Femminicidio e terrorismo sociale

Dall’India all’Italia, contro le donne si scatena un turbine di frustrazioni, fobie … e connivenze istituzionali Mi ha colpito che la maggior parte dei grandi media indiani ha evitato di dire che le due ragazze erano dalit. C’è della politica in questo: la volontà di non mettere in questione il sistema delle caste e presentare il fatto come un mero atto criminale. Ma quando lo stupro è usato  come mezzo di oppressione di una casta sull’altra diventa uno strumento politico. Arundhati Roy[1] Tenendo fermi tutti questi dubbi di fondo, avanzo l’ipotesi che il femminicidio abbia assunto un diverso e […]
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Dall’India all’Italia, contro le donne si scatena

un turbine di frustrazioni, fobie … e connivenze istituzionali

Mi ha colpito che la maggior parte

dei grandi media indiani ha evitato di dire

che le due ragazze erano dalit.

C’è della politica in questo: la volontà

di non mettere in questione il sistema

delle caste e presentare il fatto come un mero atto criminale. Ma quando lo stupro è usato

 come mezzo di oppressione di una casta sull’altra diventa uno strumento politico.

Arundhati Roy[1]
Tenendo fermi tutti questi dubbi di fondo, avanzo l’ipotesi che il femminicidio abbia assunto un diverso e più spregevole (se possibile) significato con il recente inasprirsi dei contrasti sociali. A livello planetario.Da qualche tempo, il «femminicidio» è balzato ai disonori della cronaca. Forse, forse, forse in un passato non tanto remoto le notizie avevano più limitata circolazione. Forse, forse, forse certi episodi non destavano scandalo. Forse.

L’oppressione e lo sfruttamento della donna è un aspetto di fondo delle società divise in classi. Ma finché c’è trippa per gatti, ricchi e poveri riescono a convivere, senza eccessivi attriti. Lo sfruttamento e l’oppressione sociale sono attenuati da vantaggi (briciole e a volte briciolone) che fanno tollerare ai poveri i ricorrenti soprusi dei signori. L’illusione di possibili riscatti crea un clima di consenso verso il cosiddetto «ordine costituito»: il migliore dei mondi possibili… Ma non appena vengono meno i termini dell’equilibrio sociale (e del compromesso politico), i rapporti tra le classi diventano conflittuali. E anche i rapporti tra i sessi.

Ed è quello che sta avvenendo in India come in ogni altra contrada di un mondo agitato dagli attuali travagli dei rapporti di produzione capitalistici.

Caste, Gandhi e sinistre connivenze

Le caste sono come l’apartheid,

ma nessuno in India, dai progressisti

all’estrema destra, lo riconosce.

Arundhati Roy[2]

In India, il modo di produzione capitalistico può contare su una preziosa peculiarità: le caste. Ovvero un sistema, come l’aparteihd in Sudafrica, che crea una discriminazione preventiva nei fondamenti stessi della società, «truccando» alla base la presunta competizione sociale. Motivo per cui i poveri non hanno alcuna possibilità di uscire dalla loro condizione.

Tutte le anime belle democratiche condannarono l’aparteihd in Sudafrica, sorvolando su quanto avviene in India. Forse per non intaccare il mito di Gandhi[3] che, anzi, viene rinverdito ogni qualvolta la tensione sociale cresce. In Italia, lo rinverdì quel bel tomo del Bertinotti dopo le violenze sbirresche al G8 (Genova, luglio 2001), trovando interessati propagandisti nei cosiddetti Disobbedienti. Dietro a Gandhi, ci sono le caste!

Le italiche perversità, per quanto possano sembrare bazzecole, mostrano quanto sia degenere una sinistra che incensa mitologie che in India contribuiscono a rafforzare lo sfruttamento e l’oppressione dei proletari e, soprattutto, delle donne.

Il sistema delle caste ha decisamente contribuito al boom dell’economia indiana, tanto esaltato dai soliti corifei del capitale (come Federico Rampini) che tacciono furbescamente di «quanto sangue grondi».

Tacciono anche tante altre cose, per esempio che vaste aree dello Stato indiano sono controllate da movimenti di guerriglia, in primis il movimento naxalita[4], presente in gran parte dell’India Centro-orientale (circa 180 distretti, in dieci Stati, soprattutto nell’Andhra Pradesh e nell’Harkhana). Di conseguenza, l’unità nazionale risulta compromessa, con tutto ciò che ne deriva sul piano di una «sana» vita economica.

