È ARRIVATO DRAGHI, IL SALVATORE DELLA PATRIA

Il salvatore della patria è arrivato, l’uomo di punta dell’oligarchia finanziaria, Draghi,  è incaricato di formare il nuovo governo.  Gli ha spianato la strada Renzi ...
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Il salvatore della patria è arrivato, l’uomo di punta dell’oligarchia finanziaria, Draghi, è incaricato di formare il nuovo governo. Gli ha spianato la strada Renzi, giovane rampollo di quello strato di banchieri ed industriali legati all’alta finanza che non hanno una forza politica propria abbastanza consistente e significativa e ciclicamente lo spingono avanti. Il malloppo dei contributi europei è consistente e non poteva essere lasciato nelle mani della media e piccola borghesia impiegatizia rappresentata dall’asse M5S e Partito Democratico e tantomeno rischiare con le elezioni di consegnare il malloppo nelle mani dei Salvini e Meloni, altra piccola e media imprenditoria operante in proprio, costantemente pronta ad evadere le tasse e al limite della legalità nella gestione dei propri affari.
Il grande capitale industriale-finanziario non poteva far disperdere questi 200 e più miliardi di euro in diecimila rivoli per accontentare questa o quella base elettorale, doveva intervenire per controllare direttamente, una giusta, per loro, suddivisione. Il governo Conte è stato il governo della mediazione fra le diverse classi medie, il governo dei sussidi per gli imprenditori dei servizi colpiti dalle misure antipandemiche, era il governo della distribuzione della miseria con il reddito di cittadinanza e la cassa integrazione e del rinvio del licenziamenti, a buchi ed a tappe. Ma non ha retto perché fra i suoi sostenitori ha operato l’uomo che non fa altro che proporsi come avanguardia del grande capitale industriale-finanziario operante in Italia.
Ha svolto questo ruolo quando ha reso liberi i licenziamenti col Jobs Act, quando ha tentato una riforma costituzionale che doveva permettere a questa frazione di classe dominante di comandare più decisamente, lo ha ripetuto quando a Pasqua dell’anno scorso ha imposto l’apertura delle fabbriche in piena pandemia mettendo a rischio la pelle degli operai per accontentare Bonomi di Confindustria, ha aperto la strada al governo di un Draghi, oligarca finanziario, che come rappresentante riconosciuto dell’alta finanza si propone di mettere in ordine gli appetiti particolari di piccole e medie imprese, di industriali che sopravvivono con contributi a perdere dello Stato, di mettere in ordine il debito pubblico prima che sia fuori controllo.
Draghi, un rappresentante del rendimento da capitale, che lui, da buon gesuita, chiama “rendimento sociale”, nelle condizioni da lui stesso anticipate a dicembre: debito buono da incrementare, quello investito con rendimento sociale contro debito cattivo quello per sussidi improduttivi – devono stare attenti i richiedenti ristori a babbo morto, le banche hanno diritto agli interessi. Aziende sane con un rendimento sociale da sostenere contro aziende decotte da accompagnare al fallimento e chiudere senza appello. Devono stare attenti i padroni di aziende decotte sovvenzionati dal debito pubblico, e in generale chi ha bisogno del denaro preso a prestito, i tassi di interesse possono in certi momenti diminuire quasi a zero, i titoli pubblici comprati dalla Bce per non far fallire gli Stati, ma i debiti devono essere restituiti e gli interessi comunque pagati e coloro che non possono far fronte a questi impegni, il mercato del capitale se ne libererà. Questa è in sintesi la politica economica del finanziere gesuita dottor Mario Draghi.
Ma se fosse solo così sarebbero problemi tutti interni alla classi superiori, ai borghesi, ma non sarà solo così. Sui due problemi principali che come operai ci riguardano, il salario e i licenziamenti le scelte dei prossimi mesi sono già chiare. Draghi rilancia il problema in Italia della bassa produttività, e sappiamo bene che gira e rigira si finisce sempre a comprimere il salario ed aumentare il rendimento di chi lavora a salario. Sul problema dei licenziamenti le imprese in procinto di fallire o ristrutturarsi vanno accompagnate e liberate dal peso degli operai inutilizzabili, di conseguenza via il blocco dei licenziamenti o un suo allentamento significativo.
Ora siamo solo alla prima puntata, Draghi ha il compito di formare il nuovo governo. Sui grandi giornali, a cominciare da quelli della famiglia Agnelli, il suo nome era già sostenuto dall’inizio della crisi, in poche ore, su tutti i mezzi di informazione si è giunti all’apoteosi, giornalisti leccapiedi ne hanno fatto il salvatore dell’Italia, ma c’è un problema, la scelta dei ministri e il voto delle forze politiche in parlamento. Se l’oligarchia finanziaria ha messo sul podio un Draghi non può rischiare attorno a lui una maggioranza incostante, non può essere coinvolta in una contrattazione per accontentare i sostenitori con adeguate poltrone ministeriali. O si stabilisce un comando dall’alto su una gestione governativa univoca o tutto l’esperimento fallisce e devono andare alle elezioni.
Draghi ha anche davanti l’eventualità di un conflitto sociale che la sua stessa gestione può provocare, ed anche questo segnerebbe il suo fallimento. Conte con l’aiuto dei sindacati concertativi ha fatto bere agli operai il rischio calcolato del contagio per lavorare, ha fatto accettare la miseria della cigs come il meno peggio, con i ristori ha tenuto a bada la famelica necessità di guadagno di piccoli e medi imprenditori. Conte un furbone della mediazione sociale, ma Draghi? Non ha mai gestito un governo, non sa cosa vuol dire gestire i rapporti fra le classi che lo dovrebbero sostenere, e soprattutto la sua politica economica, di cui sostanzialmente porteranno il peso gli operai e la piccola borghesia immiserita, contiene una miscela esplosiva che gli può scoppiare fra le mani. Aspettiamo con curiosità la formazione del nuovo governo, il nome dei nuovi ministri e la fiducia del parlamento.
E.A.

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