ROBOT CONTRO UMANI? NO, PADRONI CONTRO PORTUALI

  Nel porto di Los Angeles proteste e scioperi contro Maersk che vuole sostituire i portuali con l’automazione. Ancora una questione di profitto mascherato con una scelta ecologica Ancora un articolo sull’automazione, quasi che introdurre nuovi macchinari sia un fenomeno di questi ultimi anni e non una ciclica necessità dei padroni per aumentare i profitti. Il Corsera di mercoledì 3 aprile scorso ci racconta dei portuali di Los Angeles che starebbero conducendo la “guerra ai robot”, che in realtà sarebbero i grandi carrelli elevatori e impilatori, “straddle carrier”, usati per movimentare i container nei porti. La “guerra nei porti”, […]
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Nel porto di Los Angeles proteste e scioperi contro Maersk che vuole sostituire i portuali con l’automazione. Ancora una questione di profitto mascherato con una scelta ecologica

Ancora un articolo sull’automazione, quasi che introdurre nuovi macchinari sia un fenomeno di questi ultimi anni e non una ciclica necessità dei padroni per aumentare i profitti. Il Corsera di mercoledì 3 aprile scorso ci racconta dei portuali di Los Angeles che starebbero conducendo la “guerra ai robot”, che in realtà sarebbero i grandi carrelli elevatori e impilatori, “straddle carrier”, usati per movimentare i container nei porti.

La “guerra nei porti”, che per Massimo Sideri, “grande esperto” di automazione del Corsera, sembra iniziata oggi, è in corso da anni e tocca un porto dietro l’altro. Sono, invero, quelli europei come il porto di Rotterdam ad essere i più “robotizzati” al mondo. Le notizie sulle lotte nei porti statunitensi, tra cui quello di Los Angeles, si trovano in rete da almeno una decina di anni, per almeno tutto il periodo della grande crisi. Hanno toccato i temi caldi della lotta tra operai e padroni: licenziamenti, salari, riduzione dei carichi di lavoro, turni protratti fino a 12 ore. E’ poi del luglio 2016 la notizia dell’introduzione di 10 nuove gru di impilaggio integrate con 17 “straddle carrier” automatizzati nel terminal container del porto di Los Angeles.

Oggi, semmai, siamo all’ulteriore passaggio di questo processo con l’annuncio dell’APM Terminals (APMT), di proprietà della Maersk, dell’introduzione di ben 130 nuovi elevatori-impilatori. Una “sperimentazione” che «La nostra società — ha dichiarato la APMT — sta tentando di fare…» per «migliorare la salute pubblica riducendo i diesel e le emissioni di gas serra». Mascherando, con un profilo ambientalista, data la propulsione elettrica dei nuovi carrelli, quelli che sono i soliti veri obbiettivi: ridurre la forza-lavoro rispetto al capitale in macchinario a cui quella forza lavoro è incorporato. Il Corriere è costretto a riconoscerlo che «è una questione di denaro, non di ambiente. Il robot è una voce della partita doppia, questo è pacifico. Un investimento che riduce un costo e le proteste sindacali».

Ma poi aggiunge che il processo non è reversibile “la sostituzione è inscindibile dal progresso tecnologico”. Come dire che le leggi del progresso portano alla sostituzione, ovvero al licenziamento, degli operai, al posto dei quali irreversibilmente vengono messe delle macchine. Ma il punto è che ciò è vero se si prendono come immutabili le leggi del capitale per cui è per il profitto che quella sostituzione in realtà deve avvenire. Altrimenti logica vorrebbe che se una macchina mi permette come operaio portuale di movimentare più container nello stesso tempo, o addirittura di stare a guardare il carrello robot che lavora al posto mio, il vero progresso ottenuto dalla tecnologia dovrebbe consistere nella riduzione del tempo in cui debbo lavorare. Poniamo a tre ore al giorno, e semmai, per far funzionare il porto per 24 ore, impiegare un numero di addetti superiore di otto volte quello di oggi e questa volta far fare un po’ di lavoro da portuali a gente come il nostro giornalista esperto di automazione, Sideri, e ai manager della Maersk. Un sogno? Forse, ma lo sviluppo tecnologico per realizzarlo è già una realtà.

R.P.

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