FERMARE LE FABBRICHE. I PADRONI CI VOGLIONO MORTI

 Sotto la pressione degli operai, con sciopero a Pomigliano e proteste nelle altre fabbriche del gruppo, la direzione della FCA ha deciso di fermare Pomigliano, Melfi, Cassino e la Sevel, e ridurre l’attività in altri stabilimenti. Ma fra lunedì 16 e martedì 17 vuole tutti al lavoro.

Sotto la pressione degli operai, con sciopero a Pomigliano e proteste nelle altre fabbriche del gruppo, la direzione della FCA ha deciso di fermare Pomigliano, Melfi, Cassino e la Sevel, e ridurre l’attività in altri stabilimenti. Ma fra lunedì 16 e martedì 17 vuole tutti al lavoro.
L’ azienda ha comunicato che questi giorni servono a sanificare l’ambiente. Un po’ di disinfettante, tanti comunicati sulle distanze di sicurezza, il pasto in un sacchetto, qualche corsa in più delle corriere verso le fabbriche per stare più larghi durante il viaggio e via. Da lunedì di nuovo in bocca al corona virus.
Nel momento in cui scriviamo si parla dei primi casi di operai e lavoratori positivi al tampone, compagni che hanno lavorato fianco a fianco con altri migliaia. Si sa di direzioni aziendali che hanno tenuto per loro le notizie di dipendenti positivi al virus, non le hanno divulgate, per non dover fermare la produzione. I mezzi di informazione sono insopportabili: ore ed ore di appelli a stare a casa, curare l’igiene personale; ore di riprese di città deserte e di negozi chiusi; un contatore dei contagiati che aumenta di giorno in giorno in maniera esponenziale, non si fa in tempo ad abituarsi ad un ordine di grandezza che è già superato. Oggi siamo a quasi 13.000, e domani? In tutto questo grande notiziario continuo e globale mancano sempre quelli che a casa non possono stare, che distanziarsi dagli altri non possono, che fanno chilometri al giorno assieme ad altri per recarsi al lavoro. Avessero mai, questi giornalisti, questi intrattenitori televisivi, intervistato qualcuno ai cancelli delle fabbriche. Si fossero mai interessati a come il corona virus si trasmette nei luoghi di lavoro, mai successo. E’ bastato loro far vedere qualche impiegato che lavora da casa sua e tutto è stato risolto. L’industria italiana si fa a casa, nel salotto o in cucina attraverso la rete?
Noi ci permettiamo di sollevare il problema: se gli agglomerati umani sono la sede del rapido trasmettersi del virus, le fabbriche, e in generale i luoghi di produzione collettiva, sono i luoghi più pericolosi per il contagio. I mezzi di informazione sono inattendibili perché si sono adeguati ad una rappresentazione della realtà falsa, non sono più in grado di informare perché non conoscono l’oggetto dell’informazione. Hanno nella testa e negli occhi una società inesistente. Hanno rimosso da tempo quei milioni di individui addetti alla produzione materiale, oggi esposti più degli altri al coronavirus, ed hanno la boria di fornire informazioni sul corona virus e il suo sviluppo. Starebbero meglio in una particina di una fiction.
Basterebbe chiedersi perché le zone più colpite dal contagio si trovano a Nord, in Lombardia ed in Veneto, nella bergamasca e si troverebbe la semplice risposta: sono le zone industriali più intense, dove più numerosa è la presenza operaia, dove col lavoro comune il virus ha più possibilità di viaggiare. Invece è stato più semplice agitare il problema della movida, dei crocchi al centro delle città, dei vecchi più esposti al virus mentre centinaia di migliaia di operai erano e sono costretti, loro malgrado, ad una socialità forzata nelle fabbriche e nei luoghi di lavoro. Si capisce, del profitto industriale non si può fare a meno.
Ed allora perché la chiamano emergenza epocale, riempiendosi la bocca di trombonate, se non si riesce nemmeno a fermare le fabbriche che sono il luogo dove il coronavirus può veicolarsi con più velocità. La FCA-Fiat, sotto la pressione degli operai, solo ora, nel pieno del contagio, ha comunicato di voler chiudere per qualche giorno alcuni stabilimenti, mentre altri lavoreranno a ritmo ridotto, ma per sanificarli, poi fra lunedì e martedi tutti al lavoro. Una cinica presa in giro: chi potrà impedire che al ritorno qualche dipendente contagiato non contagi i suoi compagni di lavoro? Nessuno, ma l’importante è che si torni a produrre, anche se la produzione può essere fermata, senza danno per nessuno se non che per le tasche degli azionisti o dei padroni di famiglia. Non si tratta qui della produzione di beni e servizi essenziali che sono in realtà una piccolissima parte dell’industria manifatturiera. Per quella produzione si potrebbe concentrare in quei luoghi di lavoro il massimo di sicurezza possibile. Ma correre il rischio di prendere il coronavirus per una Panda, per un frigorifero, per un paio di scarpe perché dicono che queste produzioni non possono essere fermate è un attentato alla salute pubblica.
Il governo si tiene ben lontano dalle fabbriche, chiude tutti gli esercizi pubblici ma sulla chiusura del luogo pubblico per eccellenza, che è quello in cui si lavora collettivamente, non si pronuncia. I padroni sono potenti, comandano sui governi e le loro scelte, ed in questi giorni ne abbiamo prove lampanti. Il signor Conte, capo del governo, ha partorito il topolino: industriali fate quello che volete, se potete concedete qualche giorno di ferie o qualche permesso, è meglio. E questa sarebbe l’azione radicale del governo per contrastare i contagi.
Come sempre la parola e l’azione passa agli operai. A loro la scelta se salvare la pelle, e col corona virus non si scherza, imponendo la chiusura delle fabbriche finché ce ne sarà bisogno per uscire dall’emergenza, oppure andare tutti i giorni al lavoro sapendo di sacrificare la propria vita sull’altare del guadagno di “imprenditori” senza scrupoli. Qui si parla direttamente della scelta degli operai, non si può fare affidamento su dirigenti sindacali che in queste ore discutono sul colore delle mascherine, sul disinfettante da usare, sulle righe da fare per terra per tenere distanti gli operai fra loro. Non hanno intenzione di imporre la chiusura delle fabbriche, anche i loro piccoli e grandi privilegi dipendono dalla continuità del lavoro operaio.
Invero l’agitazione fra gli operai è in corso. Ma ci faremo condire con qualche mascherina e un po’ di disinfettante in più, oppure ci rifiuteremo di lavorare per non mettere a rischio la pelle? Ancora una volta la risposta verrà dalle fabbriche, dalle concentrazioni operaie del Nord e del Sud. Altro che tornare al lavoro lunedì o martedì come vuole la FCA, fermare tutte le fabbriche finché il contagio non si ferma.
E.A.

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