WHIRPOOL. LE PROMESSE, LE CHIACCHIERE…NON SERVONO PIÙ

La situazione è pesante, all’assemblea le critiche alla gestione sindacale si fa dura. Attendere un fantomatico intervento del governo vuol dire ancora illudere la gente, a meno che una rivolta operaia li faccia correre tutti a Napoli per cercare una soluzione vera.
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La situazione è pesante, all’assemblea le critiche alla gestione sindacale si fanno dure. Attendere un fantomatico intervento del governo vuol dire ancora illudere la gente, a meno che una rivolta operaia li faccia correre tutti a Napoli per cercare una soluzione vera.


Il 31 Marzo è la data in cui l’azienda procederà al licenziamento di tutti i 350 operai della Whirlpool di Napoli. La fabbrica è chiusa dal 31 dicembre, gli operai sono in cassa integrazione. I sindacati hanno chiesto all’azienda un’integrazione per colmare la differenza tra la piena retribuzione e il salario da cassa integrazione. L’azienda si è limitata a mettere sul piatto 250 euro in più per operaio. Ed anche se non apertamente, nei sindacati circola voce che è già tanto. Sono probabilmente consapevoli che un padrone concede quando teme di poter perdere di più. Ma questo non è il caso della Whirlpool. E loro lo sanno bene.
Venerdì 12 febbraio è convocata l’assemblea. L’atmosfera solenne e pacifica di quelle passate non c’è più. In questo piovoso venerdì di febbraio non ci sono pattuglie di polizia a presidiare gli ingressi, pochissime le telecamere, sparita anche tutta la paccottiglia della sinistra politica che in questi capannoni è venuta ad esibirsi a più riprese. Sono rimasti gli operai e i loro sindacalisti, delegati e funzionari delle segreterie regionali e nazionali. Come una resa dei conti sul campo.
I sindacalisti aprono l’assemblea, ma si nota subito che c’è qualcosa che inceppa quell’incedere fluido, ben sperimentato in questi due anni di vertenza, per cui i sindacalisti parlano e gli operai assistono taciturni. Il clima è teso, gli operai interrompono gli sproloqui e cominciano a contestare. Gli applausi scroscianti sono un ricordo lontano. Quando i nodi vengono al pettine, il compito dei sindacati di tenere a freno, direzionare e controllare la massa degli operai, diventa sempre più arduo e complicato. Qui il 31 marzo fioccheranno le lettere di licenziamento. Gli operai hanno perso la pazienza, capiscono che l’azienda non farà un passo indietro se il copione è quello visto finora e prospettive concrete non ce ne sono. I sindacalisti farfugliano qualcosa sul governo, dicono che bisogna attendere l’insediamento dei nuovi ministri per decidere il da farsi, andare a Roma …. se le misure anti-covid lo permetteranno. Alcuni operai non ci stanno a sorbirsi tutta la liturgia, si alzano d’impeto e si avvicinano al banco dei relatori. Del nuovo governo non gliene frega niente, vogliono un programma di lotta, anche se questo dovesse risultare inconciliabile con le misure anti-covid. I sindacalisti sono costretti a ceder loro la parola.
Per buona parte l’assemblea diventa un atto d’accusa degli operai nei confronti dei sindacati, con questi costretti a rincorrerli mettendo toppe dove possibile. L’avevano messo in conto che poteva succedere. Con gli operai che li incalzano, le contraddizioni nelle quali precipitano i sindacalisti diventano manifeste. Rosario Rappa della Fiom tenta di ricomporre le fratture. “Si farà tutto il possibile e l’impossibile” tuona, aveva già detto ad ottobre che ci sarebbe stato “il Vietnam”. Abbiamo visto al più qualche assemblea di condominio e le solite scartoffie indirizzate a governo e azienda. “Se vi mettete contro di noi e l’unità che abbiamo raggiunto la partita è persa, vi consegnate all’azienda”. Vuole ricompattare quel legame che tiene gli operai sottomessi alla direzione sindacale prefigurando una sconfitta certa se prendono a decidere di testa propria. Del resto finché gli operai della Whirlpool crederanno che la soluzione arrivi dal governo, questo legame, che pur sembra assottigliarsi e sfilacciarsi in una fase decisiva, non si sfalderà. Se i sindacati sono gli interlocutori della parte da cui si attendono le soluzioni, gli interlocutori vivranno di una fiducia incondizionata con deleghe in bianco. Gli operai contestano ai sindacati che quanto fatto non è stato sufficiente a piegare i vertici aziendali. In successione ricordano che a ottobre 2020 si ipotizzava che l’azienda non avrebbe chiuso ed ha chiuso, che non si sarebbero messi i