“SON UOMO O SALMONE”

L'operaio della linea di montaggio guarda se stesso mentre muove le mani fra una scocca e l'altra. Dov'è, cosa sta facendo, dove sta andando? Nuovi operai letterati sperimentano una propria letteratura.
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L’operaio della linea di montaggio guarda se stesso mentre muove le mani fra una scocca e l’altra. Dov’è, cosa sta facendo, dove sta andando? Nuovi operai letterati sperimentano una propria letteratura.


 

Da una pagina Facebook di un operaio Stellantis di Melfi, due post pubblicati il 27 gennaio e il 3 giugno 2021.

Oggi, arrivato davanti alla fabbrica dove lavoro, appena ho attraversato i tornelli di ingresso, ho pensato stranamente al primo giorno in cui vi ho messo piede per la prima volta, alzo lo sguardo in direzione dell’immensa struttura che è destinata ad accogliere me e migliaia di colleghi, mentre altrettanti, in direzione opposta, anche se visibilmente stanchi dal lavoro appena concluso, frettolosamente guadagnano l’uscita.
Ricordo esattamente lo stato d’animo, la curiosità di scoprire come fosse quel luogo, allora non circolavano le foto della fabbrica, non c’erano,  quasi non c’era neanche la fabbrica stessa, era appena sorta dal nulla, apparsa al posto di una grande distesa verde, trafitta da una lunga strada alberata che l’attraversava dritta come un fendente, quel luogo così trasformato, irriconoscibile, lo avevo attraversato da militare e poche altre volte.
  La fabbrica aveva ancora l’aspetto di un immenso cantiere, c’era una frenetica attività già all’esterno, costruivano ancora i parcheggi, ditte di ogni sorta lavoravano ai più svariati particolari, dall’allestimento dei marciapiedi, alla piantumazione di alberi, dal montaggio di portoni a quello di impianti esterni, era ancora incompleta.
   Appena varcata la soglia del mio reparto, il Montaggio, ricordo bene lo stupore e la sorpresa che provai nel colpo d’occhio, scoprendo un luogo inaspettatamente colorato, non pensavo che una fabbrica potesse essere così variopinta, non avevo mai visto un luogo di lavoro così, eppure ne avevo frequentati tanti, in ogni campo.
   Nonostante era allestita una sola delle due linee di produzione e di vetture all’inizio, se ne vedevano ancora ben poche, le scocche  riuscivano comunque nella loro sequenza, a dare in prospettiva, la visione di lunghe e parallele linee multicolore, le scaffalature ai bordi delle linee,  erano di un acceso verde arlecchino, gli impianti erano gialli, la pavimentazione era luccicante e azzurra delimitata da strisce bianche, i pilastri non ricordo bene se li avevano già verniciati di rosso o meno, il tutto poi era reso luminoso da lunghissime file di neon, che accompagnavano lo sguardo in lontananza, fino in fondo agli interminabili corridoi che attraversavano quell’immenso capannone, sembrava non avessero fine.
   Cercavo un riferimento, un paragone che potesse darmi il senso della misura, immaginavo i miei luoghi all’interno di quel posto, fra me e me mi chiedevo: ” ma questo corridoio sarà più lungo di tutto il corso del mio paese? Dalla chiesa fino alla villa comunale? Quante ville può contenere? Quanti campi di calcio? A quanti piani corrisponde l’altezza? “
   E nel mentre mi guardavo intorno, scrutando ogni particolare perché mi servisse come riferimento per non perdermi, cercavo di capire che differenza avrebbe avuto all’interno di quel luogo, la luce del giorno o il buio della notte, constatai subito che di fatto, non avrebbero avuto nessuna influenza, capii da quel preciso istante, che il tempo così come ero abituato a misurarlo fino ad allora, lì in quel luogo, avrebbe avuto altra dimensione, altra forma.
   Questa consapevolezza, mi diede subito un senso di smarrimento, mi sentii come chiuso in gabbia, una immensa gigantesca gabbia, lo ricordo come fosse ieri, mi ripromisi che comunque sarebbe andata, lì ci sarei rimasto al massimo un paio di anni.
   “Eeh eh” , mi spunta un sorriso sarcastico, ad oggi ne son passati già ben ventisette di anni e chissà quanti ancora ce ne vorranno, mentre faccio questa riflessione, sono giunto alla mia unità, sul mio posto di lavoro, saluto educatamente i colleghi di lavoro, tutti nuovi, mi  hanno cambiato di turno da poco e mi preparo a fare le mie ore di lavoro, preparo la mia postazione, igienizzo la mia attrezzatura e dispongo il materiale, ci siamo, tiro un bel sospiro e suona la campanella di inizio turno.
   A cominciare da questo momento, pur sapendo che quando avrò finito sarà ormai tarda sera, mi mancano esattamente 27000 SECONDI ALL’ ALBA
    In tutto questo tempo, e vi assicuro che è  tanto, quanto ancora si potrebbe raccontare di questi ventisette anni, direi tanto, tantissimo, ci sarebbero tante storie, storie di poche ma grandi ed indelebili amicizie, ma anche di molte squallide conoscenze; storie di pochissime persone in vendita come puttane o di moltissime altre umili ma nobilissime; di servi scodinzolanti come cani in cerca di padrone, o di donne e uomini coraggiosi con la dignità stampata in fronte; di corrotti o di corruttori; di tante grandi emozioni, di gioie e di dolori; di sofferti pianti e di grasse risate; di battaglie vinte e di lotte ormai perdute; per il momento non so se è la voglia o forse, è solo il coraggio a mancare.


