I TALEBANI A KABUL

Una resistenza incrollabile, una guerra troppo cara, le potenze imperialiste in fuga, a casa con maggiordomi e collaborazionisti
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Una resistenza incrollabile, una guerra troppo cara, le potenze imperialiste in fuga, a casa con maggiordomi e collaborazionisti


Un fiume di commenti, notizie false, analisi da ubriachi possono tentare di mascherare il vero contenuto della conquista di Kabul da parte dei talebani.
I talebani hanno vinto.
Il movimento di liberazione contro le truppe di occupazione delle maggiori potenze imperialiste ha vinto.
Diamo in uso gratuito agli osservatori attenti, per inventarsi chissà quali manovre sottobanco, le trattative di Dhoa e il sospetto che tutto era già concordato con gli americani. Ma è innegabile che queste trattative sono state il prodotto di una insostenibilità della continuazione della guerra sul terreno, sono il risultato di 20 anni di guerriglia, di resistenza armata alle truppe di occupazione ed ai governi fantoccio al loro servizio, una banda di parassiti a stipendio delle forze di occupazione.
Il governo americano è un po’ che fa i conti sulle spese per mantenere l’occupazione dell’Afghanistan e ha convenuto che non conviene più, ha deciso il ritiro tirandosi dietro i suoi alleati della NATO. Il governo locale con il suo esercito, le sue forze di sicurezza si sciolgono davanti all’avanzata dei talebani, la loro consistenza si fondava sui dollari, e sulla copertura degli eserciti della coalizione. Nel momento che è venuto a mancare questo retroterra, via le divise, via il vestire all’occidentale, nascondersi o fuggire verso l’aeroporto con il lasciapassare del loro rispettivo protettore. Se i talebani non sono espressione di forze sociali specificamente afghane, cosa sono questi? Sono ceti parassitari che hanno costruito i loro privilegi sul rapporto a stipendio con gli oppressori e il loro modello di società, altro che rappresentanti del popolo afghano.

Una vittoria l’imperialismo l’ha ottenuta sulle teste annebbiate della piccola borghesia e dell’aristocrazia operaia dei paesi a capitalismo sviluppato, ha convinto tutti che i movimenti di liberazione contro l’oppressione dei loro potenti padroni non sono più possibili. In questi venti anni 130mila soldati, di cui han fatto parte anche quelli del contingente italiano, non hanno forse tentato di impadronirsi di un territorio strategicamente importante, ricco di materie prime da sfruttare? E lo hanno fatto cercando di schiacciare ogni resistenza. Chi scriverà mai la storia delle torture, dei massacri che hanno dovuto subire contadini e piccola borghesia confessionale che hanno scelto di resistere all’invasione? Nessuno, se non si riesce nemmeno ora a capire che quello che si sta manifestando sotto i nostri occhi a Kabul è una vittoria transitoria, sporca, ma pur sempre una vittoria contro gli imperialisti occidentali.
Naturalmente è facile fare l’elenco delle altre potenze imperialiste concorrenti che cercano di sfruttare l’occasione, per entrare in gioco, la Russia e la Cina ad esempio. Ma potrebbe essere differente in un mercato mondiale dove le borghesie più potenti si fanno una concorrenza spietata per i loro interessi finanziari ed industriali? Ma anche questo può azzerare nella storia i movimenti di liberazione dei popoli oppressi? Portare a sostenere che non possono esistere se non come propaggine di altri interessi più grandi di loro?

I talebani sono dei sanguinari? Mai quanto i piloti dei paesi della coalizione internazionale che hanno bombardato villaggi e ospedali, ma bisognerebbe avere la lucidità di andare oltre la loro propaganda. Con i sistemi social di oggi il più feroce soldato americano, che rastrella contadini nei villaggi a migliaia di chilometri da casa sua, diventa un eroe buono da film di propaganda. Questo fatto innegabile dovrebbe spingere chi ha ancora un po’ di cervello a indagare sulle ragioni economiche dei contrasti, gli interessi che li muovono, per distinguere chi è lo sfruttato e chi lo sfruttatore, chi opprime e chi è oppresso, chi combatte per liberarsi e chi vuole perpetuare l’oppressione. Sappiamo che è facile fomentare il buon cuore dei nostri salottieri, i bambini, i vecchi e le donne sono sempre una merce a buon mercato per giustificare le guerre umanitarie o l’invasione di un paese per salvare questa povera umanità, trasformata in scudo di propaganda. Basta guardare all’uso che viene fatto del problema dei diritti delle donne: sono diventati l’elemento centrale che ha giustificato l’intervento militare in Afghanistan, e che oggi fa gridare le condanne senza appello al regime talebano.

Se i diritti civili delle donne hanno fatto dei passi in avanti dalla caduta dei talebani alla fine del 2001, è pur sempre in un quadro sociale dove chi comanda è un esercito di occupazione, e dove si può circolare senza burqa per gentile concessione del soldati della coalizione imperialista. Che i governi del capitalismo più sviluppato siano così determinati a difendere ed affermare i diritti civili delle donne è una favola, ci sono ancora tante battaglie da fare per attenuare la discriminazione sulla base dell’appartenenza sessuale nel civile mondo sviluppato che la preoccupazione dei governi occidentali per le donne afghane è pura azione strumentale. Anzi, in realtà, i diritti civili concessi sulla base di scelte delle truppe di occupazione e da un governo loro asservito ha tolto a questi diritti il valore di una vera tappa di emancipazione. I talebani potranno sempre rinfacciare alle donne delle élite urbane di essersi appoggiate agli invasori stranieri. Ora le donne afghane liberate dal peloso appoggio delle forze di occupazione potranno mettersi in movimento in modo indipendente per affermare i loro diritti civili che questa volta non riguarderanno solo le élite intellettuali delle città ma le donne operaie e contadine delle campagne e dei villaggi. Se si scontreranno con l’oscurantismo del governo talebano lo faranno a nome proprio e non per favorire questo o quel governo imperialista. Meglio un diritto conquistato con la lotta che cento diritti ottenuti per gentile concessione dell’oppressore venuto da lontano.