L’azione dei guerriglieri naxaliti è rivolta in particolare contro le cosiddette Zone Economiche Speciali – un pepato ingrediente del boom indiano –, sorte attraverso violente espropriazioni ai danni dei contadini e regno dello sfruttamento selvaggio della forza lavoro.

La festa è finita,

ma per i proletari non c’è mai stata festa

Nonostante l’overdose di liberismo, le performances indiane non sono più brillanti come un tempo (il Pil si è dimezzato e da due anni è inchiodato al 5%), con gravi ricadute sulle condizioni proletarie.

Il Pil pro capite (Ppa) di circa 3.800$ nasconde una condizione sociale caratterizzata da una forte sperequazione, per esempio: la soglia di povertà, calcolata in meno di 0,40$ al giorno, riguarda circa il 30% della popolazione (circa 400 milioni) e quelli che devono accontentarsi di 1,2 dollari sono altri 400 milioni. Ogni anno, circa 80 milioni di persone finiscono sotto la soglia di povertà, a causa soprattutto delle spese mediche del sistema sanitario privatizzato. Dal 2004-2005 al 2011-2012, il numero di donne lavoratrici è diminuito di quasi venti milioni, a causa della difficoltà di trovare impieghi, per quanto esasperata sia la flessibilità del lavoro femminile.

Ma anche le infrastrutture industriali non brillano: del tutto insufficiente è la fornitura di energia elettrica che costringe le imprese a dotarsi di generatori propri, per evitare disastrosi black-out, come quello che nel 2012 costrinse al buio 600 milioni di persone.

Per rimediare al Pil in discesa e alle tensioni sociali in salita, le recenti elezioni hanno sancito la vittoria di Narendra Modi (un fan di Renzi!) del Partito popolare indiano (Bjp), di centro destra, che tenta di conciliare il liberismo con il nazionalismo, prospettando comunque maggiori espropriazioni ai danni delle comunità rurali.

Sull’onda del fallimento governativo del Partito del Congresso (famiglia Gandhi), accompagnato da una dilagante corruzione, Modi ha saputo suscitare forti aspettative, mettendo in campo enormi risorse (si parla di 5 miliardi di dollari). Ciò nonostante, anche in India l’astensione è stata lo stesso alta: circa il 34%, pari a circa 250 milioni di aventi diritto al voto.

Lo scenario che si delinea è denso di nubi. Nell’occhio del ciclone ci sono le donne, su cui ricade il maggior peso del dissesto economico del Paese.

Soprattutto nelle campagne, le donne sono al centro di tensioni che provocano le rabbiose reazioni di chi vede turbato l’«ordine naturale delle cose», in prima fila gli sbirri, come appare da molti episodi di violenza. Nel 2012, «1.500 donne dalit venivano stuprate. E questa è la cifra ufficiale, che si stima corrisponda al 10% dei casi. Ma la maggior parte delle violenze continua a non essere riportata per la vergogna sociale»[5].

Le donne dalit sono solo

la punta dell’iceberg delle violenze

La violenza contro le donne dalit è la punta di un iceberg di violenze che coinvolge via via tutte le donne proletarie, lavoratrici, studentesse, casalinghe che, inevitabilmente, alzano la testa contro un sistema di oppressione e sfruttamento sempre più annichilente, dal momento che questo sistema è sempre meno capace di governare i disastri generati dalla crisi del modo di produzione capitalistico, nel suo tourbillion di corruzioni e soprusi.

Dall’India, la violenza, il femminicidio, si estende e dilaga come la peste in un mondo globalizzato che replica ovunque le medesime catastrofi.

Nel malström della crisi, le donne, quanto più erano abituate a condizioni di oppressione e sfruttamento, nella famiglia e nel lavoro, tanto più hanno dovuto sfoderare una maggiore flessibilità, fisica e mentale, per far fronte alle incombenti avversità, rispetto agli uomini che, in generale, si erano adagiati nell’illusione di un’apparente sicurezza sociale, dovuta al presunto ruolo istituzionale di «capo famiglia».

