ALLA PESCA DELLE SARDINE

Un nuovo sport è stato inventato in Italia, la pesca delle sardine. Si cimentano i capi dei partiti di governo e opposizione, i giornalisti di professione ed anche i vecchi tromboni falliti di tutte le piccole chiese che si definiscono comuniste.

Un nuovo sport è stato inventato in Italia, la pesca delle sardine. Si cimentano i capi dei partiti di governo e opposizione, i giornalisti di professione ed anche i vecchi tromboni falliti di tutte le piccole chiese che si definiscono comuniste. C’è chi vorrebbe usarle a sostegno dei partiti che si dicono di centrosinistra, chi invece vorrebbe vederne una rapida dissoluzione e non sentirne più parlare. Ci sono anche i maestri della politica che continuano a chiedere loro perché non sono pescecani, acciughe o polipi.
Sono solo sardine, sono solo una piccola borghesia del lavoro dipendente, precari del lavoro intellettuale, studenti in attesa di una buona collocazione che si contrappongono, oggi col numero, con la sola presenza nelle piazze, a quella piccola e media borghesia bottegaia e artigiana, che occupa qualche dipendente, se possibile in nero, e si muove in parte nell’illegalità, rappresentata degnamente da Salvini e dalla Lega. Questi ultimi si sono fatti portatori di posizioni politiche, di un agire sociale che fa degli strati più bassi della società, a iniziare dai migranti, un pericolo da eliminare.
La piccola borghesia prodotta dal lavoro impiegatizio, impiegata nell’attività intellettuale, legata allo sviluppo delle nuove tecnologie ha bisogno invece di una società aperta, multiculturale dove ognuno abbia un ruolo o se lo possa conquistare sulla base di quello che chiamano merito. Una parte di essa, di questa piccola borghesia, quella in questi anni più colpita dalla crisi, precaria con poche o nulle possibilità lavorative si è fatta rappresentare dai 5 Stelle, ha creduto che una critica alla Grillo del sistema politico e di gestione sociale poteva produrre un radicale cambiamento della società. E’ stata subito disillusa, i capi dei 5 Stelle hanno scelto di unire il proprio movimento di protesta con il movimento del rancore reazionario della Lega per andare al governo, hanno scelto di unire in un solo schieramento politico due ali della piccola e media borghesia con collocazione sociale diverse e con diverse soluzioni politiche. Una unità finita male: i 5 Stelle sono stati abbandonati, da una parte, da chi non aveva nessuna intenzione di operare assieme alla parte più reazionaria della piccola e media borghesia e, dall’altra, sono stati scaricati da Salvini, che ormai si era illuso di poter unire in un solo blocco sociale le diverse frazioni della piccola borghesia sotto il suo comando, e che ciò lo avrebbe portato, con nuove elezioni, ad essere il capo indiscusso del governo.

La domanda allora è: la piccola borghesia impiegatizia – tanto per semplificare – poteva accettare di diventare una nullità sociale, far tenere la scena politica e culturale da artigiani, piccoli padroncini, vecchi impauriti e incarogniti, e da un sottoproletariato urbano in guerra con se stesso? Non poteva. Poteva cancellare di colpo i suoi riferimenti ideologici e culturali, l’antifascismo, la solidarietà sociale, il rapporto di lavoro attuato secondo le regole legali e contrattuali, un’azione politica rispettosa delle formalità? La risposta è NO. Queste posizioni cosiddette “perbene”, per quanto si muovano ancora entro un sistema di sfruttamento degli operai da parte del capitale, entrano in contrasto netto con quelle ben diverse di leghisti e loro affini. La necessità di far emergere questo loro modo di sentire non poteva più veicolarsi attraverso i 5 Stelle che si erano sottomessi senza opporre resistenza all’ondata leghista, e non poteva farsi rappresentare dal PD che aveva gestito localmente il governo del malaffare e centralmente si era fatto difensore dei grandi industriali e banchieri. Non solo, sempre più il PD si dimostrava incapace, anche nelle sue “cittadelle”, di saper lottare contro Salvini, non aveva né la capacità, né le carte in regola per farlo. E’ in questa situazione che si produce, per una spinta sotterranea, il movimento delle sardine. La loro bandiera un pesce, non possono portarne altre, quelle che si conoscono sono tutte ben sbandierate e sono o rappresentative di movimenti politici compromessi con la crisi del sistema, o cristallizzazioni di illusioni riformiste che hanno fatto il loro tempo. Che non portino bandiere è la loro forza, non possono essere catalogate in nessuna delle caselle preesistenti, si possono ancora muovere liberamente.

Gli operai non vanno a pesca di sardine, non chiedono al movimento di interessarsi direttamente dei loro problemi sociali: la lotta ai licenziamenti, le stragi sul lavoro, i salari da fame, il ricatto economico continuo e sistematico. Diciamoci la verità, ad oggi non siamo nemmeno noi operai capaci di opporci duramente a questa condizione, figuriamoci se lo devono fare le altre classi per noi. Tuttavia, di fronte alla potente mobilitazione che è riuscita a produrre questa piccola borghesia impiegatizia, gli operai hanno qualcosa da imparare, il numero ce l’hanno, la necessità di rompere con le gabbie entro cui partiti e sindacati ufficiali li tengono prigionieri è matura. Presentarsi in modo indipendente sulla scena sociale permetterebbe agli operai di dire la loro sui mali di questa società e di come possono essere superati. Un movimento del genere fornirebbe anche alle sardine una vera via d’uscita dalle contraddizioni che denunciano, e in cui si dibattono. Fino a quel momento solo umiltà, se gli operai sono una classe in grado di rivoluzionare la società lo devono dimostrare, e il primo passo è costruire un loro partito indipendente da tutti i partiti e i movimenti delle classi superiori.

E.A.

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