UN CONTRIBUTO CRITICO, PER CHI VUOLE USARLO, SUI PROCESSI DI REINDUSTRIALIZZAZIONE

Il caso della Embraco, dopo quello famoso della FIAT di Termini Imerese: la lenta agonia per gli operai dopo aver concordato lo smantellamento della fabbrica ed essere stati illusi da tutti sulla ripresa della produzione ad opera di soggetti industriali fantasma
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Il caso della Embraco, dopo quello famoso della FIAT di Termini Imerese: la lenta agonia per gli operai dopo aver concordato lo smantellamento della fabbrica ed essere stati illusi da tutti sulla ripresa della produzione ad opera di soggetti industriali fantasma


Il caso Embraco, azienda controllata dalla Whirlpool, rappresenta un paradigma per tutti gli operai che dopo il licenziamento attendono risposte sul proprio futuro dai processi di reindustrializzazione che governo e sindacati dichiarano imminenti, sicuri e certi.
Alla Embraco di Riva di Chieri a Torino le proteste degli operai dopo la chiusura del sito industriale vanno avanti da quattro anni. A distanza di pochi mesi dal decimo anniversario della chiusura di Termini Imerese, con gli operai ancora in cerca di un progetto di riconversione industriale, la vicenda della Embraco aggiunge elementi che gli operai devono necessariamente tener presenti quando inizia il loro calvario puntellato di assemblee sindacali e appuntamenti al Mise in previsione di una promessa di reindustrializzazione. Alla Embraco è successo di tutto in questi quattro anni, si sono condensati e susseguiti tutti i passaggi con cui gli operai vengono tenuti a bada dai sindacati, lasciati in attesa nella speranza che qualcosa accada con le dichiarazioni dei vari ministri che fanno presagire scenari rassicuranti, infine raggirati con la presentazione di progetti imminenti che garantirebbero loro una continuità produttiva e che puntualmente finiscono per evaporare.
Dal 23 gennaio gli operai Embraco sono licenziati definitivamente, senza più ammortizzatori sociali e con la sola possibilità di richiedere un misero assegno di disoccupazione. Quattro anni di proclami, attese e raggiri. Il cammino che li ha portati a questa disfatta è stato costruito però in maniera sofisticata, con l’intervento di ben quattro governi dal 2018 ad oggi (Gentiloni, Conte I, II, Draghi) e di una nuova società messa ad ingrassare con finanziamenti e soldi pubblici che ha poi dichiarato fallimento. Ogni ministro del lavoro e dello sviluppo economico ha vantato di avere finalmente una soluzione per la vertenza, hanno costruito i loro profili istituzionali e svolto campagne elettorali sulla pelle degli operai. L’azienda individuata per il tramite dell’immancabile Invitalia si è accomodata alla mangiatoia della spartizione del capitale pubblico, senza mai entrare in attività, ha intascato milioni, ne pretendeva altri, e poi ha chiuso baracca. Tutto sulla pelle degli operai.
Tracciamo una sintesi dei fatti: a inizio 2018, la Whirlpool, multinazionale statunitense, annuncia la decisione di chiudere il sito di Riva di Chieri di Embraco, sua controllata brasiliana, che realizza compressori per frigoriferi, delocalizzando la produzione in Slovacchia. Si aprono le sessioni del tavolo di crisi, a giugno 2018 l’allora ministro dello Sviluppo Economico, Carlo Calenda, insieme ad Invitalia, annunciano l’inizio della nuova era post-Embraco. Il ramo d’azienda viene rilevato dalla società Ventures, gruppo cinese-israeliano, che in teoria avrebbe dovuto occuparsi della produzione di robot per la pulizia di pannelli fotovoltaici e in seguito anche di impianti per la depurazione dell’acqua. Dopo due anni lo stabilimento è ancora vuoto. Non una sola linea di produzione installata, non un solo macchinario arrivato. “Sconcertante, è tutto vuoto!”, se ne accorge perfino la Sindaca di Torino Appendino. Gli operai vengono mandati a far pulizie per mesi in un capannone vuoto, deserto. Protestano per i salari non pagati, i più riottosi vengono messi in cassa integrazione. I sindacati vogliono vederci chiaro (dopo due anni vogliono ancora vederci chiaro?), nel frattempo è scoppiata la vertenza Whirlpool di Napoli (che pure si concluderà con una sconfitta), troppe le pressioni, e allora organizzano sit-in e manifestazioni davanti ai palazzi ministeriali. Un modo come un altro per far sbollire la rabbia degli operai. I soci azionisti della Ventures prosciugano rapidamente le casse, così a luglio del 2020 si scopre che la società che doveva far partire la reindustrializzazione del sito torinese non ha più un soldo da investire. Un’indagine della procura di Torino accerterà che vi era “la presenza di un flusso costante di denaro, diretto anche all’estero, acquisti di auto di lusso e aperture di conti correnti a prestanomi, che hanno portato al prosciugamento delle casse societarie”. Il Tribunale di Torino dichiara il fallimento della Ventures srl, i quattrocento operai vengono rimessi in cassa integrazione straordinaria.
