Giornale, Numero 14 del 14 giugno 2017

Wind Tre cede il call center, è sciopero nazionale

Nel dicembre 2016 nasce Wind Tre, il più grande operatore mobile italiano, dalla fusione delle due società telefoniche. Appena cinque mesi dopo, il 22 maggio scorso, la nuova company annuncia […]

Nel dicembre 2016 nasce Wind Tre, il più grande operatore mobile italiano, dalla fusione delle due società telefoniche. Appena cinque mesi dopo, il 22 maggio scorso, la nuova company annuncia la totale esternalizzazione (mediante cessione di ramo d’azienda) del customer service del settore privato, un processo che coinvolge oltre 900 lavoratori di Roma, Genova, Cagliari e Palermo. A rilevare il call center 133 per l’assistenza alla clientela è Comdata: controllata dal fondo Carlyle, è una multinazionale con sedi in Spagna e Romania, con interessi in vari paesi (soprattutto Sudamerica e Turchia). Ha complessivamente 36 mila dipendenti e un fatturato di 570 milioni di euro.

La misura è fortemente contestata da Slc Cgil, Fistel Cisl, Uilcom Uil e Ugl Telecomunicazioni, che per oggi (mercoledì 14 giugno) hanno dichiarato lo sciopero nazionale per l’intero turno di lavoro e l’astensione dalle prestazioni accessorie (come straordinari e reperibilità) fino al 25 giugno. Previsti cortei a Cagliari (concentramento alle ore 9, tappa in viale Bonaria davanti alla sede Rai, conclusione in via Roma sotto la sede del Consiglio regionale), a Palermo (partenza alle ore 9 da piazza Croci e arrivo in Prefettura), a Roma (alle ore 8 in via Viola, angolo via Veneziani) e Genova (concentramento alle ore 8.30 davanti alla sede ex H3G di via Pietro Chiesa 9 e arrivo in Prefettura).

“Non si riesce a comprendere l’intenzione dell’azienda a procedere all’esternalizzazione del servizio clienti consumer. Si parla di esternalizzare, pertanto di precarizzare il lavoro attraverso un meccanismo futuro di aggiudicazione di gare al massimo ribasso che inevitabilmente si ripercuoteranno sul lavoratore” scrivono gli operatori di Wind Tre in una lettera inviata sabato 10 giugno ai segretari generali di Cgil, Cisl e Uil (Susanna Camusso, Annamaria Furlan e Carmelo Barbagallo). Ai leader sindacali chiedono di impegnarsi per “la tutela del nostro futuro e per la difesa da questi giochi di potere”, di opporsi “con fermezza e di far valere la voce di ogni singolo lavoratore in ogni sede istituzionale” e di spingere Wind Tre alla “rinuncia a questa cessione del ramo d’azienda, l’unica vera garanzia a tutela dei dipendenti coinvolti”.

La decisione disattende quanto comunicato dall’azienda sin dal giorno della fusione, che aveva sempre garantito il mantenimento degli attuali posti di lavoro. Garanzia ribadita nell’accordo di armonizzazione contrattuale, relativo all’unificazione dei due diversi integrativi, firmato con i sindacati nel febbraio 2017. A essere coinvolti sono circa 900 lavoratori (di cui 400 a Cagliari e 300 a Palermo): in larga parte sono in azienda da oltre 15 anni, hanno un’età media tra 30 e 45 anni, e molti di loro hanno a carico famiglie monoreddito. È bene ricordare, inoltre, che dall’inizio del processo di fusione a oggi sono fuoriuscite dall’azienda con esodo incentivato 668 persone (in particolare nelle sedi di Roma, Milano e Genova).

“L’azienda non si ferma nemmeno davanti agli appelli delle istituzioni e dei lavoratori, mostrando così tutta la sua arroganza” dice il segretario Slc Cgil Cagliari Antonello Marongiu, ribadendo “la posizione di contrarietà a qualunque soluzione comporti l’uscita dei lavoratori dal perimetro aziendale”. Per Marongiu l’azienda “sta cercando di minimizzare la portata del problema. Non si pub giocare con la pelle di lavoratori che hanno sempre dimostrato grande professionalità”.

La decisione, peraltro, non trova giustificazioni economiche. Il gruppo vanta 6,49 miliardi di euro di ricavi annui, 34 milioni di clienti tra mobile e fisso, e il 37 per cento di mobile market share. Nel primo trimestre di quest’anno i ricavi sono cresciuti del 2,1 per cento e il margine operativo lordo del 9,7. Nei giorni scorsi, inoltre, Wind tre ha presentato il proprio piano industriale, prevedendo investimenti per sette miliardi di euro nei prossimi sei anni, finalizzati alla modernizzazione della rete e all’innovazione tecnologica.

“Noi siamo preoccupati, non c’è garanzia di un lavoro certo, si va sempre più verso la precarizzazione del lavoro” afferma il segretario generale Slc Cgil Palermo Maurizio Rosso: “Per i lavoratori è la fine del sogno di un posto di lavoro a tempo indeterminato. L’azienda che li assorbirà garantirà al massimo sette anni di occupazione, come prevede l’articolo 2112 del Codice civile per i trasferimenti d’azienda”. Ma questa non sarà l’unica ricaduta dell’esternalizzazione: “I lavoratori potrebbero anche perdere una parte del salario, se nell’azienda che li assorbe non dovesse esserci la contrattazione di secondo livello”.

“È un modello di business sbagliato, che in questi anni ha portato solo a drastiche riduzioni dei diritti e dei salari. Per non parlare dell’oggettivo peggioramento del servizio conseguente a queste operazioni”. Questo il commento della Slc Cgil di Roma e Lazio, che esprime “forte contrarietà, anche alla luce dei giudizi avversi con i quali decine di giudici hanno nel tempo demolito le varie cessioni che si sono succedute nel nostro settore. Nel caso specifico non vorremmo trovarci davanti, oltre che a un progetto sbagliato, anche a un cambio di impostazione del management aziendale”.

da rassegna.it

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