L’IRAQ IN FIAMME. CONVIENE NON PARLARNE

Bagdad, Nassiriya, Karbala, Mosul... 500 morti da ottobre, 10000 feriti. Il regime democratico instaurato dalle grandi potenze occidentali, risponde alle proteste per il pane e contro la corruzione sparando sulla folla. E i soldati italiani? Collaborano col governo.

Bagdad, Nassiriya, Karbala, Mosul… 500 morti da ottobre, 10000 feriti. Il regime democratico instaurato dalle grandi potenze occidentali, risponde alle proteste per il pane e contro la corruzione sparando sulla folla. E i soldati italiani? Collaborano col governo.

Delle rivolte violente in Iraq e Iran bisogna cercare nella rete e anche lì non c’è molto. Le borghesie occidentali, europee e statunitensi, si sentono con ogni probabilità la coscienza talmente sporca da preferire che le notizie scompaiano del tutto. Quando hanno pensato di poter fare il bello e il cattivo tempo in quei paesi la campagna mediatica sulla necessità di fare la guerra era assordante, quanto il silenzio attuale. Ma si sa, allora puntavano alle risorse petrolifere che le borghesie locali controllavano strettamente fino al punto di riuscire monopolisticamente a governarne i prezzi. Hanno scatenato contro di loro tutta la forza militare che solo le grandi potenze occidentali potevano mettere in campo, frantumata la macchina statale, eliminati i governanti scomodi, hanno lasciato lo sfacelo totale. Sicuramente ci viene alla mente l’Iraq di Saddam, con le cosiddette guerre del Golfo (dalla prima sono passati quasi 30 anni), ma anche la Siria, ben più recente e con la guerra ancora in corso.
Dalla miseria della guerra, e dei successivi governi sotto tutela militare occidentale, le popolazioni di quei paesi non si sono mai veramente ripresi. E questo significa, per molti giovani iracheni che oggi troviamo in piazza a protestare, una vita intera trascorsa nella miseria, se si tiene presente che la caduta di Saddam è avvenuta nel 2003. Un dramma storico e sociale che pare incredibile visto da qui, possiamo solo immaginarlo per le popolazioni coinvolte. Soprattutto se si confronta la realtà odierna con le promesse, e le balle raccontate circa la necessità di guerre contro “dittature” e governi affamatori dei popoli.
Non sarà stato neanche un caso fortuito della storia se nel frattempo forze nuove locali si sono espresse contro tutto e tutti, contro l’occidente in particolare, rivendicando un proprio stato autonomo. D’altra parte il modello democratico occidentale era tanto convincente da dover essere sostenuto, dopo l’uccisione di Saddam, da un esercito d’occupazione Usa in pianta stabile, infarcito da truppe europee (Gran Bretagna, Francia e Italia). Infatti i nuovi governanti erano più affamatori e corrotti dei precedenti e, parliamoci chiaro, senza l’esercito non sarebbero durati un giorno. Non solo agli operai e agli ultimi strati sociali della popolazione non erano cambiate le miserabili condizioni di vita, ma l’immiserimento colpiva anche ampi strati della piccola borghesia.
La disoccupazione giovanile raggiunge oggi il 25%, e il 20% della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà.
Veniamo così hai fatti di questi giorni, con 50 morti nei soli ultimi 2 giorni, uccisi mentre protestavano per il pane e contro la corruzione dei governanti. Polizia ed esercito, ben addestrati dagli esperti militari occidentali tra cui i carabinieri italiani (così veniva sempre presentato l’ “importante ruolo” del nostro esercito in Iraq) hanno sparato sulle folle esasperate dalla miseria. «Il maggior numero di vittime si è registrato a Nassiriya [agli italiani forse ricorda qualcosa, ndr], con oltre 20 manifestanti uccisi con colpi sparati dall’esercito al capo e al petto». Dall’inizio delle proteste ad ottobre i morti sarebbero più di 500, le città coinvolte oltre a Nassiriya e alla capitale, Baghdad, sono Karbala, Najaf, Mosul e Kirkuk dove ancora una volta troviamo le truppe italiane a protezione di pozzi petroliferi e cantieri di aziende italiane impegnate nelle costruzioni.
E’ di ieri la notizia che il premier iracheno Adel Abdul-Mahdi ha annunciato le dimissioni. Va ricordato che il premier aveva il sostegno sia degli Usa che, paradossalmente, del governo iraniano, che da tempo influenza e sostiene i politici che controllano l’economia della ricostruzione post Saddam. Da una inchiesta della Associated Press risulta che immediatamente dopo il primo giorno di rivolta ad ottobre il potente generale iraniano Qassim Soleimani sia volato a Bagdad ad incontrare esponenti militari e di governo iracheni per organizzare la repressione. L’inchiesta riporta le sue testuali parole: “Noi in Iran conosciamo come trattare le proteste”, “questo è successo in Iran e noi adesso l’abbiamo sotto controllo”. Dopo di che gli sparati alla testa nelle strade sono stati centinaia, i feriti più di 10.000. Ma il controllo delle piazze in Iraq non c’è stato, e a ben vedere nemmeno in Iran.
R.P.

Facebook Comments

1 Comment

  1. Nulla di nuovo sotto il sole nero della liberaldemocrazia.
    Laggiù sparano “alzo zero”, da noi licenziano dopo aver pagato il lavoro una bischerata.
    Per chi non ci sta, sono pronti (anche qui) i proiettili, prima di gomma e poi di piombo.

Lascia un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.