LA CHIESA NON CAMBIA MAI. IL RE BORBONE SANTO SUBITO

Sembra un salto nel passato la notizia di questi giorni che “Franceschiello”, ultimo re del Regno delle due Sicilie, sia stato candidato alla santità dai vescovi della Campania.
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Sembra un salto nel passato la notizia di questi giorni che “Franceschiello”, ultimo re del Regno delle due Sicilie, sia stato candidato alla santità dai vescovi della Campania.


 

L’annuncio viene fatto dall’arcivescovo di Napoli, Sepe, nel giorno del suo congedo per “raggiunti limiti di età”. La Chiesa fa un passo indietro di 160 anni, e candida alla massima onorificenza l’ultimo re di Napoli. L’iniziativa è in piena continuità con la posizione della chiesa sul risorgimento, ma arriva con più di un secolo e mezzo di ritardo.
All’epoca aveva tutti i motivi per recriminare e sostenere la causa dei Borbone. Lo stato unitario sfruttò l’ideologia anticlericale che aveva caratterizzato il movimento unitario repubblicano per portare a compimento l’unità inglobando nel nuovo stato i territori pontifici. Inoltre, l’unificazione portò all’esproprio della maggior parte dei beni della chiesa. Di questi beni, insieme ai terreni comuni appartenenti agli “usi civici”, la maggior parte fu accaparrata dai proprietari fondiari e dalla borghesia, quelle stesse classi che avevano utilizzato la macchina statale del regno borbonico per tenere sotto i contadini e continuare a fare i propri affari e che, con l’arrivo di Garibaldi e dei piemontesi, si scoprirono “liberali” e “unitari”, sempre con la stessa motivazione: la salvaguardia dei propri interessi.
La posizione della chiesa nei confronti di “Franceschiello” è una presa di posizione a favore di quella parte della borghesia, del ceto medio, e della piccola borghesia meridionale che, di fronte al disastro attuale del meridione d’Italia, guarda con nostalgia al tempo dei Borbone, idealizzando una società e una monarchia che non aveva niente di diverso e di positivo rispetto alle altre società e monarchie dell’epoca: tirannica, oppressiva, al servizio dei possidenti contro quelli che non possedevano niente. Una monarchia che aveva soffocato nel sangue almeno tre tentativi rivoluzionari negli ultimi sessant’anni: nel 1799, nel 1820 e nel 1848 e che teneva sotto stretto controllo poliziesco la Sicilia che aveva sempre mal digerito il controllo dei Borbone da Napoli, si pensi alla feroce repressione della rivolta della Gancia, avvenuta proprio sotto il re “santo” Franceschiello. Non a caso Garibaldi vince in Sicilia grazie all’appoggio della popolazione, in particolare gli strati bassi della popolazione, di cui una larga fetta erano contadini poveri che si uniscono alle camice rosse con l’illusione che è arrivato il momento di saldare i conti con i ricchi proprietari terrieri e avere finalmente le terre demaniali che appartenevano alla comunità. L’esperienza di Bronte disilluse ben presto i contadini.
Tra l’altro, i settori sociali che simpatizzano oggi con questa forma di meridionalismo reazionario sono gli eredi di quei “borbonici” che allora diventarono “liberali” per difendere i propri interessi di bottega. Appartengono quindi a quei settori sociali che si arricchirono accaparrandosi buona parte della proprietà terriera della chiesa e rubando la terra ai contadini, diventando i referenti locali della borghesia del nord per depredare il meridione avendone in cambio posti pubblici, finanziamenti, carriere.
L’elemento centrale della storia dell’unificazione d’Italia, quella vera, non quella raccontata da decenni di propaganda risorgimentale al servizio delle classi possidenti, principalmente del Nord e di quelle del Sud che nell’integrazione nel nuovo stato unitario si ricollocarono con successo, fu principalmente la guerra armata contro il movimento dei contadini poveri del meridione, una volta rimosso questo pericolo non rimase nient’altro che un mercanteggiamento con le grandi potenze d’Europa su una nuova composizione dello Stato con al potere la borghesia industriale in ascesa. La forzata annessione del regno delle due Sicilie ai Savoia fu una tappa decisiva nella costituzione del regno d’Italia.
Il superamento dei piccoli stati, ereditati dal feudalesimo, con l’avvento del capitalismo nella sua fase matura, quella delle macchine, dei grandi stabilimenti, e della classe operaia moderna, era nell’ordine delle cose anche in paesi come l’Italia, dove lo sviluppo economico capitalistico era ancora lontano, ma che, sull’onda delle esperienze di altre nazioni, l’Inghilterra prima di tutto, già mobilitava le forze della nascente borghesia, dei suoi ideologi e di quelli che diventeranno sul campo i suoi combattenti, in un miscuglio di idee politiche “progressiste” e romantiche, e di uomini d’affari e avventurieri.
Il movimento unificatore della nascente borghesia industriale aveva sostenitori in ogni singolo stato minore italiano. Univa l’idea di indipendenza nazionale da dominazioni straniere, come nel nord est, alle parole d’ordine del liberalismo nelle sue varie coniugazioni, compresa quella anticlericale che voleva l’eliminazione dello stato del Vaticano, e che aveva come obiettivo politico la costruzione di uno stato moderno, repubblicano.
