FATTI E MISFATTI PER CONTARE IN LIBIA

Da Giolitti a Draghi passando per Mussolini, sono  100 anni che i padroni italiani puntano al controllo del petrolio libico. In concorrenza (oggi politica, domani non si sa) con i padroni turchi e russi manovrano per garantirsi  la loro parte di bottino.
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Da Giolitti a Draghi passando per Mussolini, sono 100 anni che i padroni italiani puntano al controllo del petrolio libico. In concorrenza (oggi politica, domani non si sa) con i padroni turchi e russi manovrano per garantirsi la loro parte di bottino.


 

Grande scalpore hanno fatto due dichiarazioni di Draghi rilasciate nel giro di pochi giorni e riguardanti la politica internazionale. La prima è stata durante il suo incontro a Tripoli con il primo ministro del nuovo governo libico, Abdul Hamid Dbeibah, circa la guardia costiera libica. La seconda è stata rilasciata in seguito allo “sgarbo del sofà” fatto alla presidente della commissione europea, Ursula von der Leyen, e riguardava il comportamento da tenere con un “dittatore” come il premier turco Erdogan che lo sgarbo aveva perpetrato. Ambedue le dichiarazioni sono subito apparse notevoli.
Partiamo dalla prima, non tanto per cronologia dei fatti, ma perché aiuta a comprendere la seconda, ovvero a inquadrare le ragioni che hanno spinto Draghi ad un’uscita tanto forte nei confronti di Erdogan da collocarla tra quelle in grado di creare il classico incidente diplomatico tra due stati.

LA LIBIA, E L’INGERENZA TURCA NEL (EX) CORTILE DI CASA DELL’ITALIA
E’ il 6 aprile, qualche giorno prima il ministro degli esteri, Di Maio, con il presidente dell’Eni De Scalzi, non si capisce chi introduceva chi, avevano incontrato a Tripoli il premier del nuovo governo libico, ora è la volta dell’incontro con Draghi. Il sole24 ore del 7 aprile spiega così le ragioni di tutte queste missioni a Tripoli di manager e politici italiani: «salvaguardare i contratti e le commesse già in essere che spettavano alle aziende italiane. Inclusa la spinosa questione del recupero dei crediti, storici e recenti». “Spettavano”, il verbo coniugato al passato è doveroso, non solo perché la guerra in Libia ha interrotto un po’ di traffici economici tra i borghesi libici e quelli italiani, ma soprattutto perché dalla guerra del dopo Gheddafi se è vero che è uscito un nuovo governo di unità nazionale, è ancora più vero che vi sono adesso sul suolo libico nuove potenze mondiali, la Turchia e la Russia. E ambedue sono adesso pronte a passare all’incasso dei rispettivi interventi militari in Tripolitania la prima e in Cirenaica la seconda.
Così alla fine della visita di Draghi a Tripoli tutti i giornali si sono lanciati in ipotesi su cosa avesse portato davvero a casa per i padroni italiani. Ma in conferenza stampa, quel 6 aprile, Draghi su questo non si sbilancia, mentre invece rilascia una dichiarazione che appare ai più come un vero e proprio incredibile elogio alla guardia costiera libica: «noi esprimiamo soddisfazione per quello che la Libia fa nei salvataggi e, nello stesso tempo, aiutiamo e assistiamo la Libia». Manco fosse in visita alla sede di qualche Ong. Persino Salvini e Minniti sono sobbalzati sulla poltrona, mentre i benpensanti alla Fratoianni in Italia sono insorti, scandalizzati da quella che potrebbe apparire un misto tra ingenuità politica e ossequiosa reverenza verso i libici.
Ma Draghi, il compassato ex primo banchiere europeo abituato a misurare le parole, non è né ingenuo né reverente. Non può non sapere che buona parte delle motovedette libiche sono state fornite dall’Italia, ricevono regolare manutenzione dalla “nave officina” della Marina militare italiana stabilmente presente nel porto di Tripoli, che i loro equipaggi sono stati addestrati dall’Italia. Sa anche che il parlamento italiano vota ogni anno dal 2017 (governo Gentiloni) il rifinanziamento del memorandum Minniti tra Italia e Libia che prevede proprio quell’appoggio militare di cui Draghi si congratulava – l’ultima votazione è avvenuta nell’agosto 2020 con solo 14 contrari al Senato.
Ecco allora che forse questa prima dichiarazione di Draghi tanto strana non è. In primo luogo perché è come se avesse ringraziato un capo missione militare italiano che svolga il suo compito fuori dai confini italiani. Potrà anche far storcere il naso a qualche esponente di Leu, ma è su preciso mandato del governo, del parlamento italiano a difesa degli interessi della borghesia italiana in Libia. In secondo luogo perché da un paio di anni a Tripoli vi sono i generali turchi, e la guardia costiera libica si coordina più con la marina turca, cui interessa il controllo di tutto il corridoio marittimo che va dalla Libia a Cipro, piuttosto che con quella italiana.
È chiaro che Draghi già con quella “prima” dichiarazione parlava pubblicamente al nuovo governo libico perché, in realtà, il governo turco di Erdogan intendesse. Ovvero stava reclamando un più “giusto” riconoscimento dei circa 50 milioni di euro che ogni anno lo Stato italiano spende per garantire alle sue aziende di continuare a far affari in Libia. Avrebbe potuto reclamare a Erdogan diversamente, ma in “modo franco”, come avrà modo di specificare successivamente, la tutela degli interessi italiani? Certo, e lo dimostrerà nel giro di poche ore.

