STAR DI AGRATE, FRA SUGHI E BRODI, LICENZIAMENTO PER RAPPRESAGLIA

Fabrizio licenziato per essersi abbassato la mascherina. Guarda caso è un attivista sindacale, critico nei confronti della gestione aziendale, sempre dalla parte della collettività operaia.  La STAR ha usato la mascherina per mettergli il bavaglio, ma la partita è ancora da giocare.
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Fabrizio licenziato per essersi abbassato la mascherina. Guarda caso è un attivista sindacale, critico nei confronti della gestione aziendale, sempre dalla parte della collettività operaia. La STAR ha usato la mascherina per mettergli il bavaglio, ma la partita è ancora da giocare.


Alla STAR gli operai hanno lavorato in piena pandemia, uno vicino all’altro, la distanza di sicurezza ballerina, senza vere pause aggiuntive, viaggiando su autobus pieni, eppure è bastato, per quanto racconta l’azienda, che un operaio, attivista sindacale, si abbassasse la mascherina per pochi minuti che è stato immediatamente sospeso dalla fabbrica ed infine licenziato. Alla STAR la mascherina deve funzionare come bavaglio. Questa è la storia vera di un licenziamento subìto da un operaio della Star (Stabilimenti Alimentari Riuniti) di Agrate in provincia di Monza.
La Star è una nota fabbrica alimentare della Brianza, che produce salse, sughi, pesto, the, tisane, dadi, e brodo liquido. Il licenziamento è scattato perché Fabrizio è stato accusato di aver abbassato la mascherina anti-covid per pochi minuti, seppure nessun operaio nè nessun altro lavoratore era a stretto contatto con lui. Come se un operaio che lavora 8 ore fra calore e vapori insopportabili, non possa per pochi minuti abbassarsi una mascherina per respirare un po’.
A questa stregua migliaia di individui, che ogni giorno frequentando bar o ristoranti e che si tolgono la mascherina in presenza di altri, dovrebbero quanto meno essere multati redarguiti e puniti. Ma quello che vale nelle fabbriche non vale per la società civile.

Fabrizio lavora in star da 25 anni è stato per moltissimi anni delegato sindacale con posizioni combattive. Un operaio battagliero, che, nel conflitto perenne che intercorre all’interno delle fabbriche, tra padroni ed i moderni schiavi salariati, gli operai, si è sempre schierato in prima persona nella difesa dei loro interessi.
La tecnica adottata dalla direzione aziendale per licenziare gli operai come è successo con Fabrizio, è una tecnica ormai diffusa e poche volte veramente contrastata, frutto di un’azione sulla libertà di licenziare che ha visto protagonisti la Fornero e da ultimo Renzi col Jobs Act. Con il risultato che i padroni, adottando il sistema delle lettere di ammonizione, con pretesti banali, molte volte addirittura falsificando la realtà oppure inventando violazioni al contratto mai avvenute (dopo la terza lettera di contestazione per lo stesso motivo l’azienda può ricorrere alla sospensione cautelare ed al licenziamento perché questo prevedono i contratti di lavoro) licenziano gli operai ed anche in presenza di una sentenza di “licenziamento illegittimo” non sono obbligati alla reintegrazione.
Il risultato è che molte volte la scelta di adire a vie legali porta semplicemente alla soluzione risarcitoria, a quante mensilità la questione si chiuda. Altra strada è la precisa denuncia senza mezzi termini che si tratti di una discriminazione per attività sindacale, il respingere da subito le lettere aziendali come montature, senza base, anzi al limite della persecuzione. Cosa è oggi inventarsi che un operaio ha abbassato la mascherina per pochi minuti, se non una provocazione. E fare su questo fatto non provato lettere di contestazioni una dietro l’altra, se non voler colpire Fabrizio per le sue posizioni sindacali non certo per la negligenza rispetto al covid. Le stesse lettere riferiscono i fatti con date sbagliate. Qui la scelta di come impostare la difesa di questi operai attivi che le aziende vogliono far fuori è fondamentale, la responsabilità del sindacato è manifesta. Questa scelta spetta prima di tutto al sindacato, alle iniziative di contrasto che mette in atto contro direzioni che vogliono trasformare la mascherina anti-covid in bavaglio per le proteste operaie. Come è successo alla STAR.
Per il valore generale dello scontro in atto probabilmente occorreva dichiarare immediatamente sciopero in difesa di Fabrizio fin dalla prima lettera di ammonizione e denunciarla legalmente come manifesto atto discriminatorio. La direzione aziendale, non ha perso tempo, ha continuato sulla strada delle lettere di ammonizione e così si è giunti alla seconda lettera.
La terza è stato questione di un attimo, il padrone cogliendo al volo l’occasione ha così potuto giocare, prima del licenziamento, la carta della sospensione cautelativa: “cautelarmente ella è sospeso dal servizio fino a nostra diversa comunicazione” – nonostante non ci fosse la recidiva.
Fabrizio dal’8 gennaio è stato sospeso dal lavoro senza nessuna possibilità di rimettere piede in fabbrica.

Visto l’aggravarsi della situazione la rsu ha proclamato il 21 gennaio, esattamente dopo ben 13 giorni in cui Fabrizio era fuori dalla fabbrica sospeso, e in contemporanea con le giustificazioni fatte a voce dalla funzionaria sindacale, un ora di sciopero, l’ultima ora di ogni turno
Il padrone vista la buona adesione allo sciopero, nel tentativo di intimidire alcuni operai dato che la vertenza si stava inasprendo, ha chiamato in direzione alcuni di loro minacciandoli di gravi ritorsioni cercando di indebolire lo sciopero, ma nonostante questo lo sciopero ha avuto un’adesione del 90%. Il 3 febbraio l’azienda inviava la lettera di licenziamento a Fabrizio.
A questo punto lo scontro attorno al licenziamento si alzava di livello, un operaio licenziato, alla STAR per essersi abbassato la mascherina per pochi minuti non poteva passare sotto silenzio, poteva e doveva diventare un caso capace di valore generale: ecco come gli industriali usano la pandemia per disfarsi degli oppositori interni. La risposta è arrivata, la rsu e il sindacato di cui Fabrizio è un attivista da decine di anni, hanno organizzato per mercoledì 10 febbraio, 3 ore di sciopero con presidio della portineria e conferenza Stampa. Presidio a cui partecipavano un buon numero di operai, una dozzina di delegati del direttivo della Flai (sindacato degli agroalimentari della Cgil) una delegazione di operai della Same di Treviglio ed alcuni operai e pensionati solidali.
Se gli operai della Star vogliono difendere realmente Fabrizio che per lunghi anni non ha mai ceduto ai ricatti del padrone ed ha difeso gli interessi di tutti gli operai della Star, allora è bene che mettano in campo tutta la loro forza mobilitandosi con scioperi e picchetti. Così anche per il sindacato diventerà più forte la convinzione che siamo di fronte ad una attività antisindacale, che una causa sull’articolo 28 in cui si dimostri che Fabrizio è stato colpito per come ha interpretato il suo ruolo di militante della FLAI è l’unica possibilità di farlo rientrare in fabbrica per vie legali se non si riesce sul campo con la mobilitazione. Altre vie legali, è bene che tutti lo sappiano, dopo le riforme Fornero e Renzi portano nella migliore delle ipotesi a qualche mensilità come buona uscita ma in nessun caso il ritorno di Fabrizio nel suo posto di lavoro.
D.C.

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