Draghi.
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Nel silenzio più generale dal 1° novembre sono esposti al rischio di licenziamenti collettivi un totale di 13 milioni di operai e lavoratori. E’ il ritorno alla normalità di Draghi.


 

Caro Operai Contro, dal 1° novembre 2021 è finito anche nei settori risparmiati il 1° luglio scorso il blocco dei licenziamenti economici (collettivi) e quelli individuali per giustificato motivo oggettivo, (GMO).
Potranno ricorrere a questi licenziamenti, (altri tipi non sono mai stati vietati) anche le aziende nell’industria tessile e abbigliamento, pelletteria, calzature, artigiani, piccole aziende e tutto il settore dei servizi.
Questo sblocco dei licenziamenti preannunciato 4 mesi fa, è scattato il 1° novembre nel silenzio più totale della politica di Palazzo, e nell’indifferenza pressoché unanime dei mezzi d’informazione.
A chi può interessare che 13 milioni di operai e lavoratori, dalla sera alla mattina si ritrovano la possibilità di essere licenziati come spada di Damocle sulla testa? Dovrebbero costituire un grosso problema sociale, ma soffia il vento della protesta a bassa frequenza, che non tocca se non in rari casi, le tasche dei padroni e del loro governo. Quando non sono i fascisti che tentano di strumentalizzare la piazza.
Non poteva preoccuparsi Draghi per lo sblocco dei licenziamenti voluto dal suo governo e da lui esaltato come il “Ritorno alla normalità”. Né poteva farlo l’opposizione parlamentare Fratelli D’Italia, accaniti sostenitori dei decreti sicurezza contro gli operai. Non lo hanno fatto i capi del sindacato che avevano già mollato l’osso, al 1° sblocco di luglio e d’allora hanno smesso di ululare alla luna contro i licenziamenti.
Come detto si tratta in totale di 13 milioni fra operai e lavoratori, prevalentemente concentrati nelle piccole aziende, con il rischio che i licenziamenti sostituiscano l’elevato numero di ore di ammortizzatori sociali, usati finora per far fronte alle situazioni di crisi.
Nei servizi lo spettro dei licenziamenti aleggia nelle 600 milioni di ore lavorate in meno nel 2° semestre 2021, (Cig in deroga per Covid) rispetto allo stesso periodo del 2019, prima della pandemia.
7,5 milioni di operai e lavoratori in Italia, lavorano in imprese sotto i 10 dipendenti spesso con labili tutele, e senza delegati sindacali. Quando vengono licenziati a volte non lo si viene neanche a sapere, per i giornalisti e i loro mandanti non ci sono grandi numeri a far notizia come nelle imprese più grandi.
In alternativa ai licenziamenti e per un periodo dalle 9 alle 13 settimane, secondo la categoria, a partire dal 1° ottobre 2021, e comunque non oltre il 31 dicembre 2021, le aziende potranno ricorrere alla cassa integrazione Covid. Questo è l’ultimo periodo (max 13 settimane) che le aziende usando la Cig, non potranno licenziare.
Mentre Draghi capo del governo e super banchiere d’Europa, polarizzava l’attenzione col G20 a Roma e col Cap26 a Glasgow, accordandosi con gli altri capi di Stato di inquinare e avvelenare clima e pianeta, anche nei prossimi decenni, l’Inps senza clamori a riflettori spenti, rendicontava che a settembre 2021, proprio le attività interessate al nuovo sblocco dei licenziamenti, hanno richiesto ben 42,1 milioni di ore per non lavorare, così ripartite: 8,1 milioni di cassa integrazione ordinaria, (Cigo) nel settore tessile e abbigliamento, 4,9 milioni di Cigo nel comparto “pelli cuoio calzature”, 9,8 milioni di Cig in deroga nel commercio, 4,2 milioni di Cig in deroga anche per alberghi e ristoranti, 15,1 milioni di ore richieste per i fondi di solidarietà per il turismo.
Come paracadute ai licenziamenti Draghi da mesi aveva promesso la “riforma universale degli ammortizzatori sociali”. Per questa riforma nelle prime bozze della legge di Bilancio 2022, si stimavano dagli 8 ai 10 miliardi di euro. Ma sarà stato per l’intervento di Confindustria, che nella stesura finale sono scesi a 4,6 miliardi.
Ai padroni ancora non basta. Confindustria per bocca del suo presidente Bonomi, non vuole pagare la nuova cassa integrazione, se non verranno aumentate, più di quanto già previsto dalla “riforma”, anche le trattenute in busta paga a operai e lavoratori.
Le associazione dei servizi, Confcommercio, Confesercenti, Federdistribuzione e Alleanza Cooperative, sono sul piede di guerra, hanno già chiesto un incontro “urgentissimo” col governo. Rivendicano “Un periodo transitorio congruo, per l’entrata a regime dei nuovi strumenti”, e l’immancabile “riduzione del costo del lavoro”. In che misura Draghi favorirà i padroni, lo diranno i decreti attuativi, si vedrà come l’insieme di tutti gli ammortizzatori sociali, e non solo la Cig, cambieranno in peggio più di quanto alcuni di loro, la legge di Bilancio, abbia già peggiorato.
Saluti Oxervator

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