Giornale

I CONSUMI NON CRESCONO: LA SCOPERTA DI CONFCOMMERCIO

Il presidente Sangalli denuncia la bassa crescita dell’economia, intervengono anche Camusso, Furlan, Barbagallo parlando della caduta del potere di acquisto. Salari e stipendi fermi da 20 anni, forse loro ne […]

Il presidente Sangalli denuncia la bassa crescita dell’economia, intervengono anche Camusso, Furlan, Barbagallo parlando della caduta del potere di acquisto. Salari e stipendi fermi da 20 anni, forse loro ne sanno qualcosa.

Al convegno Confcommercio di Cernobbio, di una settimana fa, il presidente Sangalli annunciava l’ennesima revisione al ribasso, fatta dal loro centro studi, delle stime di crescita del PIL italiano per il 2019 dato allo 0,3%. Sempre settimana scorsa, un altro centro studi, stavolta quello di Confindustria, abbassava le stime per il 2019 allo 0% a seguire quello di S&P, l’agenzia di rating, che ci dava a un 0,1%. L’OCSE, invece, già aveva annunciato che nel 2019 il PIL italiano sarebbe diminuito dello -0,2%. Calano le esportazioni perché calano anche le altre economie, in particolare il nostro principale partner economico, la Germania. Ristagna la domanda interna perché non ci sono investimenti, i redditi sono bassi, rallenta l’occupazione, peggiorano le condizioni di accesso al credito così come peggiorano i conti pubblici con il rischio di manovre correttive e con la scure dell’aumento dell’IVA che da sola vale 50 miliardi di maggior prelievo fiscale.

“Il paese è fermo”, denunciano tutti. “Un patto per lo sviluppo”, “un patto per il lavoro” propongono tutti, padroni industriali, padroni del commercio e del terziario, banchieri. Bisogna far crescere urgentemente consumi ed investimenti. Tutti a gran voce a chiedere al governo di fare presto, di sbloccare i cantieri, di mettere mano ad investimenti, aiuti, sostegni e finanziamenti alle imprese, al taglio delle tasse. Reddito di cittadinanza e quota 100 potranno far felice qualche bottegaio, garantire qualche voto alle prossime elezioni ma non risolvono la necessità di trovare sbocchi profittevoli al grande capitale. Il governo promette che provvederà.

E i sindacati? I Sindacati concordano. Furlan (CISL) intervenendo al convegno di Confcommercio dichiara: “Bisogna far ripartire la crescita. I temi che abbiamo affrontato alla manifestazione di Cgil, Cisl e Uil sono assolutamente attuali, il Paese deve rimettere al centro la crescita, lo sviluppo, il lavoro e cambiare la linea economica”. Barbagallo (UIL) aggiunge: “Crescita debole? […] non possiamo aspettare il miracolo […]. La ripresa, anche Confcommercio lo sa, parte della possibilità di potere d’acquisto di lavoratori e pensionati. Il 75% delle imprese lavora per il mercato interno e se lavoratori, pensionati e giovani senza lavoro non hanno disponibilità economica non comprano le merci che produciamo. Il risultato finale è che chiudono tutti”. Fracassi (CGIL) intervenendo sul decreto crescita del governo: “Come si può intervenire con micro-misure sul lato dell’offerta, quando il tema vero del nostro Paese, lo ricordano tutte grandi le grandi istituzioni economiche, è il rilancio degli investimenti? […]. Il nodo è nel lato della domanda. Non soltanto quella dei singoli, ma in generale la ‘domanda-Paese’. La risposta, secondo noi, non può essere che un grande piano di investimenti che guardi al lungo periodo”.

Padroni, governo, istituzioni e sindacati confederali tutti d’accordo sulla soluzione alla nuova crisi che incombe, bisogna aumentare la domanda, aumentare gli investimenti, aumentare i consumi, addirittura ci si spinge a chiedere di aumentare il potere d’acquisto dei lavoratori.

Ma allora alcune domande le vorremmo fare noi: Chi è che ha chiuso le fabbriche, chi ha permesso che questo accadesse senza muovere un dito accontentandosi di qualche ammortizzatore sociale, chi lo ha giustificato con le leggi del mercato? Chi ha preteso la moderazione salariale, chi ha permesso che questa fosse garantita, chi l’ha giustificata come necessità per la competitività aziendale e nazionale? Chi ha preteso che, per fare investimenti, per “creare” occupazione, per “dare” lavoro, per non andare via dall’Italia, per garantirsi i suoi “sacrosanti profitti” dovessimo accettare salari da fame, libertà di licenziamento? Chi ha sostenuto che garantire al padrone di poter fare i suoi legittimi profitti era l’unico modo per garantirsi un posto di lavoro, un salario? Com’è che nonostante siano state garantite le condizioni che i padroni chiedevano, i governi sostenevano, i sindacati facevano accettare agli operai e i centri studi benedicevano, l’economia rallenta, va di nuovo in crisi?

Parlano di stimoli alla domanda, investimenti, difesa del potere d’acquisto, la realtà è che i salari operai sono fermi da 20 anni e che l’unica preoccupazione di tutti, compresi i sindacati, è come, nella crisi, continuare a garantire i profitti ai padroni.

P.S.

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