Giornale, Numero 15 del 15 giugno 2019

DALL’ACCORDO TRUFFA ALLA CASSA INTEGRAZIONE PER 1400 OPERAI

  Taranto, ex Ilva. Chi l’ha favorito o approvato o comunque non l’ha osteggiato comincia a parole a tirarsi indietro, fa spallucce. Quell’accordo con cui nove mesi fa il governo […]

 

Taranto, ex Ilva. Chi l’ha favorito o approvato o comunque non l’ha osteggiato comincia a parole a tirarsi indietro, fa spallucce. Quell’accordo con cui nove mesi fa il governo ha ceduto l’ex Ilva ad Arcelor Mittal, e che secondo il vicepremier Di Maio era il miglior accordo possibile in una situazione difficile, si sta già rivelando per quello che è, un affare per il colosso franco-indiano dell’acciaio, che ha ricevuto mano libera da governo e sindacati prima con la fuoriuscita di 1.600 operai, non assunti, e poi con piena libertà di azione in fabbrica.

Ora Arcelor Mittal ha annunciato la cassa integrazione per 1.400 operai a partire dal 1° luglio, per 13 settimane consecutive, adducendo come ragione “la crisi del mercato” e incontrando la comprensione di molti e le perplessità di chi vuole apparire più critico. Chi aveva promesso (M5S e non solo), e poi disatteso, la chiusura dello stabilimento o, in subordine, delle parti più inquinanti, in nome della garanzia del lavoro – la ragione per cui agli operai in primo luogo e alla città di Taranto sono stati fatti ingoiare morti, malattie, inquinamento e devastazioni ambientali –, ora non sa che pesci pigliare di fronte a un annuncio che è come una beffa.

Di fronte a prospettive di cassa integrazione che appaiono ben più lunghe delle dichiarate 13 settimane, l’inconsistenza è la cifra della reazione di sindacati e politici. E d’altra parte, che hanno da promettere? Niente, se non chiacchiere e il solito tavolo concertativo.

I sindacati chiedono comprensivi ad Arcelor Mittal di ripensarci e di recedere, ma questa conferma. Per Gianni Venturi, segretario nazionale della Fiom-Cgil, “le difficoltà di mercato, che ci erano già state presentate, potevano e dovevano essere risolte per tempo. Bisogna anche attivare prima possibile un tavolo al Ministero dello sviluppo economico”. E per Rocco Palombella, segretario generale della Uilm, “la cassa integrazione non trova giustificazione. Abbiamo chiesto di rivedere la loro posizione e magari aspettare qualche giorno per avviare la procedura della cassa integrazione. Abbiamo fatto un appello finale: evitate un provvedimento del genere che non trova giustificazione perché avrebbe effetti gravi a Taranto”.

Se la triplice piange e invoca pietà, anche l’Usb ha da lamentarsi con il coordinatore provinciale Francesco Rizzo, deluso per le “promesse” non mantenute a danno dei “lavoratori”. “Qui vengono, fanno i fatti loro, non portano investimenti, perché l’Arcelor Mittal ha promesso miliardi di investimenti, ma finora abbiamo riempito i giornali di parole, nella fabbrica le cose stanno andando sempre peggio”. E ancora Rizzo rimarca la delusione per la sorte dell’accordo del 6 settembre 2018 che anche l’Usb aveva approvato e firmato! E lo fa senza discostarsi neanche un po’ dalla triplice, pure lui vuole il “tavolo”. “È assolutamente inaccettabile la cassa integrazione per ulteriori 1.400 lavoratori. Chiediamo al ministro Di Maio l’immediata apertura di un tavolo al Mise perché, dopo la condanna dei gestori dello stabilimento da parte del Giudice del Lavoro del Tribunale di Taranto per comportamento antisindacale, questa è l’ulteriore conferma che l’accordo del 6 settembre viene totalmente calpestato, non rispettato a danno dei lavoratori, delle casse pubbliche e solo in favore del privato”. Accordo calpestato? Rizzo e l’Usb non sanno che i padroni, quando gli dai la mano, si prendono tutto il braccio?

Non dissimili dai sindacati i politici, che abbaiano dai loro comodi recinti. Uno per tutti, il presidente della Regione Puglia Emiliano, uno che le spara grosse per dare valore alle sue inconsistenti parole, il quale sollecita “una presa di posizione netta del governo. Questa situazione determinerà uno scontro istituzionale che ci obbligherà a chiedere di essere ricevuti dal presidente Mattarella perché una vicenda come questa non può essere accettata”.

Che cosa hanno ricevuto i 1.600 operai licenziati, ora sulla strada, da questi sindacalisti e politici? Solo parole vuote, chiacchiere, promesse. Le stesse che questi signori stanno propinando ai 1.400 operai prossimi cassintegrati. Come un anno fa hanno fatto ingoiare ai 1.600 l’esclusione dalle assunzioni e quindi il licenziamento, ora vogliono far accettare la cassa integrazione in nome della caduta della produzione. Se la produzione cade o meno, non è un problema degli operai: quando la domanda è in crescita e i profitti aumentano, gli operai forse ne godono? No, anzi vengono spremuti ancora di più. Ora che la domanda è in calo perché dovrebbero sottomettersi a ulteriori sacrifici? Ecco perché gli operai non devono accettare la cassa integrazione, anzi il suo rifiuto categorico deve essere la loro intransigente parola d’ordine. Accettarla significa consegnare il collo al nemico di classe affinché questi possa tagliarne la testa! Accettare la cassa per gli operai significa dividersi fra chi va via e chi resta, rifiutarla con un fronte compatto è l’unica maniera per impedirla. E poi, se si accettasse la cassa, con quale reddito e con quale garanzia di rientro? Il reddito non è come raccontano l’80% del salario perchè c’è un tetto da non superare, per cui  ancora più da fame di quello attuale, la garanzia di rientro nessuna: già si sente dire che 13 settimane sono poche, che poi ci sarà una proroga, che si andrà in cassa a rotazione, ecc., sono tutte premesse per una cassa che evolverà nei soliti licenziamenti. Accettando la cassa gli operai hanno tutto da perdere, rifiutandola hanno solo da guadagnarci. Ora è il momento di giocarsi tutto e per tutto.

L.R.

 

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