GLI “STIVALI SUL TERRENO” DELLA TURCHIA
È tuttavia ormai un dato di fatto che la Turchia in Tripolitania vi è arrivata per restarci. Dopo aver fermato la conquista di Tripoli da parte del generale Haftar non ha certo adesso intenzione di andarsene come se nulla fosse. Non è che gli accordi che Turchia e Qatar hanno stipulato nel novembre 2019 con
il precedente governo libico di Fayez al-Sarraj, fornendo in cambio armi, mezzi, mercenari turco-siriani, aerei, droni e batterie missilistiche, possono adesso essere messi in discussione dal nuovo governo di unità nazione di Dbeibah. Se all’Italia e all’Eni in fin dei conti ha fatto comodo che la Turchia impedisse ad Haftar, e dietro di lui alla Russia e alla Francia, di arrivare a prendersi Tripoli e con essa l’intera Libia, non può ora certo pensare di non venire a patti con la Turchia se solo vuole salvare il salvabile, a partire dall’estrazione di gas e petrolio condotta dall’Eni.
La Turchia, solo per fare qualche esempio, ha ottenuto in concessione per 99 anni il porto di Misurata, che in pratica è ormai un avamposto della marina turca nel centro del Mediterraneo, ha un accordo per l’utilizzo della base aerea di al-Watya a Ovest di Tripoli, da lì sono partiti droni e aerei che han salvato Tripoli e la fazione della borghesia libica che stava dietro a Serraj e che ora sta pur dietro a quella metà del governo Dbeibah espressa dalla borghesia tripolina. A breve un’azienda turca ha annunciato che a Misurata verrà costruita la più grande fabbrica di cemento libicacon un investimento di 50 milioni di dollari e impiegherà a regime mille operai, fornirà il cemento necessario alla ricostruzione del paese.
Tutti questi “interessi” in Libia per la Turchia di Erdogan sono ormai assodati, val la pena ricordare che il parlamento turco ha votato “democraticamente” a dicembre scorso la continuazione dell’impegno in Libia per altri 18 mesi proprio per essere sicuri che gli sforzi fatti finora non vadano persi – più o meno la stessa cosa che anche il parlamento italiano vota ogni anno.

