L’imperialismo russo cerca di stringere il cappio alla gola dell’Ucraina, ma cozza contro la resistenza di una società intera. Neanche l’appoggio dell’imperialismo americano a Putin e le minacce di Trump stanno bastando per piegare una resistenza che dura da quattro anni
Il nodo dei negoziati di pace fra Russia e Ucraina non riguarda solo il possesso dell’intero Donbass, quindi anche dei territori finora non occupati dall’esercito russo e difesi strenuamente dalle forze armate ucraine, ma anche, e soprattutto, il controllo del futuro status politico dell’Ucraina. È un duplice obiettivo che riassume in maniera inequivocabile le mire imperialiste ed espansioniste della Russia nei confronti dell’Ucraina: cercare di raggiungere attraverso la pressione delle minacce “diplomatiche” ciò che in quattro anni di guerra non è riuscita a conseguire con le armi. La politica russa di grande potenza cozza aspramente contro la resistenza della società ucraina. Adesso riceve nuova linfa dal supporto aperto dell’amministrazione Trump attraverso il piano concordato di spartizione di aree di influenza a livello mondiale. Eppure neanche questo appoggio pieno e sbandierato sta bastando per piegare il popolo ucraino.
Dei reali interessi dell’imperialismo russo e di Putin che ne è il primo rappresentante si è fatto interprete e portavoce, fra gli altri, Alexander Asafov, 48 anni, membro della Camera civica della Federazione russa, professore presso l’Università statale di Mosca Lomonov e membro dell’Associazione russa dei consulenti politici, nonché commentatore molto richiesto da stampa e tv di stato. Il quale in una recente intervista alla Repubblica è stato preciso: “Il nodo, sia chiaro, non sono soltanto i territori, ma il futuro status dell’Ucraina”. E poi ha spiegato: “La questione territoriale è importante, ma non è la chiave del successo dei negoziati. Esiste un elenco di richieste russe a cui talvolta si fa riferimento parlando di “preoccupazioni diplomatiche” che comprendono la non adesione ucraina alla Nato, l’assenza assoluta di truppe straniere o di armi di distruzione di massa sul territorio ucraino, nessuna ideologia nazista all’interno del governo ucraino e lo stop a ogni genere di pressione sulla lingua russa e sulla Chiesa ortodossa in Ucraina. Sono queste le priorità per la parte russa. Perché, sì, la questione territoriale è importante, ma l’obiettivo sarà raggiunto o militarmente o diplomaticamente. Un altro tema fondamentale, che finalmente sta diventando chiaro anche agli americani a giudicare dalle ultime indiscrezioni, riguarda la legittimità di chi dovrà firmare un eventuale accordo di pace”.
La volontà della Russia imperialista di ampliare la propria sfera di influenza mediante la guerra sulla più piccola Ucraina, come ha fatto nel 2008 con la vicina Georgia, si è scontrata con l’irriducibilità della società ucraina. Lo manifesta apertamente l’irritazione di Asafov: “Per Mosca le linee rosse sono quelle “preoccupazioni diplomatiche” di cui ho parlato e riguardano lo status dell’Ucraina. Purtroppo sono anche quelle su cui è difficile raggiungere un’intesa con l’Ucraina. Bisogna dire che Volodymyr Zelens’kyj inventa sempre nuovi stratagemmi per respingere le nostre richieste, come la necessità di una tregua prima di indire elezioni. Punta così a consolidarsi al potere. Crede che, rinnovato il consenso degli ucraini e ottenuto il denaro europeo, potrà tirarla ancora per le lunghe fino alla scadenza del mandato di Trump. Ma il suo problema è che Trump lo incalza in vista delle elezioni di mid-term”.
Il dominio di poche potenze imperialiste su numerose nazioni più piccole è una caratteristica strutturale dell’imperialismo. Lenin, che definisce l’imperialismo come la “fase suprema del capitalismo”, lo descrive come un sistema in cui “una manciata di nazioni ricche” sfrutta la stragrande maggioranza dei paesi deboli e arretrati, esercitando un dominio che è soprattutto economico, basato sull’esportazione di capitali e sul controllo finanziario, ma anche politico e militare. Per cui le nazioni più piccole possono pure mantenere una formale indipendenza politica, purché restino totalmente dipendenti dal punto di vista economico, finanziario e militare. Ebbene, per la Russia l’obiettivo della guerra è proprio l’imposizione sull’Ucraina prima del pieno controllo militare e politico e dopo di quello economico. Il capitalismo russo ha bisogno di una Ucraina strettamente legata e dipendente da esso. Gli interessi economici russi in Ucraina si concentrano sul controllo delle risorse naturali (carbone, minerali, terre rare), delle infrastrutture energetiche interne e dei gasdotti che portano idrocarburi in Europa centrale e occidentale, sulla realizzazione di corridoi strategici verso la Crimea per garantirsi il controllo marittimo e infrastrutturale del mare di Azov e sulla valorizzazione delle industrie del Donbass. L’invasione russa mira anche a riorientare l’economia ucraina verso la Russia, a reintegrare l’Ucraina nello spazio economico e commerciale russo, bloccandone l’integrazione con l’Unione europea e facendola diventare pienamente un mercato di sbocco delle merci russe e degli investimenti finanziari russi.
La guerra dell’imperialismo russo contro l’Ucraina è solo uno dei conflitti in atto per una nuova spartizione delle sfere di influenza a livello mondiale. Putin sostiene attivamente la transizione verso un nuovo ordine mondiale multipolare che metta fine all’egemonia occidentale, cioè europea e statunitense. Trump riscrive l’ordine imperialistico mondiale portando alle estreme conseguenze tendenze già in atto: espone la nuova dottrina dell’imperialismo americano per il XXI secolo secondo la quale gli Usa considerano nuovamente il Centro e il Sud America il cortile di casa, cioè l’area di influenza americana per eccellenza, fa rapire Maduro e minaccia il Venezuela per piegarlo, mette apertamente le mani sulla Groenlandia, stringe il cappio al collo dell’economia cubana per cambiare regime a L’Avana; inoltre, solo per citare i casi di guerra più stringenti, appoggia militarmente il governo Netanyahu nello sterminio di Gaza e nell’annessione della Cisgiordania e nelle guerre ripetute all’Iran. La Cina tace, ma solo perché per il momento privilegia la pressione economica delle sue merci estremamente competitive sul mercato mondiale.
Nella nuova spartizione territoriale in atto, le guerre ordite dalle grandi potenze imperialiste contro le nazioni più deboli per una nuova redistribuzione delle sfere di influenza sono inevitabili. Così come, a un certo punto, sono inevitabili anche le guerre fra le grandi potenze imperialiste. Per contrastare il dominio di tali potenze Lenin sostenne con forza il diritto delle nazioni all’autodeterminazione, includendo anche il diritto alla separazione politica dallo stato oppressore. Ma sostenne altresì la necessità per gli operai, i proletari, le classi subalterne di lottare e insorgere contro le guerre imperialiste di invasione e oppressione e i loro responsabili. A distanza di un secolo la realtà politica mondiale dimostra che l’esperienza politica di Lenin è tuttora attuale, strumento pienamente valido nella guerra alle guerre imperialiste.
L.R.