Questo mutamento di status ha avuto effetti tanto più dilanianti quanto più sconvolgeva gli equilibri di società tradizionaliste, come è avvenuto in seguito ai recenti flussi migratori.

«A dispetto delle ineguaglianze sessuate inerenti al mercato del lavoro, le donne “guadagnano” nella propria emigrazione, a misura di quel che perdono gli uomini in termini di statuto sociale nel nuovo contesto. […] Anche quando le donne non arrivano ad inserirsi nel mercato del lavoro, esse sono nondimeno “vincenti”, poiché godono di un accesso alle istituzioni e alle risorse che esse non avrebbero avuto nei paesi d’origine. […] Le ricerche sulle migrazioni di ritorno confermano che le donne sono più restie al ritorno nel paese d’origine rispetto agli uomini. Le donne sarebbero meglio integrate e più inclini a stabilirsi nel paese di destinazione, mentre gli uomini cercherebbero di fuggirlo per ritrovare i valori e le norme che sono loro favorevoli, e che gli fanno difetto nella situazione migratoria, in un ambiente giudicato ostile»[6].

Una violenza interclassista,

ma fino a un certo punto …

Nella famiglia e nel lavoro, ovunque, la donna deve affrontare un ambiente sempre più ostile, alimentato dalle frustrazioni degli uomini che non solo vedono crollare il loro piccolo mondo ma si sentono emarginati e discriminati di fronte alle donne che, meglio, sanno affrontare le difficoltà. E spesso la frustrazione culmina in atti di violenza.

Certamente la violenza è interclassista, colpisce donne proletarie e donne borghesi, soprattutto laddove ci sono interessi in gioco, che però, il più delle volte, sono mascherati sotto una veste sentimental-passionale. Nel caso di donne «in carriera», difficilmente l’uomo accetta di stare su un gradino inferiore. Sono situazioni che, rompendo il fair play delle relazioni borghesi, fanno notizia, a differenza di quanto avviene negli ambienti proletari, dove la violenza è invece di casa, e non fa notizia, se non quando è particolarmente efferata. Questa è una violenza che è tanto più feroce, quanto più risicati sono i margini interpersonali di mediazione, ovvero quanto più è disgregato il tessuto sociale in cui la violenza fermenta.

La disgregazione, è questo il lato debole, attraverso il quale passano come un fiume in piena tutte le perversità della società borghese. Una società che sotto l’immagine massificante, in realtà, disgrega i rapporti sociali e li individualizza, smantellando la solidarietà che è l’arma principale con cui i proletari possono reagire all’oppressione e allo sfruttamento. Risalire la china è duro, ma contribuisce la stessa insipienza di una società senza futuro che, quanto più si incanaglisce, tanto più genera contro spinte che si ritorcono contro di lei.

E intanto, in India, senza baloccarsi con «quote rosa», le donne hanno cominciato a menar bastonate …

Dino Erba, Milano, 8 giugno 2014

 

[1] Cit, in: Alessandra Muglia, «Io accuso il sistema delle caste. Viviamo in un passato feudale», Arundhati Roy: donne vittime di una doppia oppressione, «Corriere della Sera», 31 maggio 2014. Disponibile in rete: http://www.dirittiglobali.it/tag/sistema-delle-caste/.

[2] Ibidem.

[3] Cfr. Perché gli intoccabili odiano Gandhi?, Disponibile nel sito: http://scienzamarcia.blogspot.it/2011/06/ perche-gli-intoccabili-odiano-gandhi.html

[4] Cfr. Arundhati Roy, Con gli insorti naxaliti nel cuore della foresta indiana, Porfido, Torino, 2010.

[5] Arundhati Roy, «Io accuso il sistema delle caste», art. cit.

[6] Vedi: Mirjiana Morokvasic, Le genre est au coeur des migrations, Petra, Paris, 2012, pp. 107-108. Vedi anche: Lourdes Beneria, Travail rémunéré, non rémunéré et mondialisation de la reproduction, in Jules Falquet Helena Hirata, Daniéle Kergoat, Brahim Labari, Fatou Sow, Nicky Le Feure [Sous la direction de], Le sexe de la mondialisation, Genre, classe, race et nouvelle division du travail, Presse de Sciences Po, Paris, 2010.

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