DRAGHI PERDE LE STAFFE? O A TRIPOLI ERDOGAN CONTA DI PIÙ?
E’ l’8 aprile, il giorno prima in Turchia la presidente della commissione europea Ursula von der Leyen subisce lo sgarbo di essere lasciata in piedi e di doversi accomodare sul “sofà”, le due poltrone sono riservate agli “uomini”, Erdogan e Charles Michel, presidente del consiglio europeo, che fa a sua volta proprio una “bella” figura. Draghi è a Roma, ma a una conferenza stampa che non c’entra nulla con la vicenda del sofà scarica la sua “seconda dichiarazione” assolutamente “fuori protocollo” e supera ampiamente la prima. «Non condivido assolutamente Erdogan …. Mi è dispiaciuto moltissimo per l’umiliazione che la presidente della Commissione Ursula von der Leyen ha dovuto subire» – e fin qui ci poteva stare. Nessuno in Europa aveva richiesto le scuse ufficiali del misogino Erdogan, il silenzio tedesco era imbarazzante, niente dalla Merckel donna e connazionale della von der Leyen, niente dalla Francia di Macron. Toccava forse, dunque, al Draghi “signore”? Solo che poi il presidente del Consiglio italiano aggiunge: «Con questi dittatori, chiamiamoli per quello che sono, di cui però si ha bisogno, uno deve essere franco nell’esprimere la propria diversità di vedute e di visioni della società; e deve essere anche pronto a cooperare per assicurare gli interessi del proprio Paese». Probabilmente nel suo cervello frullavano ancora pensieri risultanti dalle ore appena trascorse in Libia e dei rospi appena ingoiati.
Scontato che le affermazioni di Draghi hanno acceso tutto il nazionalismo turco. Ma il punto è: che bisogno c’era di dare del dittatore pubblicamente, come segno di massima offesa, a Erdogan? Solo uno sfogo? Draghi non poteva non tenere conto delle ripercussioni delle sue parole proprio in quelle relazioni economico commerciali che è così bravo a rappresentare per la borghesia italiana. Qualcuno ha voluto trovare un parallelismo con un Biden che, sempre pubblicamente, ha dato del “killer” (assassino) a Putin. Anche quello uno sfogo o frutto inevitabile di un alzare ancora di una tacca l’asticella dello scontro? E se dopo aver abbandonato la moderazione nel linguaggio, a furia di alzare i toni, si dovesse arrivare all’uso di mezzi non troppo pacifici per diventare davvero credibili?
Ma soprattutto perché, a qual fine? Ebbene, togliamo dal campo tutte le balle sui sacri valori della democrazia contro le dittature, poiché ad occhi avvezzi alla dittatura della democrazia borghese, che nelle fabbriche conosciamo benissimo, non possono che svelarsi in tutta la loro ipocrisia. D’altra parte il Draghi che vuole essere franco per rappresentare gli interessi italiani (leggasi di Eni, Salini-Impregilo, ecc) e pertanto si reca a Tripoli a trattare con il nuovo governo libico di Dbeibah, si prefigura una Libia in cui si ritorni agli accordi del 2008 (dichiarazione esplicita) tra Berlusconi e Gheddafi, e di quest’ultimo, tutto si può dire, tranne che fosse un campione della democrazia. Solo che a quel punto a un capo di Stato non si dice, davanti al mondo con franchezza, “facciamo affari anche se sei un dittatore”, ma lo si riceve con i massimi onori. Proprio come fece Berlusconi con Gheddafi, ospitato a Roma con tanto di tenda e corte al seguito. Quando gli si dà del dittatore è per giustificarne all’opinione pubblica la volontà di farlo fuori sotto democratici bombardamenti. Forse è questo che si prefigura Draghi per Erdogan – e Biden per Putin?
Sono ormai così messi male gli interessi in Libia dell’Italia per via di Erdogan e della borghesia turca che rappresenta? Forse no, o non ancora, ma se la strada tracciata è quella, alla fine non basterà la semplice minaccia.

La cronaca internazionale, successiva, riporta di risposte piccate di Erdogan a Draghi, ma soprattutto di una delegazione libica di 14 ministri, l’intero nuovo governo libico, che si reca il 12 aprile alla corte del “dittatore” ad Ankara. Dove vengono firmati 5 nuovi accordi economici tra Libia e Turchia, nonché la riconferma del memorandum del novembre 2019 con i confini nelle acque del Mediterraneo e la demarcazione nel corridoio tra Turchia e Libia delle risorse energetiche.
Poi Dbeibah si è recato a Mosca, poiché rimane aperto anche tutto l’enorme capitolo dell’intervento russo in Libia e dell’appoggio dato insieme all’Egitto ai militari di Haftar in Cirenaica. Ad oggi viene stimata una presenza di circa 10.000 mercenari russi della compagnia Wagner, a loro viene imputata la fermata della controffensiva turco tra Misurata e Sirte, ma anche il recente scavo di una specie di trincea che segna l’attuale confine tra zona di influenza turca a Ovest e zona di influenza russo-egizianaa Est.
R. P.

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