sigilli agli ingressi, e sono stati messi, che non ci sarebbero stati licenziamenti, ed ora il termine per arrivarci è certo. Rappa e gli altri, scafati sindacalisti di vertenze dove gli operai sono stati portati a spasso per periodi anche lunghi prima del licenziamento, chiedono a gran voce che non si arrivi al disfattismo! “Se non ci crediamo neanche noi, abbiamo già perso”. Travisa la critica che gli operai muovono sui metodi e i percorsi scelti dal sindacato come rassegnazione degli stessi operai. Più che rassegnati gli operai invece sono ancora poco convinti e consapevoli della loro forza collettiva, dell’importanza di organizzare la lotta sulle necessità che lo scontro impone, misurandosi come forza indipendente e con precisi interessi di fronte alle manovre del padrone dettate dall’esclusivo calcolo sui profitti, ai governi borghesi che si ergono ad arbitri dello scontro, e ai sindacati collaborazionisti. L’arringa dei sindacalisti è fiacca e ormai fa poca presa, è un continuo rimandare a scadenze sine die, “quando si insedierà il governo”, “una possibile nuova proroga del blocco dei licenziamenti”, “se arriveranno le lettere ci saranno altri 75 giorni di tempo per capire come muoversi”. E’ una resa manifesta, una continua ammissione di incapacità, o per dirla meglio, di assoluta mancanza della volontà di determinare insieme agli operai un preciso programma di lotta che non passi per appigli governativi, aiuti istituzionali e legislativi. Era già emerso in maniera chiara quando l’azienda aveva annunciato l’intenzione di procedere con la chiusura del sito di Napoli e il licenziamento di tutte le maestranze. Allora, ad eccezione di un presidio all’esterno della fabbrica (già chiusa con i sigilli apposti nell’ultima giornata di lavoro), i sindacati hanno condotto gli operai in situazioni dove l’obiettivo di mettere realmente le mani sulla fabbrica, di prendere possesso dei macchinari e delle merci ancora presenti, non era neanche lontanamente previsto, anzi erano ritenute azioni di forza “estreme e senza utilità”. Oggi per giustificare l’assenza di iniziative forti e scioperi nelle altre fabbriche italiane di Whirlpool, parlano dell’importanza di restare a stretto contatto con la fabbrica, ammettendo che il presunto disinteresse dell’azienda sulle sorti del sito napoletano, come avrebbero dichiarato i dirigenti della Whirlpool ai tavoli istituiti presso il Mise, era solo una banale scusa. Whirlpool infatti non vuole mollare la fabbrica ai concorrenti (SMEG, AIG ed altri) che hanno mostrato interesse ad acquisirla. Se allora sulla proprietà decidono i proprietari, se sulla fabbrica di Napoli insiste ancora tutto l’interesse del padrone Whirlpool, perché gli operai sono stati persuasi a non dar seguito ad iniziative di forza che avrebbero fatto intendere chiaramente almeno due cose: che alle offensive padronali si risponde colpo su colpo, e che gli operai sono pronti a difendere la fabbrica se dopo anni di sfruttamento il padrone ritiene quella fabbrica non più conveniente?
E’ inevitabile che una collettività operaia in assenza di soluzioni, intraviste, poi disattese, ancora intraviste e poi sempre disattese, vada a scagliarsi contro i suoi diretti rappresentanti, il coordinamento sindacale di FIOM-FIM-UILM, che hanno avuto un potere di gestione incontrastato, facendo il bello e il cattivo tempo, ma questa accusa nasce come effetto di una richiesta di aiuto, di un affidamento cieco degli operai nei confronti dei loro sindacati che svela la debolezza di fondo di questo stesso gruppo operaio, non ancora pronto ad assumersi la responsabilità di mettersi sulle proprie spalle il peso dello scontro. L’approssimarsi di scadenze sulle quali l’azienda si è mostrata, a differenza di altri, inamovibile e intransigente, la certezza di rimanere senza salario e senza alternative, potrebbe tuttavia determinare scenari al momento ritenuti improbabili, come la presa d’atto tra gli operai della necessità di una ribellione aperta. Vedremo. Intanto l’azienda va dritto per la sua strada. Gli impiegati sono già stati trasferiti nelle altre fabbriche del nord e per tenere divisi gli operai si usano le armi del ricatto economico ed occupazionale, con offerte di buonuscita e proposte di trasferimento per i ‘meritevoli’. Non servono chiacchiere, processioni ed eventi teatrali ma tutta la forza e la determinazione operaia per mettere alle corde chi sa fare bene il mestiere del padrone.
A. B.

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