La gran parte dell’Italia di allora era però, all’inizio, estranea a questo movimento. Le classi principali che componevano la società – i grandi proprietari terrieri da una parte; i mercanti, i piccoli produttori di città, il ceto medio professionale e amministrativo, il ceto medio delle campagne che, insieme, stavano evolvendo verso nuove collocazioni sociali con lo sviluppo della borghesia industriale; e, ultima classe, i contadini poveri – erano in movimento già da tempo, ognuna difendendo i propri interessi. Gli operai, nell’accezione moderna, rappresentavano una minoranza senza peso, presente principalmente nelle grandi città. Nelle campagne la forza sociale più combattiva erano i contadini senza terra, più servi della gleba che salariati agricoli.
I grandi proprietari difendevano le proprie rendite e i propri possedimenti e l’obiettivo vitale che avevano era quello di tenere soggiogati i contadini. La borghesia industriale nascente era la classe più dinamica, tutta protesa a migliorare i propri affari e attratta dai progressi che la sua classe stava facendo in paesi più avanzati come l’Inghilterra e la Francia e rappresentava anche la classe dove le nuove idee attecchivano di più. I contadini erano invece costantemente in guerra con la povertà più assoluta di cui giustamente ritenevano responsabili i ricchi, i proprietari fondiari e lo stato vessatorio.Ogni classe in lotta contro le altre. I proprietari terrieri in difesa dei loro privilegi che la fine del feudalesimo incrinava ormai alla base. La borghesia che voleva più libertà d’azione e uno stato centrale più funzionale ai propri interessi, più aperto al commercio con l’estero, diremmo oggi più globalizzato. I contadini che lottavano da generazioni contro coloro per cui spendevano l’intera misera esistenza per arricchirli con il lavoro e che costantemente cercavano di derubarli delle “terre comuni”, terre che appartenevano alla comunità, residui di un passato ormai sparito ma che rappresentavano per i contadini poveri l’unica possibilità per poter sopravvivere alla miseria che i possidenti gli imponevano e unica prospettiva per migliorare la loro condizione.
Tre classi con pochi legami con il movimento risorgimentale, per anni minoritario nella società italiana dell’epoca. Però, il movimento espansivo del capitalismo che dalla rivoluzione francese in poi, con l’avvento dell’industrialismo in Inghilterra e la tendenza del capitalismo a conquistare sempre nuovi territori con la forza dei prezzi delle sue merci e, dove occorreva, con la forza di eserciti moderni, non poteva non coinvolgere anche l’arretrata Italia.
L’approdo all’unità d’Italia non su basi repubblicane, ma sotto il comando di casa Savoia, fu determinato da circostanze che non erano presenti all’inizio del movimento.
I Savoia erano una famiglia regnante, non meno accentratrice dei Borbone. Il Piemonte aveva in più, rispetto al meridione d’Italia, una maggiore vicinanza all’Europa del nord e alle sue idee progressiste in economia. Dal punto di vista dell’economia reale era arretrato, più ancora del regno delle due Sicilie. Poteva vantare una produttività agricola migliore, ma dal punto di vista industriale, in una situazione di generale arretratezza, presentava una situazione peggiore del meridione. La sua forza consisteva in una accelerata spinta quantitativa all’industrializzazione e la necessità della costituzione del mercato interno libero da ogni vincolo localistico.
Nel superare questa situazione di arretratezza, nel nord rispetto al sud, la borghesia nascente del nord aveva già creato gli uomini che l’avrebbero portata a dominare, e questi uomini erano ben integrati nella corte della monarchia sabauda, una monarchia che, rispetto a quella borbonica, aveva mire espansionistiche molto più accentuate, anche in questo brutta copia delle potenze europee maggiori.
L’unità attuata dai Savoia era lontana da quella teorizzata dai risorgimentali. Monarchica e non repubblicana. Non unità di un solo popolo, ma conquista e sottomissione del sud da parte del nord. Non progressista e migliorativa delle condizioni delle classi subalterne come qualcuno poteva immaginare guardando quel movimento. Gli stessi Mazzini e il Garibaldi del periodo dell’unificazione non avevano nessun orizzonte “sociale”, men che meno fecero leva sulla classe subalterna per eccellenza in quel periodo: i contadini poveri.
Da queste contraddizioni nacque l’Italia moderna e le sue contraddizioni attuali trovano il presupposto proprio in quel momento fondativo. La repressione dei contadini dal 1860 al 1865, la cosiddetta guerra al “brigantaggio”, rappresenta il fulcro di questa contraddizione.
I contadini poveri volevano la terra, volevano finalmente consacrati i diritti sugli “usi civici”, le terre comuni. Pensarono che con la messa in discussione del potere ufficiale dei Borbone e nel fuoco delle battaglie per l’unità, fosse arrivato il loro momento, e partirono cominciando ad espropriare i ricchi e occupando le terre comuni. L’avevano già tentato ad ogni appuntamento rivoluzionario. I grandi possidenti e il ceto politico locale capirono che solo unendosi al nuovo stato padrone, quello dell’Italia, avrebbero difeso i propri interessi e aumentato i loro possedimenti, e diventarono tutti prima “liberali”, e poi “unitari” sotto i Savoia utilizzando la forza degli occupanti contro la rivolta dei contadini.
Se i contadini poveri avessero contato qualcosa, se avessero avuto oltre la loro capacità di ribellarsi e combattere anche l’appoggio dell’avanguardia risorgimentale, che non ci fu, la storia dell’Italia moderna sarebbe stata diversa. La sconfitta dei contadini meridionali determinò il mancato sviluppo del capitalismo nelle campagne, passaggio essenziale per lo sviluppo pieno del capitalismo, con effetti economici negativi a livello nazionale.
F. R.

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