CRONACA VERA DI UNA MANIFESTAZIONE POMPATA

La famosa “settimana di mobilitazione per il lavoro” è iniziata con la manifestazione  a  Roma del 10 dicembre. Una parata sindacale con pochi operai e tante bandiere. Così vogliono i Confederali, non vogliono che si disturbino il padrone e il governo, così nelle loro mani la lotta ai licenziamenti diventa una sceneggiata.

La famosa “settimana di mobilitazione per il lavoro” è iniziata con la manifestazione a Roma del 10 dicembre. Una parata sindacale con pochi operai e tante bandiere. Così vogliono i Confederali, non vogliono che si disturbino il padrone e il governo, così nelle loro mani la lotta ai licenziamenti diventa una sceneggiata.

Caro Operai Contro,
arrivando in piazza Santi Apostoli a Roma il 10 dicembre, ci si aspettava una presenza massiccia di operai dell’Ilva, non solo una loro delegazione, fatta confluire nella manifestazione/assemblea con operai di altre fabbriche in crisi, indetta anch’essa dai sindacati confederali, come prima delle 3 iniziative che apriva “La settimana di mobilitazione per il lavoro”.
Una protesta, così dicono Cgil, Cisl e Uil, contro il governo che non trova soluzioni alle crisi aziendali, a cominciare dai 160 tavoli di crisi aperti al Mise (Ministero dello sviluppo economico), Whirlpool, Almaviva, Alitalia, Mercatone/Conad, settore edile, ecc.
Più che operai in piazza si contano ben schierati, con bandiere, striscioni, felpe, berretti e foulard, le burocrazie dei 3 sindacati confederali e l’apparato dei funzionari che, stranezze di una protesta, per non disturbare i palazzi della politica, nessuna autorità, nessun ministero, si sono riuniti e “autoreclusi” proprio qui in piazza Santi Apostoli, e da qui non si sono mossi. Solo gli operai di Genova e Novi Ligure hanno fatto un corteo dietro lo striscione Pacta servanda sunt (i patti si rispettano) dal metrò del Colosseo fino alla piazza.
Il giorno prima i telegiornali avevano preannunciato la partenza da Taranto di 19 pullman, più un’altra decina da Genova, Novi Ligure, Racconigi, Padova e Marghera, che avrebbero portato a Roma la protesta di migliaia di operai ex Ilva, in balia di una trattativa già di per sé non chiara riguardo gli obiettivi che si prefigge il sindacato e che comunque, il sindacato stesso non supporta minimamente con iniziative e forme di lotta.
All’ “opinione pubblica” ma soprattutto agli altri operai, che apprendono le notizie dalla rete, dalla televisione e dai giornali, con questa manifestazione/assemblea del 10 dicembre a piazza Santi Apostoli, il sindacato vuole far credere di aver attivato una grande mobilitazione contro i piani di Arcelor Mittal, contro i licenziamenti e l’avvelenamento degli operai ex Ilva. Ma purtroppo non è così.
Il sindacato ha mobilitato solo alcune centinaia di operai su scala nazionale, compresi quelli di altre fabbriche in crisi, ma la presenza delle migliaia di operai dell’Ilva, è rimasta nell’immaginario della grande mobilitazione spacciata da Cgil, Cisl e Uil, attraverso i mass media.
Ad un certo punto dal palco scoppia come un tuono Landini, (Cgil) accusando il governo di “non mettere al centro il lavoro”. Ad Arcelor Mittal rinfaccia di essere andata in tribunale invece di rispettare l’accordo dell’anno scorso. Landini si “dimentica” che a non rispettare gli accordi di mettere in sicurezza la ex Ilva, sono stati negli anni prima i commissari, che avevano anche questo compito.
Poi la Furlan (Cisl) ma già Landini prima, si scaglia contro i padroni stranieri, (quindi anche ArcelorMittal) che vengono in Italia a fare shopping, comprando aziende e poi maltrattare gli operai, o addirittura licenziarli. Come se i padroni “italiani” fossero meglio degli altri. Così nella piazza le bandiere dei confederali, si tingono di nazionalismo. Inoltre in questo modo si assolvono le colpe dei commissari ai quali toccava mettere in sicurezza la fabbrica, e di tutti i sindacalisti e politici che per anni hanno nascosto la testa sotto la sabbia, per non vedere che la fabbrica non veniva messa in sicurezza.
Barbagallo (Uil) ribadisce gli stessi concetti dei suoi predecessori, con l’ammonimento che “dobbiamo mantenere l’acciaio in Italia”. Dal palco hanno parlato anche 6 operai dell’Ilva, urlando che nessun esubero deve essere riconosciuto. Molto incazzati perché il nuovo padrone attraverso la cassa integrazione, pretende 4.700 nuovi esuberi, più 1.600 mancati rientri di operai già in cassa, che sarebbero dovuti rientrare secondo l’ultimo accordo, in totale 6.300 licenziamenti.
La manifestazione/assemblea del 10 dicembre indetta da Cgil, Cisl, Uil, in piazza Santi Apostoli, “è infatti– come riferisce l’Ansa- incentrata sui temi della crescita, delle crisi aziendali, dello sblocco di cantieri e infrastrutture e dello sviluppo del Mezzogiorno”.
Il solito calderone che marginalizza la condizione operaia e non mira ad ostacolare seriamente i licenziamenti. Mentre invece spiana la strada ai padroni, che battono cassa al governo per ottenere con stanziamenti e agevolazioni, il magna-magna dei profitti legato allo sblocca cantieri, da tempo rivendicato dal “partito del mattone”, tramite i suoi esponenti di centrodestra e centrosinistra.
Saluti Oxervator

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