Una strage causata da condizioni lavorative estremamente rischiose per assenza di manutenzione, incuria e disprezzo della vita. Ma i processi per tali morti o languono oppure si sono conclusi con l’assoluzione dei principali responsabili e la condanna, solo in alcuni casi, di pesci piccoli
Precipitati nel vuoto, schiacciati, travolti, bruciati, annegati, travolti da tubi o colpiti da cavi o stritolati dai nastri trasportatori. Sono morti così, dal 2012 a oggi, 11 operai nello stabilimento siderurgico di Taranto di Acciaierie d’Italia (ex Ilva). La recente morte di Loris Costantino è sola l’ultima di una serie impressionante di morti nella fabbrica tarantina, causate da condizioni lavorative estremamente rischiose per assenza di manutenzione, incuria e disprezzo della vita degli operai. Ma qua non vogliamo analizzare le cause di tali morti, come peraltro abbiamo già fatto, bensì capire che cosa è accaduto dopo la morte di ciascuno di questi operai. A ogni morte è seguito un inevitabile processo, che tuttavia, anche per morti lontane nel tempo, o non è ancora terminato oppure si è concluso con l’assoluzione dei principali responsabili e la condanna, solo in alcuni casi, di cosiddetti pesci piccoli, peraltro mai andati in carcere.
Il percorso e l’esito di questi processi per morte di operai evidenziano come i magistrati, – che hanno dato battaglia contro il governo Meloni, in occasione del recente referendum costituzionale sulla giustizia, per affermare la propria indipendenza istituzionale, – sono in realtà strettamente subalterni agli interessi generali degli industriali, compresi quelli che appoggiano e sostengono apertamente il governo Meloni. Una magistratura che nell’insieme è funzionale alle esigenze di salvaguardia non solo dei profitti ma anche della immunità legale di imprenditori grandi e piccoli. Guai, perciò, agli operai che, invece di organizzarsi per migliorare le proprie condizioni di lavoro in fabbrica, si illudano di poter riporre fiducia in questi gangli vitali del sistema capitalista, il quale non solo li sfrutta ogni giorno ma spesso li ammazza senza scrupoli e senza pagarne alcuna conseguenza. Il NO al referendum da parte operaia è stato un NO al governo e alla sua politica contro le classi subalterne, non certo per difendere una magistratura che nelle aule dei tribunali usa sempre un occhio di riguardo per chi per il proprio guadagno manda a morire sul lavoro i propri dipendenti.
Il 30 ottobre 2012 il 29enne Claudio Marsella morì schiacciato fra due locomotori durante le operazioni aggancio nel reparto Mof.
Il 28 novembre, meno di un mese dopo, un uragano si abbatteva su Taranto: Francesco Zaccaria, anch’egli di 29 anni, si trovava nella cabina della gru al molo portuale gestito dall’Ilva per scaricare materie prime da una nave attraccata in banchina. Nessuno gli ordinò di scendere e restò nella cabina anche quando la tempesta la trascinò in mare, annegandolo. I due omicidi colposi sono confluiti nel maxi processo “Ambiente svenduto” che, dopo l’annullamento della sentenza di primo grado, adesso pende dinanzi al tribunale di Potenza!
Ciro Moccia, 42 anni, è morto il 28 febbraio 2013 in un incidente durante i lavori di manutenzione nel reparto Cokerie. Il processo ha portato alle condanne dei vertici di una ditta dell’indotto, ma ha scagionato tutti i dirigenti dell’ex Ilva inizialmente coinvolti nell’inchiesta.
Angelo Iodice, 54 anni, ha perduto la vita in un altro incidente il 4 settembre 2014: originario di Caserta era un operaio della ditta dell’appalto “Global Service”: impegnato in attività di manutenzione nell’area dell’Acciaieria 1, dove nei giorni precedenti si era verificato uno sversamento di ghisa, venne travolto sui binari da un mezzo meccanico guidato da un altro operaio. Prosciolti i dirigenti dell’ex Ilva, unico responsabile per la sua morte è stato riconosciuto un dirigente dell’azienda dell’indotto.
L’8 giugno 2015 una fiammata nell’Altoforno 2 investì in pieno Alessandro Morricella, di 35 anni, causando ustioni nel 90% del corpo: l’operaio morì dopo giorni di sofferenza. Il processo di primo grado ha portato alla condanna di tre dirigenti dell’ex Ilva e ancora adesso sta per partire il giudizio dinanzi alla corte d’appello.
Qualche mese dopo, il 6 gennaio 2016, un altro incidente spezzò la vita di Cosimo Martucci: 49 anni, dipendente della ditta dell’appalto, venne travolto e ucciso da un grosso tubo d’acciaio durante le fasi di scarico di pezzi di carpenteria metallica della nuova condotta per l’aspirazione di fumi e polveri. Dopo la sentenza di primo grado, il processo per fare luce sulla sua morto è ora dinanzi alla corte d’appello.
Anche Giacomo Campo lavorava nell’indotto: fu vittima di un incidente il 17 settembre 2016, schiacciato all’interno di un nastro trasportatore. Il procedimento penale è ancora in corso dinanzi al tribunale di Taranto.
A maggio 2018 un incidente al porto costò la vita ad Angelo Fuggiano, 28 anni, operaio di una ditta dell’appalto, quando, durante una fase di ancoraggio al molo, un cavo saltò e lo travolse, colpendolo alla testa e al collo. Anche per lui è in corso il processo di primo grado.
Sempre al porto morì Cosimo Massaro, 38 anni: a luglio 2019 un nuovo tornado si abbatté su Taranto e trascinò in mare la gru dove lavorava, in un incidente simile a quello di Zaccaria. Nemmeno per Massaro è ancora giunta una sentenza di primo grado.
Il 12 gennaio 2026 è morto Claudio Salamida, operaio di 47 anni precipitato per sette metri nel reparto di Acciaieria 2 a causa di una pavimentazione con griglia di ferro che copriva un buco su una passerella: l’indagine della procura è ancora in corso.
Infine a marzo scorso, neanche due mesi dopo Claudio, un altro operaio, Loris Costantino, 36 anni, è morto esattamente con le stesse modalità. Operaio della ditta d’appalto Gea Power, è precipitato al suolo da un’altezza di oltre 10 metri, mentre lavorava nel Reparto Agglomerato alla pulizia di un nastro trasportatore fermo dal 2017 che Acciaierie d’Italia era intenzionata a rimettere in funzione. È caduto per la rottura e il cedimento di una passerella il cui piano di calpestio era costituito da una griglia metallica logora e sbrindellata. L’indagine della procura è appena iniziata. Anch’essa si concluderà chissà quando…
L.R.