BLOCCO DEI LICENZIAMENTI: TANTO TUONÒ CHE NON PIOVVE.

I sindacalisti hanno minacciato fuoco e fiamme se non fosse stato confermato il blocco dei licenziamenti. Hanno ottenuto poco o niente. Una manciata di settimane nei settori tessile, abbigliamento, pelletteria, ancora meno e a discrezione delle imprese negli altri settori, per definire le nuove regole per gestire gli esuberi e rilanciare i profitti. Ma dichiarano ai quattro venti di aver vinto. Intanto Draghi si prepara a "riformare" la gestione degli esuberi come il padrone comanda.
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I sindacalisti hanno minacciato fuoco e fiamme se non fosse stato confermato il blocco dei licenziamenti.
Hanno ottenuto poco o niente. Una manciata di settimane nei settori tessile, abbigliamento, pelletteria, ancora meno e a discrezione delle imprese negli altri settori, per definire le nuove regole per gestire gli esuberi e rilanciare i profitti.
Ma dichiarano ai quattro venti di aver vinto.
Intanto Draghi si prepara a “riformare” la gestione degli esuberi come il padrone comanda.

I padroni hanno accettato la “mediazione” del governo sui licenziamenti. In realtà non ci perdono niente. Proroga del blocco fino al 31 ottobre per i soli settori tessile, abbigliamento, pelletteria. 17 settimane di CIG gratuita, senza addizionali, fruibili dal 1 luglio al 31 ottobre 2021.
Negli altri settori 13 settimane di cassa integrazione straordinaria, sempre senza dover sborsare i contributi addizionali, per le aziende che ne fanno richiesta in sede ministeriale, con relativo blocco dei licenziamenti solo se viene utilizzata la cassa integrazione.
Infine il decreto prevede l’istituzione di un nuovo fondo per la formazione dei lavoratori in Cassa integrazione o percettori di NASPI .
Il governo e i sindacati cercano di mettere una pezza ai licenziamenti, che si prevedono di massa nei prossimi mesi, ma solo per qualche altra settimana. I padroni accettano controvoglia pur non perdendoci nulla. D’altra parte il “blocco dei licenziamenti” non ha evitato di perdere 225.000 posti a “tempo indeterminato” e oltre questi, nel periodo della pandemia, ci sono stati 124.000 licenziamenti disciplinari, un vero boom, segno di come le “modifiche” all’articolo 18 della Fornero e di Renzi funzionino alla grande.
Gli industriali accettano la cosa controvoglia perché per loro l’aggravarsi della crisi economica con la pandemia, e la ripresa che prevedono con l’immissione dei soldi del recovery, che in buona parte vanno direttamente o indirettamente nelle loro tasche, rappresentano un’occasione ghiotta per stabilire un nuovo quadro normativo nell’utilizzo della forza lavoro operaia in funzione di un aumento consistente dei profitti.
Cosa vogliono gli industriali?
1. Andare a fondo con la sostituzione degli operai con contratti a tempo indeterminato con operai con contratti precari.
2. Poter utilizzare forza lavoro fresca, giovane, al posto degli operai troppo consumati nei processi produttivi, pur se relativamente giovani.
Leggiamo in un documento di Confindustria: il sussidio economico “deve considerarsi funzionale al perseguimento dell’obiettivo della ricollocazione e, in quest’ottica, deve essere, in tutto o, almeno, in parte, condizionato alla fattiva collaborazione della persona involontariamente disoccupata nelle attività propedeutiche a favorire il reimpiego”. Inoltre, “L’importo economico della indennità NASPI dovrebbe comporsi di due distinte quote. La prima […] finalizzata a garantire il sostegno al reddito del lavoratore, dovrebbe essere di un ammontare non inferiore all’ammontare del reddito di cittadinanza. La seconda quota dovrebbe essere erogata solo a fronte di attività formativa finalizzata alla ricollocazione o di servizio presso le pubbliche amministrazioni, poiché la finalità dello strumento non può limitarsi al mero sostegno economico ma deve consistere principalmente nell’attivazione del percettore alla ricerca di lavoro”.
