Giornale, Numero 11 del 11 marzo 2019

FCA POMIGLIANO. STRONCATO LO SCIOPERO ALLO STAMPAGGIO. LA FABBRICA E’ DIVENTATA UNA CASERMA

Gli scioperi nel reparto Stampaggio della FIAT di Pomigliano assumono un significato che va oltre la questione in sé. Lo Stampaggio è un reparto di circa quattrocento operai che lavorano […]

Gli scioperi nel reparto Stampaggio della FIAT di Pomigliano assumono un significato che va oltre la questione in sé.

Lo Stampaggio è un reparto di circa quattrocento operai che lavorano su tre turni per cinque giorni alla settimana. In passato, in concomitanza di picchi di richiesta di auto da parte del mercato, lavoravano anche qualche sabato, in “straordinario”. E’ un reparto che ha sempre lavorato anche perché non produceva solo per le Panda, ma anche per altri stabilimenti, compreso quello, super produttivo, di Atessa dove si producono furgoni. Negli ultimi dieci anni questi operai hanno fatto poca cassa integrazione e sono stati coinvolti solo relativamente nei “contratti di solidarietà”, come quelli del Montaggio, mentre più di duemilacinquecento operai perdevano più di 40.000 euro per gli ammortizzatori sociali.

Ad un certo punto, la FIAT, applicando una clausola contrattuale del contratto separato firmato da Fim Uilm Ugl Fismic e Unione quadri, ha portato i turni da 15 a 18, con il recupero del lavoro di sabato in un giorno a rotazione infrasettimanale. Praticamente ha tolto la possibilità di lavorare in “straordinario” e conseguentemente, ha tolto la possibilità di guadagnare qualcosa di soldi in più agli operai.

Lo stesso tipo di operazione, per conseguenza, l’ha fatta negli altri reparti, portando i turni da 10 a 12, con le stesse condizioni.

Gli operai dello Stampaggio si sono messi in sciopero con la copertura sindacale della FIOM che, nel reparto, ha una esigua minoranza di iscritti rispetto ai “firmatari”.

Lo sciopero, che ha coinvolto due turni su tre, perché uno non ha mai scioperato, ha portato nel giro di due giorni al blocco della produzione negli altri reparti e sicuramente problemi anche agli altri stabilimenti che dipendevano dalle produzioni di Pomigliano.

Rispetto a questa situazione, la FIAT, come al solito, ha risposto a muso duro, negando anche la possibilità di discutere e ha sguinzagliato tutto quello che aveva a disposizione per piegare gli operai.

La fabbrica è diventata una caserma. All’interno i “vigilanti” hanno sistematicamente vietato che gli operai dello Stampaggio entrassero in contatto con quelli degli altri reparti. I capi, insieme ai sindacalisti “firmatari”, hanno iniziato una campagna di “persuasione” nei confronti degli operai dello Stampaggio telefonando, o contattando personalmente ognuno, per convincerli a desistere. “Togliti da mezzo altrimenti alla fine sei tu che paghi”, il succo della “persuasione”. Quelli individuati come i promotori hanno avuto pressioni più esplicite. Alcuni operai si sono trovati con “vigilanti” costantemente vicini mentre erano in fabbrica.

I sindacalisti “firmatari” hanno volantinato contro lo sciopero. I loro dirigenti nazionali hanno fatto a gara a denunciare il comportamento “irresponsabile” dei “facinorosi” e la politica disfattista della FIOM che avrebbe avuto conseguenze gravi per la sopravvivenza dello stabilimento proprio nel momento in cui la FIAT “stava per partire” (?) con il piano per l’auto elettrica anche a Pomigliano.

Le dichiarazioni di costoro sono state riprese dalla stampa e nei salotti televisivi, e sono diventati il fulcro di tutti gli interventi degli “addetti ai lavori” sulla questione.

All’esterno dello stabilimento la polizia è diventata una presenza costante e ogni volta che il gruppo del SI COBAS di Mignano è intervenuto a sostegno degli operai in sciopero ha identificato tutti i militanti con la scusa che quella era “occupazione di suolo privato”.

La FIOM, sotto il fuoco di tutte queste pressioni, non ha retto e ha sospeso lo sciopero. Ma l’attività repressiva non si è calmata. Sabato 9 marzo, ad una settimana dagli eventi, la FIOM ha convocato un’assemblea all’interno per discutere con gli operai il da farsi. Troppo tardi. Le contromisure dell’azienda avevano già raggiunto lo scopo: fermare gli operai. Alla presenza dei capi in completo assetto a bordo campo si sono tenute le assemblee. Gli operai hanno capito il clima. Nelle prime due nessuno ha più parlato di scioperi e nell’ultima non si è presentato quasi nessuno. Molti iscritti FIOM degli altri reparti si sono trovati stranamente in “contratto di solidarietà” proprio nel giorno dell’assemblea, quando non gli toccava.

Un piccolo gruppo di operai si è messo in sciopero perché di fronte ad un aumento dei carichi di lavoro ha reagito. “Se devo sacrificare il sabato voglio più soldi”. Questa è stata la loro semplice constatazione.

Non hanno discusso i tre miliardi che gli azionisti si sono messi in tasca in questi giorni. Non hanno messo in discussione i ritmi elevati, le pause ridotte, il consumo fisico che lavorare a questi ritmi provoca nel corpo. Non hanno messo in discussione i privilegi di quelli che vivono bene sulle loro spalle.

Hanno fatto una semplice richiesta sindacale: Per più lavoro più soldi.

Per solo questo, tutto il sistema dei padroni si è mobilitato. Anni di mistificazioni sul concetto “siamo tutti cittadini con gli stessi diritti”, non ci sono differenze, sono saltati in un attimo.

Tutti quelli che non lavorano, che non producono niente, ma vivono sulle spalle del lavoro operaio si sono mobilitati. Gli azionisti, i dirigenti, i capi, i sindacalisti filo aziendali, la stampa, le istituzioni.

Tutti costoro sono corsi in aiuto di quelli che comandano in questo sistema: i padroni.

Hanno fatto però un passo in una direzione pericolosa. In un sol colpo hanno fatto capire che non tutti i “cittadini” sono cittadini allo stesso modo. Una parte, gli operai, deve solo lavorare per produrre la ricchezza e deve stare zitta e non pretendere niente di più che un misero salario stabilito dal padrone, e un’altra parte, con questa ricchezza, a livelli deversi, vive bene e senza produrre nulla.

Hanno fatto tanto per dimostrarci che non esistono più le classi, che gli operai non sono una moderna classe di schiavi, che chi ancora pensa alla lotta di classe è all’età della pietra, e poi, per quattro spiccioli in più negati a un gruppo di operai di un grande stabilimento, rimettono tutto in discussione.

F. R.

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