Giornale, Numero 31 del 31 ottobre 2018

La marcia dei migranti

  La sera dell’11 ottobre, alcune centinaia di persone, in risposta a un messaggio lanciato sui social network, si sono radunate al terminal dei bus di San Pedro Pula, in […]

 

La sera dell’11 ottobre, alcune centinaia di persone, in risposta a un messaggio lanciato sui social network, si sono radunate al terminal dei bus di San Pedro Pula, in Honduras. Da lì, mossa dallo stesso tentativo disperato di sfuggire alla miseria, alla fame, alla violenza dei migranti che cercano di sbarcare sulle nostre coste, è partita una delle carovane di migranti che tentano di raggiungere illegalmente gli Stati Uniti alla ricerca di un lavoro, un rifugio per una vita che si possa minimamente chiamare tale. Spesso non riescono. Spesso sono vittime dei trafficanti di esseri umani. Ma non c’è alternativa. Questa volta però è successo qualcosa che nessuno si aspettava. La carovana si è trasformata in una marcia, un fiume di migliaia di persone che è riuscito, per il momento, percorrendo già oltre 1.000 km., a raggiungere il Chiapas, in Messico. Questo nonostante polizia, militari dei vari paesi attraversati abbiano tentato di fermarla e nonostante le minacce e lo schieramento dell’esercito al confine da parte di Trump. Una massa compatta di migliaia di persone che si fanno coraggio l’un l’altro, che ricevono solidarietà e supporto dalle popolazioni che incontrano e che riescono a fare scudo contro la repressione delle forze dell’ordine e dei militari che cercano in tutti i modi di dividerli e che stanno reprimendo prima che si possano unire a loro i tentativi di nuove marce. Noi non sappiamo se e quanti riusciranno ad arrivare ai confini degli Stati Uniti e non sappiamo cosa potrà accadere se dovessero riuscirci. Però già da adesso possiamo porre in evidenza un aspetto fondamentale di quello che sta succedendo in Centro America. Milioni di persone vivono in condizioni di povertà estrema, in condizioni di lavoro semi schiavistiche sotto la minaccia della violenza dei militari o peggio ancora di forze para militari che sono lì a proteggere gli interessi delle borghesie nazionali alleate con l’imperialismo americano che sulle quelle condizioni di miseria creano i loro imperi economici. Per sfuggire a questo inferno, nella maggior parte dei casi, si tenta la fuga individuale, pagando migliaia di dollari agli “scafisti” messicani, rischiando in qualsiasi momento di essere uccisi come cani. Invece, questa volta, anche se in un modo ancora spontaneo, senza nessuna direzione si è data una risposta collettiva, si è socializzata una condizione e ci si è messi insieme sui propri interessi. Un segnale importante. Succedesse anche tra i migranti che cercano di arrivare da noi. Succedesse anche tra gli operai. La marcia dei migranti è una condanna vivente di questa società, di questo modo di produrre e delle condizioni nelle quali costringe l’esistenza di milioni di persone. Per produrre i profitti per i padroni deve allo stesso tempo ridurre in miseria milioni di uomini e donne. Ma allora, per noi operai, la marcia, è un segnale che può essere messa all’ordine del giorno la costituzione di partito che ha in programma la demolizione del sistema dello sfruttamento. Un partito operaio. Le masse di lavoratori poveri che stanno conducendo la loro marcia per una vita degna di questo nome sarebbero sicuramente nostri alleati.

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