KARL MARX – “SALARIO, PREZZO E PROFITTO”

Seconda parte dell'intervento letto da Marx alla riunione del 27 giugno 1865 del Consiglio Generale dell'Associazione Internazionale degli Operai. Suddivisa da noi in puntate. <font color=red> Diciassettesima puntata </font>
Condividi:

Seconda parte dell’intervento letto da Marx alla riunione del 27 giugno 1865 del Consiglio Generale dell’Associazione Internazionale degli Operai. Suddivisa da noi in puntate.
Diciassettesima puntata


 

Puntata precedente | Puntata successiva

3. Abbiamo supposto finora che la giornata di lavoro abbia limiti determinati. Ma la giornata di lavoro non ha in sé nessun limite costante. La tendenza continua del capitale è di prolungarla fino al suo estremo limite fisico, perché nella stessa misura aumentano il pluslavoro e quindi il profitto che ne deriva. Più il capitale riesce ad allungare la giornata di lavoro, più grande è la quantità di lavoro altrui di cui esso si appropria. Durante il secolo XVII, e anche nei primi due terzi del XVIII, una giornata di dieci ore era la giornata di lavoro normale in tutta l’Inghilterra. Durante la guerra contro i giacobini, che fu in realtà una guerra dei baroni britannici contro le masse operaie inglesi, il capitale celebrò le sue orge, e prolungò la giornata di lavoro da dieci a dodici, quattordici, diciotto ore. Malthus, che non può in nessun modo essere sospettato di essere un sentimentale piagnucoloso dichiarò, in un opuscoletto apparso verso il 1815, che se le cose fossero continuate in quel modo, la vita della nazione sarebbe stata minacciata alle sue radici. Qualche anno prima dell’introduzione generale delle macchine di nuova invenzione, verso il 1765, apparve in Inghilterra un opuscoletto dal titolo: Saggio sull’industria[1]. L’anonimo autore, nemico giurato della classe operaia, si diffonde sulla necessità di estendere i limiti della giornata di lavoro. Tra l’altro, egli propone a questo scopo la istituzione di case di lavoro, le quali, come egli dice, dovrebbero essere “case di terrore“. E quanto dovrebbe essere lunga la giornata di lavoro, che egli propone per queste “case di terrore“? Dodici ore: precisamente il tempo che dai capitalisti, dagli economisti e dai ministri fu richiesto nell’anno 1832 non soltanto come la giornata di lavoro esistente nella realtà, ma come il tempo di lavoro necessario per un ragazzo al di sotto di dodici anni.
L’operaio, quando vende la sua forza-lavoro, e nel sistema attuale egli è costretto a farlo, concede al capitalista l’uso di questa forza, ma entro certi limiti ragionevoli. Egli vende la sua forza-lavoro per conservarla, – lasciando a parte il suo logorio naturale -, ma non per distruggerla. Quando egli vende la sua forza-lavoro al suo valore giornaliero e settimanale, è implicito che questa forza lavoro non sarà soggetta in un giorno o in una settimana al consumo o al logorio di due giorni o di due settimane. Prendiamo una macchina del valore di mille sterline. Se essa si consuma in dieci anni, aggiungerà a questo valore duecento sterline all’anno, cioè il valore del suo logorio annuo è inversamente proporzionale al tempo in cui essa si consuma. Ma ciò che distingue l’operaio dalla macchina è che La macchina non si consuma esattamente nella stessa proporzione in cui viene utilizzata, mentre l’uomo deperisce in misura molto maggiore di quanto sia visibile dalla semplice somma numerica del lavoro compiuto.
Nei loro sforzi per riportare la giornata di lavoro alla sua primitiva, ragionevole durata, oppure, là dove non possono strappare una fissazione legale della giornata di lavoro normale, nei loro sforzi per porre un freno all’eccesso di lavoro mediante un aumento dei salari e mediante un aumento che non sia soltanto proporzionale all’eccesso di lavoro spremuto, ma gli sia superiore, gli operai adempiono solamente un dovere verso sé stessi e verso la loro razza. Essi non fanno altro che porre dei limiti alla appropriazione tirannica, abusiva del capitale. Il tempo è lo spazio dello sviluppo umano. Un uomo che non dispone di nessun tempo libero, che per tutta la sua vita, all’infuori delle pause puramente fisiche per dormire e per mangiare e così via, è preso dal suo lavoro per il capitalista, è meno di una bestia da soma. Egli non è che una macchina per la produzione di ricchezza per altri, è fisicamente spezzato e spiritualmente abbrutito. Eppure, tutta la storia dell’industria moderna mostra che il capitale, se non gli vengono posti dei freni, lavora senza scrupoli e senza misericordia per precipitare tutta la classe operaia a questo livello della più profonda degradazione.
Il capitalista, prolungando la giornata di lavoro, può pagare salari più elevati, e ciò nonostante ridurre il valore del lavoro se l’aumento del salario non corrisponde alla maggiore quantità di lavoro estorto e al conseguente più rapido declino della forza-lavoro. Questo risultato può essere conseguito anche in altro modo. I vostri statistici borghesi vi racconteranno, per esempio, che i salari medi delle famiglie che lavorano nelle fabbriche del Lancashire sono aumentati. Essi dimenticano però che ora, al posto dell’uomo, capo della famiglia, vengono gettati sotto le ruote del Juggernaut[2] capitalista anche sua moglie e forse tre o quattro bambini, e che l’aumento dei salari globali non corrisponde al plusvalore totale estorto alla famiglia.
Anche entro determinati limiti della giornata di lavoro, quali esistono in tutte le branche di industria soggette alla legislazione di fabbrica, un aumento dei salari può diventare necessario, sia pure soltanto per mantenere il vecchio livello del valore del lavoro. Se si aumenta l’intensità del lavoro un uomo può essere costretto a consumare in un’ora tanta forza vitale quanta ne consumava prima in due ore. Ciò si è prodotto realmente, in un certo grado, nelle industrie soggette alla legislazione di fabbrica, in seguito al ritmo più celere delle macchine e al maggior numero di macchine in azione che un solo individuo deve ora sorvegliare. Se l’aumento dell’intensità del lavoro o l’aumento della massa di lavoro consumata in un’ora marcia di pari passo con la diminuzione della giornata di lavoro, sarà l’operaio che ne trarrà beneficio. Ma se questo limite viene superato, egli perde da una parte ciò che guadagna dall’altra; e dieci ore di lavoro possono essere per lui altrettanto dannose quanto lo erano prima dodici ore. Opponendosi a questa tendenza del capitale con la lotta per gli aumenti di salario corrispondenti alla maggiore intensità di lavoro, l’operaio non fa niente altro che opporsi alla svalutazione del suo lavoro e alla degenerazione della sua razza. (continua)

  1. An Essay on Trade and Commerce cotaining Observations on Taxes, attributo a J. Cunningham.

  2. Allusione al carro di Visnu-Shagannat sotto le cui ruote si gettavano i fanatici seguaci del culto indiano.

Puntata precedente | Puntata successiva

Condividi:

Facebook Comments

Comments Closed

Comments are closed. You will not be able to post a comment in this post.