Nuovi ministri e sottosegretari, Giorgetti e Todde, annunciano che c’è un piano B. La creazione di un polo per la produzione di compressori per frigoriferi (la stessa produzione che Whirlpool aveva portato in Slovacchia) che avrebbe realizzato 6 milioni di compressori entro il 2024, comprendendo la fabbrica Ex-Embraco di Riva di Chieri e la Acc di Belluno. Anche questo progetto non vedrà mai la luce. Il ministro del Lavoro Orlando proroga la cassa-integrazione fino a dicembre 2021, e lo annuncia come fosse una vittoria, perché a suo dire “nessun operaio sarà licenziato”. Lo dice a Napoli davanti alla platea degli operai Whirlpool, lo dice a Torino agli operai ex-Embraco. Verranno puntualmente licenziati tutti.
Intanto il tribunale fallimentare di Torino firma la proposta di concordato presentata da Ventures e Whirlpool, con cui si destinano i 9 milioni di euro rimasti nel fondo di garanzia Escrow al pagamento dei creditori e dei costi del fallimento stesso. Circa 700 mila euro andranno proprio alla curatela fallimentare per le spese di gestione. Dopo aver soddisfatto le pretese di tutti i soggetti coinvolti, due società, un tribunale e diverse banche, per ciascun operaio restano 7 mila euro. A tanto ammonta la ‘buonuscita’ dopo 4 anni di prese per i fondelli. Il sistema dei padroni e le strutture burocratiche ed istituzionali ad esso collegate e che lo rappresentano, si arricchiscono a danno degli operai sia nella fase dello sfruttamento del lavoro operaio, sia quando sono chiamati ad intervenire nella fase della cosiddetta transizione produttiva, che sistematicamente diventa la fase in cui gli operai vengono buttati per strada.
Alla Embraco c’è un’anticipazione di quel che potrebbe accadere anche alla Whirlpool di Napoli. Gli operai della Whirlpool intendono ancora assecondare passivamente i passaggi e le promesse dei rappresentanti istituzionali e sindacali che dopo 4 anni di attesa per una riconversione industriale hanno messo gli operai ex-Embraco alla porta? Ovunque, ministri e sindacalisti vanno dicendo che “questa volta sarà diverso”, si tira in ballo la credibilità e la solidità delle nuove società che intervengono, la garanzia dell’intervento statale, le condizioni che cambierebbero da luogo a luogo e da fabbrica a fabbrica. Sono tutte cose già sperimentate, frasi già ripetute, situazioni che si sono già vissute. Ci sono già passati gli operai di Termini Imerese e molti altri, adesso gli operai della Ex-Embraco. Come possono ragionevolmente supporre gli operai ex-Whirlpool di Napoli e quelli di altre aziende che si trovano ad annaspare nel limbo delle reindustrializzazioni che per loro andrà diversamente, se si finisce sistematicamente a subire la direzione di organizzazioni sindacali complici e incapaci di contrastare con la lotta le decisioni padronali e ad assecondare le vuote promesse dei politici che si rivelano irrimediabilmente portatori di interessi opposti?
La lotta sindacale è uno strumento che non può ribaltare il sistema dei padroni o sovvertire le dinamiche che al suo interno si creano e che mettono gli operai alla mercé dei continui stravolgimenti produttivi che i padroni realizzano per ricercare migliori condizioni di mercato al fine di aumentare i profitti a danno della stessa condizione operaia. Ma per non finire sempre con il cerino tra le mani ad ogni annuncio di chiusura, gli operai hanno bisogno di alzare il livello di scontro e rafforzare la loro unità sul terreno della lotta contrapponendosi alla frammentazione che gli stessi sindacati determinano. Dove gli operai, pur in un quadro generale di isolamento e frammentazione della classe, hanno gestito direttamente la vertenza, si sono organizzati autonomamente e sono stati direttamente responsabili delle posizioni che esprimono, dove hanno messo in campo iniziative più radicali, come l’immediata occupazione della fabbrica esprimendo una totale contrarietà a prender parte ai soliti rituali che li stritolano, dei risultati, seppur parziali e transitori, si sono avuti.
A. B.

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