Dietro ai talebani è indubbio stanno i contadini, il settore agricolo impiega il 44% degli occupati e il 60% di reddito delle famiglie, più del 90% coltivatori di oppio. Il fatto che producano una droga non può trarre in inganno, per loro è una merce come tutte le altre e il crollo dei prezzi del 2020 li ha messi alla fame. Per avere un’idea della forza economica della produzione dell’oppio, il papavero essiccato ha un prezzo di 240 euro al chilo, mentre un chilo di fagioli viene pagato 2 euro. La produzione è aumentata in barba ai tanti impegni a limitare il commercio mondiale di oppio, negli ultimi anni la NATO ha fatto affiggere nei villaggi dei contadini manifesti con rassicurazioni che la produzione di oppio non sarebbe stata limitata. Nel 2016 la produzione è stata di 4.800 tonnellate, nel 2017 è quasi raddoppiata a 9.000 tonnellate, le aree coltivate nel 2012 erano pari a 157 mila ettari, nel 2019 344 mila ettari, più che raddoppiate. La discesa dei prezzi del 2020 ha scaricato il suo effetto sui contadini e sui braccianti agricoli. Conviene ricordare che buona parte del raccolto è ancora manuale, a fianco dei piccoli coltivatori c’è un proletariato agricolo numeroso, oltre agli operai addetti alle costruzioni. Nella sola provincia di Helmand negli ultimi tempi sono state costruite 48 mila nuove abitazioni. Il reddito complessivo prodotto dalla coltivazione dell’oppio veniva così suddiviso: ai talebani come forza organizzata, nelle zone da loro controllate, andava il 5%; ai produttori diretti il 20%; ai funzionari di governo, polizia, mediatori e trafficanti il 75%.
Queste poche notizie sulla situazione nelle campagne afgane servono per togliere il giudizio sulla situazione dal limbo dei fantasmi religiosi e piantarle nell’economia. L’ultima vera battaglia i talebani l’hanno combattuta nella provincia di Helmand pochi mesi fa, la regione dove è più intensa la produzione di oppio, dove gli investimenti degli agricoltori in nuove fonti energetiche, i pannelli solari, non li hanno sollevati dalla crisi e dove l’odio verso il governo e l’apparato burocratico di contorno messo al governo dalle truppe occupanti è aumentato: troppi parassiti da mantenere.

L’ultima questione ancora da affrontare è quella dei collaboratori, e qui sembra siano tutti nati ieri. E’ difficile capire che una resa dei conti con coloro che hanno collaborato con gli oppressori è un prodotto di ogni lotta di liberazione? I “collaborazionisti”, perché così occorre definirli per capire qualcosa, tagliano la corda al seguito dei propri protettori, a restare in Afghanistan rischiano molto. Venti anni di servizi resi agli americani, inglesi, tedeschi ed italiani, e non sono stati solo servizi da scrivania, ma anche di spionaggio e delazione, il loro addestramento come poliziotti e soldati hanno lasciato il segno e che ci sia voglia di fare i conti si capisce. Ma non è nemmeno così fino in fondo, nell’accordo con i talebani c’è l’esodo concordato verso l’aeroporto di Kabul, le terribili scene di migliaia di fuggitivi accalcati sono di responsabilità degli occupanti che si stanno ritirando, non riescono nemmeno a far fronte alle richieste di trasferimento o almeno organizzarle scientificamente. Finiranno loro a sparare sulla folla inferocita.
Intanto matura un nuovo problema: il blocco delle banche. Sono chiuse e non riapriranno gli sportelli fino a quando la banca centrale afghana non riaprirà i battenti. La DE Afghanistan Bank è sotto il controllo degli Stati Uniti che ha congelato 9,4 miliardi di dollari e ne ha reso indisponibili i depositi.

Abbiamo scritto queste note per lasciare un segno, a noi la loro propaganda non ci sfiora nemmeno, il governo italiano al pari di quello americano e di tutti i governi che hanno fatto la guerra ai talebani sono governi di potenze imperialiste, hanno fatto la guerra ai talebani per il controllo dell’Afghanistan, una zona strategica per i commerci internazionali, per controllare un territorio con preziose materie prime, per controllare una produzione fondamentale che è quella dell’oppio (anche come materia prima per numerosi medicinali). Oggi battono in ritirata, ed è un bene, apre una prospettiva nuova. Tolti di mezzo gli eserciti invasori la lotta nelle campagne e nelle città può assumere le caratteristiche di lotta fra le classi, fra i latifondisti e i contadini poveri e i braccianti, fra gli operai dell’edilizia e i costruttori edili, e il governo dei talebani di oggi diventare oggetto di attacchi dagli stessi strati bassi della popolazione che li hanno spinti al potere. Come operai sosteniamo qualunque movimento di lotta contro l’oppressione imperialista, e la lotta e la conquista del potere da parte dei talebani è dentro questo movimento, ma sappiamo che è solo una tappa necessaria, finché l’ultimo bracciante nelle coltivazioni di oppio non sarà liberato il nostro compito storico non può dirsi compiuto.
E. A.

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