LA RIVOLTA AL BUIO

Per più di cinque giorni in Iran "spenta" la rete. Nessun collegamento, nessuna notizia. Nel frattempo dai 200 ai 400 morti fra i manifestanti, oltre 5000 arresti. Assaltate banche, supermercati e commissariati di polizia.
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Per più di cinque giorni in Iran “spenta” la rete. Nessun collegamento, nessuna notizia. Nel frattempo dai 200 ai 400 morti fra i manifestanti, oltre 5000 arresti. Assaltate banche, supermercati e commissariati di polizia.

Raccontavamo nel precedente articolo delle rivolte in Iraq, per concludere che non erano affatto terminate, nonostante la repressione brutale e centinaia di morti. Riportavamo di come il generale iraniano Qassim Soleimani, accorso in sostegno al governo di Bagdad con miliziani al seguito, si fosse lanciato in dichiarazioni tanto agghiaccianti per la loro ferocia quanto invero fasulle: “Noi in Iran conosciamo come trattare le proteste”, “questo è successo in Iran e noi adesso l’abbiamo sotto controllo”.
Il generale, la dichiarazione era di ottobre, faceva probabilmente riferimento alle proteste iraniane del dicembre 2017 e della primavera del 2018, non si immaginava certo che da lì a breve “il controllo” sarebbe nuovamente venuto meno proprio nel suo paese.
Infatti, venerdì 15 novembre sono scoppiate in Iran altre sommosse, ancor più violente di tutte quelle precedenti. Un aumento del prezzo della benzina del 50% per i primi 60 litri al mese, del 300% per i successivi litri, ha innescato la protesta che inizialmente si è espressa con semplici manifestazioni e blocchi del traffico. Ma nei giorni successivi la rabbia dei manifestanti, evidentemente esasperati dalla miseria in cui sono costretti a vivere, si è sfogata contro i classici simboli della ricchezza, le banche, a centinaia assaltate, e i supermercati (circa 80) con il loro magazzini. Gli slogan contro gli aumenti del prezzo della benzina, «Se i prezzi aumentano, i poveri diventano più poveri», sono passati a essere più politici e antigovernativi, gli assalti dei rivoltosi si sono indirizzati alle caserme e agli edifici governativi. In un video postato su facebook si vede che anche le statue di Khomeini sono state messe a fuoco dai manifestanti. È successo a Karaj e si sente urlare: «Viva il socialismo! Viva la libertà della classe operaia! Viva la rivoluzione! Abbasso il capitalismo! La rivoluzione non è violenta, la rivoluzione fermerà la violenza. Sono orgoglioso di essere stato uno dei manifestanti che hanno dato fuoco alla statua di Khomeini il boia! Viva il socialismo!».
In un altro post, sempre su facebook, vengono riportati i seguenti slogan:
«Da Haft Tapeh a Teheran, gli operai sono in prigione!»
«I mezzi di sussistenza, la libertà sono i nostri diritti indiscutibili!»
«I prezzi della benzina sono aumentati, rendendo i poveri più poveri!»
«I conservatori, riformatori, entrambi i partiti sono finiti!»
«Morte allo sfruttamento! Morte alla povertà e alla corruzione!».
Di tutto questo, però, della vera portata degli scontri che sono durati giorni si è saputo solo dopo, quando “la pace sociale” è stata riportata dal governo della borghesia riformatrice di Rouhani che controlla la polizia, ma anche dai conservatori rappresentati dalla guida suprema, Khamenei, che controlla i pasdaran e li ha sguinzagliati contro i manifestanti, e infine dall’esercito con a capo generali come Qassim Soleimani che sanno “come trattare le proteste”.
Si è saputo dopo dicevamo, e ancora poco oggi si sa, poiché dalle 18 di sabato 16 novembre il governo ha progressivamente “spento” la rete, a partire dalle celle dei ponti radio che permettono agli smartphone di trasmettere, e lo ha fatto per almeno 5 giorni. I 5 giorni necessari ad ammazzare tra i 200 e i 400 manifestanti, arrestarne oltre 5 mila – riempite le galere, interi edifici pubblici sono stati trasformati in prigioni-, ferirne con armi da fuoco a decine di migliaia. Tutti gli “oppositori da tastiera”, coloro che si illudono sulla potenza ed invulnerabilità dei social si sono dovuti ricredere. La “democrazia della rete” si esercita alla sola condizione che venga sopportata e permessa da chi gestisce il potere, altrimenti basta un “clic” gestito centralmente per azzerarla. Siamo nel pieno di una contraddizione insanabile, fra il massimo di possibilità di far circolare idee e notizie e la massima centralizzazione del controllo su di esse. I video pronti da trasmettere sono rimasti pertanto bloccati sui telefonini, telegram e whatsapp silenziati. Tutti improvvisamente impotenti, anche solo di “cinguettare”, di fronte al potere che in realtà nei mesi precedenti si era preparato, memore forse delle rivolte passate, e dopo aveva creato una rete speciale per collegare il sistema economico, governativo e gli ospedali, ci ha messo solo qualche ora per “spegnere” tutti i cellulari e i computer, isolandoli da internet, per evitare che i manifestanti si coordinassero fra di loro e facessero propaganda con foto e video degli scontri. Ma era già troppo tardi, il legame concreto, il tam tam della rivolta suonato strada per strada, quartiere per quartiere, città per città produceva una rivolta generalizzata e gli assalti, quelli sì reali, a banche, ipermercati stracolmi di merci, commissariati di polizia e basi dei pasdaran.
R.P.


Il video della statua di Khomeini messa a fuoco dai manifestanti: https://www.facebook.com/iranianprotestslive/videos/2578497255552176/

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