Il nuovo lavoro verso cui il disoccupato deve “attivamente” orientarsi deve essere gestito principalmente dalle Agenzie Per il Lavoro (APL), specializzate nella gestione del lavoro a tempo determinato. Infatti, sempre nello stesso documento leggiamo: “E’ assolutamente necessario rendere strutturale il coinvolgimento delle APL. Il loro coinvolgimento, infatti, nel sistema delle politiche attive sarebbe quanto mai opportuno con riferimento ai percorsi di formazione, riqualificazione e ricollocazione”.
Al disoccupato bisogna quindi assicurare solo il minimo per non morire di fame, ma solo se si attiva nella ricerca del lavoro, o per meglio dire, se si rende disponibile a qualsiasi lavoro gli viene proposto.
Gli industriali chiedono ai governi di intervenire specificamente con i soldi pubblici nelle situazioni di crisi per affrontare la “disoccupazione involontaria” o “l’integrazione al reddito della persona occupata in presenza di situazioni di riduzione o sospensione dell’attività lavorativa”. Quindi sussidio di disoccupazione come precedentemente delineato, ammortizzatori sociali, e qualche legge appropriata per liquidare gli operai resi inservibili nella corsa al profitto perché consumati dal troppo lavoro sulle linee.
I rapporti tra operai e padroni non devono essere regolati in modo “universale”. Si lasci operare la selezione naturale.
Tanti disoccupati senza reddito o con poco reddito premono sugli occupati e aiutano a tenere bassi i salari.
La libertà di licenziare elimina le ultime sacche di operai che hanno ancora qualche vecchia tutela e fanno sviluppare il lavoro precario che tanto bene fa ai profitti.
Draghi e tutti i politici prendono tempo con questa manciata di settimane di cassa integrazione in più per frenare la valanga dei licenziamenti. Con il tempo disponibile sperano di definire le regole di gestione dei disoccupati che vadano bene al padrone e che nello stesso tempo, diano l’illusione che il “lavoro” non è stato dimenticato.
E i sindacalisti cosa dicono?
Dopo tante chiacchiere sulle “mobilitazioni” che avrebbero organizzato se non fossero stati bloccati i licenziamenti, ora cantano vittoria pur non avendo ottenuto niente.
17 settimane di blocco solo per il comparto tessile e pelletteria, niente blocco per la restante industria, ma 13 settimane di cassa, a discrezione dell’impresa. Ci hanno già pensato i padroni a mostrare quanto conti veramente questo accordo: è di sabato la notizia della chiusura improvvisa della Giannetti Fad Wheels di Ceriano Laghetto, in Brianza, con 152 licenziamenti, comunicati via mail, dopo che gli operai avevano terminato il turno di notte.
Come con l’accordo (per modo di dire) con Stellantis a Melfi, dove il padrone realizza tutto quello che aveva annunciato, i sindacalisti cercano di mescolare le carte e far apparire una plateale sconfitta come una grande vittoria.
Hanno puntato tutto sul blocco dei licenziamenti, pur sapendo che ogni blocco prima o poi sarebbe finito. Ed ora che il blocco è terminato per davvero, cosa dicono sui licenziamenti? Nulla. Quale linea di difesa e resistenza generale propongono per opporsi all’ondata di licenziamenti in arrivo? Nessuna. Sconsolato, Pietro Occhiuto, Segretario Generale della Fiom Cgil Brianza, si chiede: “Stupisce anche che la Gianetti, associata a Confindustria, se ne freghi di quanto sottoscritto tra Governo e parti sociali ed annunci la chiusura dello stabilimento ed il licenziamento delle persone senza neanche far ricorso agli ammortizzatori sociali. Confindustria è in grado di garantire che le aziende a lei associate rispettino i patti siglati con il sindacato?”. Rispetto di un accordo che si limita in realtà solo a raccomandare l’uso degli ammortizzatori sociali, per ottenere solo l’elemosina di una manciata di settimane di cassa, a questo è ridotta la linea sindacale.
Bisogna cominciare a chiedersi veramente a cosa servono questi sindacati: ci dividono in tante parrocchie che ci indeboliscono; firmano tutto quello che il padrone gli dice di firmare; ingrassano con i soldi delle tessere che paghiamo, senza contare i privilegi che i padroni gli assicurano. Continuando a seguirli, senza mettere in campo la nostra forza e una nostra organizzazione unitaria, faremo la fine dei buoi portati al macello.

F.R.

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