Giornale, Numero 13 del 13 aprile 2019

UN ABBRACCIO MORTALE

Ci mettono in cassa, ci licenziano, ci trattano come schiavi sul lavoro. Ora vorrebbero usarci anche come forza di pressione per avere commesse dallo Stato. Fino a quando staremo al […]

Ci mettono in cassa, ci licenziano, ci trattano come schiavi sul lavoro. Ora vorrebbero usarci anche come forza di pressione per avere commesse dallo Stato. Fino a quando staremo al gioco?

Nelle crisi i padroni e i grandi manager spingono affannosamente per ottenere dallo stato commesse nel tentativo di tornare con i loro profitti a prima della crisi.

Questo tentativo non è altro che un “antica medicina”, già per altro sperimentata in passato, che ha solo rappresentato un rimedio provvisorio e inefficace di somministrare una cura economica ad un malato storicamente cronico. Una medicina che ha solo aperto le porte ad una tragedia immane conclusasi in due guerre mondiali.

Il sindacato Confederale su questa questione non poteva non fare sentire la propria voce. In piena sintonia con Confindustria ha subito rivendicato una piattaforma unitaria che mette al centro delle proprie richieste il lavoro e gli investimenti statali. Si legge nel primo punto della piattaforma da loro presentata ad ottobre 2018: “Programmare un graduale incremento degli investimenti pubblici fino al 6% del PIL, …sviluppare le infrastrutture e investire in un piano straordinario sulla manutenzione di quelle esistenti; sviluppare le infrastrutture energetiche e digitali”.

La Confindustria di fronte a questa piattaforma si fregava le mani e non perdendo un occasione così ghiotta per condividere gli stessi obbiettivi dei confederali aderiva alla manifestazione del 9 febbraio 2019.

A questo proposito le dichiarazioni dal palco della manifestazione, dei grandi caporioni del sindacato, a sostegno della piattaforma, non si sono fatte attendere.

Furlan: “Il blocco delle infrastrutture sta provocando danni che rischiano di essere irreparabili per il Paese, bisogna da subito sbloccare i cantieri, che attiverebbero 400 mila posti di lavoro.”, Barbagallo: “servono investimenti pubblici e privati in infrastrutture materiali e immateriali per puntare allo sviluppo. Il Paese è in recessione noi siamo contro l’austerità e vogliamo batterci perché si riprenda il cammino economico e produttivo” Susanna Camusso : “I 300 milioni previsti dal governo per l’emergenza ed il risanamento del territorio sono insufficienti e, in nessun modo, possono essere contrapposti agli investimenti in infrastrutture” e ancora la Camusso : “Un piano straordinario di manutenzione del nostro paese può e deve andare di pari passo alle grandi opere infrastrutturali, va detto con chiarezza che le opere già finanziate ed i cantieri avviati devono proseguire”. La Confindustria: “siamo tutti insieme, siamo tutti preoccupati allo stesso modo“.

Il banchetto è servito. I grandi affari dei padroni e dei loro manager che si apprestano a soddisfare i loro enormi appetiti stanno per andare in scena con il beneplacito dei Confederali e della loro ideologica battaglia per il lavoro. Ulteriori esempi non mancano, come la giravolta effettuata dal signor Landini che prima, quando era segretario della Fiom, si era schierato apertamente contro la Torino Lione ed ora, da segretario generale della CGIL, ha abbracciato la causa delle madamin torinesi a sostegno della realizzazione dell’opera. Progetto che ora la CGIL, dopo le loro “sofferenti” manfrine, si appresta a dichiarare “opera fondamentale”.

La battaglia per il lavoro che il sindacato Confederale sta portando avanti però, guarda caso, non si è mai concretizzata nella difesa degli operai espulsi dal ciclo produttivo e mandati a casa senza lavoro. Nella realtà dei fatti gli operai licenziati, messi in cassa integrazione e buttati fuori dalle fabbriche senza più un lavoro, grazie ad accordi sindacali firmati ai tavoli dei padroni dal “buon” funzionario sindacale di turno rappresentano perfettamente la battaglia ideologica del sindacato. Una richiesta perentoria di lavoro che si traduce in espulsioni di massa dalle fabbriche.

Un fatto è lottare contro i licenziamenti, altro è chiedere “lavoro”. Sembra la stessa cosa ma non è così. Qui mi difendo contro un padrone che si è arricchito sfruttando il mio lavoro e ora mi butta in mezzo ad una strada, là collaboro col padrone a fargli avere soldi e commesse dallo Stato, così per fare profitti mi darà un lavoro. Sempre finchè farà un profitto adeguato, poi mi butterà di nuovo in mezzo ad una strada più povero e più sottomesso di prima.

Se diventiamo, come spingono i capi sindacali ed i partiti borghesi, teste d’ariete per far conquistare ai nostri padroni nuove commesse e nuovi mercati ci impicchiamo con la stessa corda che ci hanno costretto ad intrecciare.

A queste condizioni, quando più sarà possibile rivendicare aumenti salariali, riduzione di orario, difendere la pelle nella produzione?

I “datori di lavoro” ci fanno già un bel regalo facendoci lavorare – dicono tutti in coro. La sostanza è diversa: del nostro lavoro ne hanno assolutamente più bisogno i padroni di quanto ne abbiamo bisogno noi. Per noi è un problema di sopravvivenza per loro di immensi guadagni. La società non può permettersi di farci morire di fame con tutte le ricchezze che ha accumulato sfruttandoci, corre un brutto rischio, potremmo chiedere di essere noi a guidare la produzione eliminando i padroni, ed allora ci sarà da ridere.

Una cosa è certa, gli operai devono assolutamente rompere la sottomissione culturale che li porta a chiedere miserevolmente il lavoro. Chiedere lavoro, e nella fattispecie le grandi opere pubbliche, serve solo ai padroni ed ai loro profitti. Gli operai devono smetterla di fare da portavoce di Confindustria chiedendo al governo di turno commesse di Stato, perché le commesse di stato, nella crisi, sono un palliativo, non cancellano né la disoccupazione, né la miseria di chi lavora. Oltretutto oltre alle commesse infrastrutturali (ponti, autostrade e ferrovie), le commesse statali sono rappresentate anche dagli armamenti: bombe aeroplani e carri armati. E queste “commesse”, quando esauriranno la loro funzione di essere fonte di profitto e quando la crisi di accumulazione diventerà inarrestabile, saranno usate contro operai e proletari, portandoli per l’ennesima volta a scannarsi tra di loro per gli interessi dei padroni.

D.C.

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