STELLANTIS. LAVORO NAZIONALE E SFRUTTAMENTO INTERNAZIONALE

Agli Agnelli una cedola di 828 milioni di euro per la fusione, ai sindacalisti nazionali il compito, di fronte alla riorganizzazione del gruppo, di metter in concorrenza gli operai dei diversi stabilimenti a chi si fa sfruttare di più.
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Agli Agnelli una cedola di 828 milioni di euro per la fusione, ai sindacalisti nazionali il compito, di fronte alla riorganizzazione del gruppo, di metter in concorrenza gli operai dei diversi stabilimenti a chi si fa sfruttare di più.


Il gruppo Stellantis è cosa fatta. Gli Agnelli mettono subito nella cassaforte di famiglia, Exor, 828 milioni di euro solo come cedola per la “fondazione” del nuovo gruppo. In prospettiva, insieme agli altri azionisti Fca, avranno la metà dei profitti della nuova società.
Il nuovo gruppo è presente in America, da dove la Fca ha portato la parte ricca del suo corredo di nozze.
È praticamente assente in Cina, il maggior mercato mondiale in espansione del momento, dove ha solo un misero 1%. È massicciamente presente in Europa, dove già ci sono due dei maggiori produttori mondiali, Volkswagen e Renault-Nissan, e dove la Fca era particolarmente debole.
Nel nuovo gruppo, PSA fa la parte del leone avendo il 50% del consiglio di amministrazione più l’amministratore delegato, Carlos Tavares. Al riguardo, molti parlano di acquisizione della Fca e non di fusione. Nel gruppo che è nato è massicciamente presente anche lo Stato francese con una partecipazione del 6,2% , Exor ha il 14,4%.
Per gli Agnelli è stato un affare. Entrano in uno dei gruppi più competitivi al mondo e si liberano dalle responsabilità dirette della gestione. Non solo, si staccano finalmente dall’Italia che hanno succhiato per bene per più di cento anni (ultimo prestito agevolato di 6,8 miliardi l’anno scorso), e diventano cittadini del mondo lasciando le stupidate sulla patria agli altri.
Per gli operai tutta un’altra storia. Tavares ha già annunciato che la “fusione” avrebbe comportato un risparmio per “sinergie” di 5 miliardi l’anno. E questo linguaggio per gli operai storicamente significa licenziamenti e chiusure. Il secondo aspetto negativo è che il nuovo gruppo in Europa ha un sacco di doppioni tra le auto prodotte: Peugeot, Citroen, Opel, Fiat. E le FIAT lavorano da anni con circa il 50% in cassa integrazione.
Il terzo aspetto è che quando si parla di “competitività”, “profitti”, “miglioramento del posizionamento sul mercato”, per gli operai significa sempre più lavoro e meno salario.
È nell’ordine del sistema economico dei padroni che la cosa debba funzionare così: più aumentano i profitti, migliorano le produzioni, si vendono più prodotti, più gli operai vengono consumati più in fretta sulle linee di montaggio.
Quando si comincerà a parlare di licenziamenti e chiusure, gli operai verranno trascinati dai capi sindacali collaborazionisti e dalle organizzazioni politiche delle altre classi in uno scontro al massacro con gli altri operai. Operai di Pomigliano contro quelli di Melfi. Operai italiani contro operai francesi, tedeschi, polacchi.
Qualche avvisaglia già c’è. Molti sottolineano che mentre lo Stato francese è presente come azionista nel nuovo gruppo, quello italiano non c’è. Come molti tra sindacalisti e politici cominciano a parlare di “difesa del lavoro italiano”.
Come il nazionalismo comincia a muovere i primi passi, la stessa cosa fa l’internazionalismo di facciata. La CGT, uno dei maggiori sindacati francesi, già chiama a parole le masse alla riscossa sovranazionale mentre nelle fabbriche dove è presente non fa nessuna lotta seria contro l’aumento dei profitti e dello sfruttamento. Che sarebbe l’unica prova seria di fondare un interesse internazionale degli operai a combattere contro il padrone in ogni parte del mondo.
In una discussione con un operaio del Montaggio della Fca di Pomigliano fatta in questi giorni, alla nostra domanda di come era possibile costringere gli operai delle linee a fare oltre 460 Panda per turno, che è un livello di produzione elevatissimo, e con poche pause, lui ci ha risposto che pur vivendo tutti la stessa condizione non esiste una “collettività”, ognuno si rapporta all’azienda come individuo singolo. La gerarchia di fabbrica incentiva questo atteggiamento e i sindacalisti compiacenti lo stesso. “Vuoi continuare a lavorare con poca cassa integrazione?”, “vuoi andare sulla Tonale ora che la faranno?”, allora lascia perdere le chiacchiere con gli altri, “fatti i fatti tuoi”. Per sottolineare il messaggio a quelli che si lasciano andare ad atteggiamenti che all’azienda risultano “ pericolosi”, qualche commento in più, parlare troppo con i compagni, segni d’insofferenza, subito aumentano i giorni di cassa integrazione per chi non può permettersi di portare meno soldi a casa, oppure il contrario, poca cassa integrazione per quelli a cui fa comodo rimanere a casa. Le mancanze produttive, o piccoli atti di indisciplina vengono subito sanzionati con provvedimenti disciplinari.
La maggior parte del sindacato è apertamente con l’azienda, chi non è filo aziendale è completamente inconsistente sulle linee. Invece di una campagna martellante contro i ritmi elevati, le poche pause, il clima da caserma che vige in fabbrica, c’è silenzio quasi assoluto. L’impatto psicologico sugli operai è disastroso: si sentono isolati, senza un’organizzazione che li tuteli e li unisca, alla mercè della gerarchia di fabbrica.
In questa situazione, che è più o meno comune agli altri stabilimenti Fiat, non solo è complicato organizzarsi nel singolo reparto del singolo stabilimento, ma parlare di organizzazione internazionale tra stabilimenti che il padrone metterà in concorrenza tra loro risulta per il momento un’illusione.
Per parlare di organizzazione internazionale degli operai, gli operai devono necessariamente organizzarsi in ogni stabilimento contro i rappresentanti del padrone che hanno davanti.
Se non si passa attraverso la creazione di una “collettività” all’interno della propria fabbrica, che inizi una discussione sulla propria condizione, che cominci ad organizzarsi per difendere la pelle, diventa un mito e un’insieme di buone intenzioni pensare seriamente di creare un’unica collettività di classe con gli operai degli altri paesi.
F. R.

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