KARL MARX – “SALARIO, PREZZO E PROFITTO”

Seconda parte dell'intervento letto da Marx alla riunione del 27 giugno 1865 del Consiglio Generale dell'Associazione Internazionale degli Operai. Suddivisa da noi in puntate. <font color=red> Seconda puntata </font>
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Seconda parte dell’intervento letto da Marx alla riunione del 27 giugno 1865 del Consiglio Generale dell’Associazione Internazionale degli Operai. Suddivisa da noi in puntate.
Seconda puntata


 

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A prima vista parrebbe che il valore di una merce sia una cosa del tutto relativa, e che non si può fissarlo senza considerare una merce nei suoi rapporti con tutte le altre merci. In realtà, quando parliamo del valore, del valore di scambio di una merce, intendiamo le quantità relative nelle quali essa può venire scambiata con tutte le altre merci. Ma allora sorge la questione: come sono regolati i rapporti secondo i quali le merci vengono scambiate tra di loro?
Sappiamo dall’esperienza che questi rapporti variano all’infinito. Se prendiamo una unica merce, il frumento per esempio, troveremo che un quarter di frumento si scambia in diverse e quasi innumerevoli proporzioni con altre merci.
Eppure, poiché il suo valore resta sempre lo stesso, sia espresso in seta, in oro, o in qualsiasi altra merce, esso deve essere qualcosa di distinto e indipendente da queste diverse proporzioni dello scambio con altri articoli. Deve essere possibile esprimerlo in forma del tutto differente da queste diverse equazioni tra merci diverse.
Inoltre, quando dico che un quarter di grano si scambia con il ferro secondo un determinato rapporto, oppure che il valore di un quarter di grano è espresso in una certa quantità di ferro, dico che il valore del grano e il suo controvalore in ferro sono uguali a una terza cosa, che non è né grano né ferro, poiché ammetto che essi esprimono la stessa grandezza in due forme diverse. Tanto il grano che il ferro devono dunque, indipendentemente l’uno dall’altro, essere riducibili a questa terza cosa, che rappresenta la loro misura comune.
Per chiarire questo punto ricorrerò a un esempio geometrico molto semplice. Quando confrontiamo l’una con l’altra le aree di triangoli di forme e dimensioni le più diverse, oppure quando confrontiamo triangoli con rettangoli o con qualsiasi altra figura lineare, come procediamo? Riduciamo l’area di un triangolo qualunque a una espressione che è completamente diversa dalla sua forma visibile. Poiché, secondo la natura del triangolo, sappiamo che la sua area è uguale alla metà del prodotto della sua base per la sua altezza, possiamo allora confrontare fra di loro i diversi valori di ogni sorta di triangoli e di tutte le figure lineari, poiché esse possono ridursi tutte a un certo numero di triangoli. Lo stesso procedimento deve essere seguito per quanto riguarda i valori delle merci. Dobbiamo essere in condizione di ridurli tutti a una espressione comune, non distinguendoli più che dal rapporto secondo il quale essi contengono questa misura comune.
Poiché i valori di scambio delle merci non sono che funzioni sociali di queste e non hanno niente a che fare con le loro proprietà naturali, dobbiamo innanzi tutto chiederci: – Qual è la sostanza sociale comune a tutte le merci? È il lavoro. Per produrre una merce bisogna impiegarvi o incorporarvi una quantità determinata di lavoro, e non dico soltanto di lavoro, ma di lavoro sociale. L’uomo che produce un oggetto per il suo proprio uso immediato, per consumarlo egli stesso, produce un prodotto, ma non una merce. Come produttore che provvede a se stesso, egli non ha niente che fare con la società. Ma per produrre una merce egli non deve soltanto produrre un articolo che soddisfi un qualsiasi bisogno sociale, ma il suo lavoro stesso deve essere una parte della somma totale di lavoro impiegato dalla società. Esso deve essere subordinato alla divisione del lavoro nel seno della società. Esso non è niente senza gli altri settori del lavoro e li deve, a sua volta, integrare.
Se consideriamo le merci come valori, le vediamo esclusivamente sotto questo solo punto di vista, come lavoro sociale realizzato, fissato, o, se volete, cristallizzato. Sotto questo rapporto esse possono distinguersi l’una dall’altra solo perché rappresentano una quantità maggiore o minore di lavoro, come, per esempio, per un fazzoletto di seta si impiega una maggiore quantità di lavoro che per una tegola. Ma, come si misura la quantità di lavoro? Secondo il tempo che dura il lavoro, misurandolo a ore, a giorni, ecc. Naturalmente, per impiegare questa misura tutti i generi di lavoro vengono ridotti a lavoro medio o semplice come loro unità di misura.
Arriviamo dunque a questa conclusione: una merce ha un valore, perché è una cristallizzazione di lavoro sociale. La grandezza del suo valore, o il suo valore relativo, dipende dalla quantità maggiore o minore di sostanza sociale che in essa è contenuta, cioè dalla quantità relativa di lavoro necessaria alla sua produzione. I valori relativi delle merci sono dunque determinati dalle corrispondenti quantità o somme di lavoro impiegate, realizzate, fissate in esse. Le quantità di merci corrispondenti l’una all’altra, che possono essere prodotte nello stesso tempo di lavoro, sono uguali. Oppure, il valore di una merce sta al valore di un’altra come la quantità di lavoro fissata nell’una sta alla quantità di lavoro fissata nell’altra. (continua)

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