 

Rieccomi, catapultato in questa dimensione irreale, dove il tempo è scandito dai secondi di un cronometro, non dal sole che tramonta o che si alza all’alba, la luce è sempre la stessa, quella prodotta da interminabili file di neon.
Se dovessi stabilire da questo luogo di perdizione, se fuori è giorno o notte, avrei serie difficoltà, alzo così lo sguardo verso il tetto, dove lunghe file di lucernari, che luce non fanno, né lasciano trasparire il cielo, dalle quali non si è in grado di stabilire se nuvoloso o azzurro, ma che almeno danno il riferimento dell’oscurità della notte, e della luminosità del giorno.
Sono qui  pronto, sul mio posto di lavoro, ho predisposto tutto, sanificato tutta l’attrezzatura, il materiale è tutto nell’ordine prestabilito, attendo solo il segnale della campana di inizio lavoro.
Faccio il mio rituale sospiro iniziale, simile a quello che si fa prima di immergersi in acqua, arriva il segnale, mi volto ed eccomi, mi ritrovo davanti a questo fiume, un fiume fatto di scocche colorate, la cui corrente inesorabile, è cadenzata da questo flusso continuo che scorre verso una valle indefinita e sconosciuta, e che proviene da monti e valli ignote.
Sono travolto da questa corrente, tutti gli anni trascorsi qua dentro, non mi hanno ancora assuefatto a questa sensazione iniziale, non saprei descriverla meglio, se non con quella che tutti abbiamo provato almeno una volta sin da bambini, quando salendo sulla giostra dei cavallucci che girano intorno, abbiamo avvertito quel leggero disorientamento del senso dell’equilibrio. Molti forse, non ci fanno più caso, ma io non riesco a rimanere insensibile, solo che a differenza della giostra, dove quella iniziale sensazione, lascia subito spazio alla piacevole illusione di movimento verso una indefinita destinazione. Nel mio caso la sensazione suscitata dai gesti ripetuti e frenetici del mio lavoro, è come quella di chi, caduto nella corrente di un fiume, è costretto a nuotare energicamente controcorrente, per non essere inghiottito letteralmente da quel flusso implacabile.
Mi accorgo mentre faccio queste riflessioni, che nel frattempo sono già passate le prime 4 scocche, e mentre nuoto controcorrente, non posso non pensare ad una frase pronunciata da un amico, solo qualche giorno fa’.
Eravamo presso una meravigliosa fontana del mio paese, la Fontana Cavallina, dall’alto dell’affaccio verso l’intera struttura monumentale a forma di anfiteatro, nell’enorme vascone sottostante, al centro della piazza, una visitatrice proveniente da Matera, si chiedeva come mai la presenza di enormi pesci dentro alla vasca, come c’erano arrivati? chi ce li aveva portati?
Mentre rifletto sull’episodio, mi accorgo di avere un attimo di esitazione, e mi pongo nel contempo un altro quesito, sulla prossima scocca devo usare l’avvitatore o la rivettatrice? Mi riprendo subito dalla momentanea distrazione e riinizio subito il mio incessante lavoro, senza mai interrompere però, il mio pensiero alla discussione suscitata dagli interrogativi della visitatrice, che ci avevano momentaneamente distratto dal motivo di quella visita alla fontana, facendo deviare e soffermare la discussione sui pesci, sulla loro provenienza, sulla loro capacità di adattamento, sulla loro resistenza, tanto da arrivare a sconfinare alla affascinante descrizione dell’eroico viaggio dei Salmoni, che dal mare risalgono controcorrente il fiume che li ha visti nascere per deporvi le uova, Carmine descrive questo affascinante  viaggio un impresa folle, usa una definizione precisa,  “contronatura”.
Su questo termine si soffermano i miei pensieri, le mie riflessioni mi portano a trarre una conclusione, o meglio mi pongono un ulteriore interrogativo, pensando alla condizione che sto vivendo, fra una scocca e l’altra, travolto dalla immane corrente di questo fiume metallico e costretto a nuotare controcorrente, “contronatura”, non so più se son Uomo o Salmone.
Ho svolto solo 300 secondi del mio lavoro, me ne mancano ancora 26700 per arrivare all’alba.

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