CILE, IL NEMICO MOSTRUOSO

Così il presidente cileno definisce i manifestanti. La rivolta è il prodotto del carovita e i poveri non hanno altri mezzi per difendersi: saccheggi ed incendi non si fermano nemmeno con l’esercito. Il Cile risulta uno dei paesi che ha risentito meno della crisi del 2009, almeno questo secondo i dati ufficiali diffusi. L’economia anche nell’ultimo anno è cresciuta del 1,5%. Dalla caduta di Pinochet nel 1990 (in realtà l’influenza c’è stata fino alla sua morte, prima come capo supremo delle forze armate e poi come senatore a vita), vent’anni di governi di centro sinistra ed i restanti divisi […]

Così il presidente cileno definisce i manifestanti. La rivolta è il prodotto del carovita e i poveri non hanno altri mezzi per difendersi: saccheggi ed incendi non si fermano nemmeno con l’esercito.

Il Cile risulta uno dei paesi che ha risentito meno della crisi del 2009, almeno questo secondo i dati ufficiali diffusi. L’economia anche nell’ultimo anno è cresciuta del 1,5%.
Dalla caduta di Pinochet nel 1990 (in realtà l’influenza c’è stata fino alla sua morte, prima come capo supremo delle forze armate e poi come senatore a vita), vent’anni di governi di centro sinistra ed i restanti divisi con il centro destra hanno modificato solo apparentemente le disuguaglianze cresciute con la dittatura. L’avvento della “democrazia” ha mascherato sapientemente l’arricchimento della borghesia imprenditoriale a spese della massa di poveri. Ha nascosto sotto il velo di ciò che il termine “democrazia” lascia intendere da tempi antichi, la legalizzazione dello sfruttamento di una classe sociale sull’altra.
Ma ormai abbiamo imparato a ragionare sui numeri, andando oltre la semplificazione che la semplice lettura induce a fare. Se da una parte leggiamo che l’economia del Cile cresce dell’1,5%, troviamo di contro che la metà delle famiglie del paese ha accesso al solo 2% della ricchezza totale. Questo è il vero motivo della rivolta.
La sanità, la scuola e le pensioni sono privatizzate, e mentre gli amministratori di queste società fanno speculazioni finanziarie con i fondi, i lavoratori sono costretti a pagare il 12% dello stipendio su un fondo comune, mentre le pensioni sono sotto il livello del salario minimo. Le famiglie si devono indebitare per mandare i propri figli a scuola, e le strutture pubbliche naturalmente, impoverite dalla mancanza di fondi, non sono in grado di risolvere i bisogni della povera gente.
La privatizzazione ha colpito anche l’acqua, provvedimento che la dice lunga sul modo di fare cassa della classe politica, burattini in mano alle classi imprenditoriali.
A seguito dell’ennesimo aumento che colpisce il biglietto della metropolitana, è esplosa la protesta, nelle piazze sono scesi centinaia di migliaia di persone, secondo alcuni giornali si tratta di oltre un milione, numero che supera le proteste ai tempi di Pinochet.
Se l’aumento del biglietto della metropolitana ha scatenato la rabbia, le proteste si sono allargate poi a tutti gli altri aumenti che negli ultimi anni hanno colpito la popolazione. Nella prima notte delle proteste è stata incendiata la sede dell’ENEL, responsabile degli aumenti dell’energia elettrica. 41 fermate della metropolitana su 136 sono state occupate e devastate, nelle altre i tornelli scavalcati per protesta, tanto che la polizia è stata costretta a chiudere le stazioni.
Il presidente ha affermato che “siamo in guerra”, che i manifestanti erano delinquenti, “un nemico mostruoso”, anche se inizialmente ha preso sottogamba le proteste, ha lasciato passare i giorni pensando di placare la rabbia opponendo alla rivolta le cariche della polizia, per poi proseguire instaurando lo stato d’emergenza, il coprifuoco dalle 19 alle 6 del mattino e facendo intervenire l’esercito nelle piazze, proprio come ai tempi di Pinochet.
Ma nonostante le centinaia di arresti, ferite, cariche della polizia, la gente ha continuato a protestare pesantemente. Inutile anche il ritiro dell’aumento del biglietto e gli inviti del presidente a manifestare pacificamente. È stato annullato anche l’incontro tra Trump e XI Jimping sui dazi oltre al campionato di calcio. Insomma, il clima è teso e il Cile ha come priorità di risolvere la questione delle piazze, sopra ogni altra cosa.
Lo scorso venerdì, una manifestazione di oltre un milione di persone ha paralizzato la città di Santiago, il presidente è stato quindi costretto a fare marcia indietro, prima con un linguaggio diverso nei confronti dei manifestanti, non più considerati delinquenti e poi con delle promesse di un rimpasto di governo, un aumento dei salari minimi e delle pensioni. Ma le proteste continuano, la gente non crede alle promesse e il livello dello scontro si sta alzando.
Le disuguaglianze sono enormi, il presidente Pinera è tra i cinque industriali più ricchi del paese, e la differenza tra i padroni e il resto della popolazione è notevole, tanto che la classe media viene schiacciata verso il basso e in parte partecipa alle proteste.
Le notizie che arrivano sui media italiani più diffusi sono poche e sottostimano gli scontri, come al solito. Bisogna come sempre cercare con più attenzione ed è così che scopriamo che le fermate della metropolitana distrutte sono salite a 70, che i morti sono varie decine, gli arresti centinaia, le persone sparite anche, oltre al solito sistema delle torture che non è certo solo patrimonio delle dittature alla Pinochet. Una parte della classe media si finge vicina ai manifestanti, ma è chiaro che lo fa per non cadere ancora più in basso.
Se le classi più povere vogliono ottenere qualcosa, faranno bene a non fidarsi delle promesse del governo e tanto meno delle classi medie, nella storia, hanno dimostrato che alla resa dei conti passano armi e bagagli con le classi dominanti, certi di non perdere i propri privilegi.
S.D.

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