KARL MARX – “SALARIO, PREZZO E PROFITTO”

Seconda parte dell'intervento letto da Marx alla riunione del 27 giugno 1865 del Consiglio Generale dell'Associazione Internazionale degli Operai. Suddivisa da noi in puntate. <font color=red> Tredicesima puntata </font>

Seconda parte dell’intervento letto da Marx alla riunione del 27 giugno 1865 del Consiglio Generale dell’Associazione Internazionale degli Operai. Suddivisa da noi in puntate.
Tredicesima puntata


 

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Quella parte del valore della merce che rappresenta soltanto il valore delle materie prime, delle macchine, in breve, il valore dei mezzi di produzione impiegati, non dà nessun reddito, ma ricostituisce soltanto il capitale. Ma a prescindere da ciò è falso ritenere che l’altra parte del valore della merce, quella che dà un reddito, o che può essere distribuita sotto forma di salario, profitto, rendita fondiaria, interessi, sia costituita dal valore dei salari, dal valore della rendita fondiaria, dal valore del profitto, e così via. Lasciamo ora da parte i salari e consideriamo solo i profitti industriali, l’interesse e la rendita fondiaria. Abbiamo appunto visto poco fa che il plusvalore contenuto nella merce, o quella parte del suo valore nella quale è incorporato lavoro non pagato, si scompone in diverse parti, che portano tre nomi diversi. Ma sarebbe contro la verità affermare che il suo valore risulti o sia formato dalla addizione dei valori indipendenti di queste tre parti costitutive. Se un’ora di lavoro si incorpora in un valore di sei denari, se la giornata di lavoro dell’operaio comprende dodici ore, se la metà di questo tempo è lavoro non pagato, questo pluslavoro aggiunge alla merce un plusvalore di tre scellini, cioè un valore per il quale non è stato pagato nessun equivalente. Questo plusvalore di tre scellini rappresenta il fondo intero che l’imprenditore capitalista può dividere, in una proporzione qualsiasi, col proprietario fondiario e con colui che gli ha prestato denaro. Il valore di questi tre scellini costituisce il limite del valore che essi hanno da ripartire fra loro. Ma non è l’imprenditore capitalista che aggiunge al valore della merce un valore arbitrario come suo profitto, a cui poi viene aggiunto un altro valore pure fissato arbitrariamente, per il proprietario fondiario, ecc., in modo che la somma di questi valori fissati arbitrariamente costituisca il valore globale. Voi vedete dunque quanto sia errata l’opinione popolare, che confonde la scomposizione di un dato valore in tre parti, con la formazione di quel valore per mezzo della addizione di tre valori indipendenti, e in questo modo trasforma il valore globale, dal quale scaturiscono la rendita, il profitto e l’interesse, in una grandezza arbitraria. Se il profitto totale realizzato dal capitalista è uguale a cento sterline, noi chiamiamo questa somma, considerata come grandezza assoluta, l’ammontare del profitto. Se consideriamo invece il rapporto tra queste cento sterline e il capitale sborsato, questa grandezza relativa la chiamiamo saggio del profitto. E’ evidente che questo saggio del profitto può essere espresso in due modi. Supponiamo che cento sterline siano il capitale anticipato come salari. Se il plusvalore ottenuto è pure uguale a cento sterline – e questo ci indicherebbe che la metà della giornata di lavoro dell’operaio consiste di lavoro non pagato – e se misuriamo questo profitto secondo il valore del capitale anticipato come salari, diremo che il saggio del profitto è del 100 per cento, poiché il valore anticipato è cento e il valore ottenuto è duecento. Se, d’altra parte, non consideriamo soltanto il capitale anticipato come salari, ma consideriamo tutto il capitale anticipato, per esempio cinquecento sterline, delle quali quattrocento rappresentano il valore delle materie prime, delle macchine, ecc., allora diremo che il saggio del profitto è soltanto del 20 per cento, perché il profitto di cento è soltanto la quinta parte di tutto il capitale sborsato. La prima maniera di esprimere il saggio del profitto è l’unica che vi indica il vero rapporto fra lavoro pagato e lavoro non pagato, il vero grado dello sfruttamento del lavoro. L’altra maniera di esprimersi è quella abituale, e infatti adatta a certi scopi. In ogni caso, essa è molto utile per nascondere il grado in cui il capitalista spreme dall’operaio lavoro non pagato. Nelle osservazioni che ancora ho da fare userò la parola profitto per indicare l’ammontare totale del plusvalore che il capitalista spreme, senza occuparmi della ripartizione di questo plusvalore fra le diverse parti, e quando impiegherò l’espressione saggio del profitto, lo farò sempre per misurare il profitto secondo il suo rapporto col valore del capitale anticipato sotto forma di salari. (continua)

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